Trova le risposte!
Dalla scoperta del fuoco al calore prodotto per combustione, alla pila di Volta e le lampadine di Edison. Un viaggio tra passato, presente e ... futuro dell'energia.

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Creato da Giampiero Bellingeri « clicca sul nome per leggere il curriculum dell'autore

Ritmi e impulsi. Espressioni dell'energia nella poesia moderna di Turchia - Giampiero Bellingeri -

E’ questa un’occasione tinta di caso felice e di privilegio, inquadrata com'è da uno scorcio piuttosto insolito, cioè poco tecnico-statistico, e molto discosto dai luoghi comuni più frequentati e ovvii. Ci proporremmo di partire per il nostro viaggio alla ricerca delle fonti e delle politiche energetiche in Turchia con un bagaglio pressappoco vuoto,  gravato da una minima scorta, senza pretese. Ci basterebbe la capacità, riposta in quella bisaccia, e per la nostra forza d’immaginazione, di contenere e lasciar traboccare, quando siano esuberanti (una cornucopia) le energie espresse dai versi che, tal quali i frutti, ci stanno offrendo, a ristorarci, le piante “segna-passi”. Ovvero le antenne, le ciminiere, le piramidi snelle di tralicci a losanghe, riflesse negli specchi d’acqua, disposte sui cigli dei viottoli e dentro i campi d’Anatolia: quell’antica Penisola, mosaico di popoli e drammi, irrigata e ricca di elementi diciamo energetici. Pensiamo al "Fiumerosso" che arriva fra un po’, ai fiumi della Mesopotamia, che la solcano diretti a sud-est, fra le anse, le tappe e gli intoppi delle dighe e degli impianti idroelettrici, bacini ricolmi sì di un bene prezioso, impagabile, che rallentano però la portata e il turgore di acque destinate a riversarsi impoverite in altri luoghi e campi assetati. Sarebbe questa una sorta di prefazione e "preistoria" letteraria alla illustrazione dello stato energetico attuale della Repubblica di Turchia (la cui trattazione specialistica andrebbe lasciata agli esperti). 

Per tornare a noi, per immetterci in quel flusso di pensieri e atti compiuti in generale su questa nostra terra in comune, e in particolare dentro rive bagnate dal Mediterraneo orientale, dall'Egeo, e i Mari di Marmara e Nero, parleremmo soprattutto di campi da coltivarsi, con fatica, impegno, vigore, da parte di chi vorrebbe o avrebbe voluto raggiungere un’espressione migliore di sé, in una comunità di simili, di concittadini. Del singolo in mezzo agli altri esseri tutti, immedesimato nella natura: e noi posti davanti a una realtà da interpretarsi; noi, umani, individui liberi come un albero, e affratellati quasi in un bosco- avrebbe detto in turco un poeta grande, che ci accingiamo a riascoltare.

Energia, quindi, sprigionata in Turchia, e non importa davvero così tanto se reale e metaforica, giacché si tratterà per noi sempre di efficacia rappresentativa, illuminante: foss’anche il caso della poesia già “futurista”, innervata, lasciata risuonare forte, fin chiassosa, dalla esaltazione delle “macchine”, dalle turbine, dai reattori.

Questo sarebbe allora l’alimento auspicabile a noi viandanti nella vita. Talché -in luogo di elencare, analizzare e criticare le scelte, le iniziative operate e assunte e imposte e subite in quel Paese nell’ambito più letteralmente e strettamente “energetico”- ci troviamo nel nostro travagliato cammino ad avere accanto, letterariamente, dei compagni di viaggio (i canti, i versi, i ritmi) che esprimono, in forma di parole rivolte a tutti e di tutti i giorni, cariche o sfinite di valenze, le idee che non possono non racchiudere immagini e messaggi attinti alle fonti più profonde, telluriche e celesti, e lasciati sgorgare in lingua turca, a farsi sentire anche da noi, in traduzione italiana. Sono loro, quelle ombre corpose di pellegrini, i mobili testimoni -non diversi in fondo, dai più stabili custodi e gestori dei caravanserragli, sempre pronti ad ascoltare storie e vicende, nel gran viavai sul pianeta- del bisogno di inoltrarsi nelle zone incognite e oscure dell’esistenza. Sono loro i fili e i cavi che recano energia nel momento in cui sanno farsi fili conduttori e luoghi di convergenza dove si addensano i soffi dell'atmosfera culturale dei nostri  Paesi.

Veniamo dunque a collocarci sempre in questo mondo -famelico e martirizzato, trivellato di energia- confortati dalle loro voci, ora sommesse, crepuscolari, malinconiche, ora ripiegate su di sé, ora tonanti e arroventate come pentole poste sul fuoco del meridiano bivacco: sosta per raccogliere energie e spingersi ancora più avanti, sostenuti da cognizioni scientifiche condivise e da una coscienza diffusa (che non sia facilmente e in modo sbrigativo, e sotto sotto vile, liquidabile come nichilistica, laicistica, e via dicendo nel disprezzo, nel tronfio rigetto della scienza, nella storia comune e diversificata).

Non consideriamo un gesto impertinente, o provocatorio, fissare una convenzionale partenza sospesa dentro un grandioso abbaglio:

Città Chimera (1947)
Va' in questa stagione, al tramonto, e guarda da Cihanghir!
Affìdati un poco a quella chimera a te là di fronte!
Giacchè ben altra è questa serata da tutte le altre:
Palazzi crea l'illusione del sole dai vetri.
Quel dio la pensò distrazione al suo padiglione di sogno
E fulmineo esso volge i cristalli a sontuosa dimora di fata.
Con quei castelli di fuoco massiccio l'intera riva dinanzi,
Somiglia all'Oriente fastoso d'or son tre millenni.
Ebbro quale è del piacere e del gusto del vino,
In mano la coppa vermiglia, dall'orizzonte ripiega.
L'architetto di luce d'Oriente, da secoli antichi
Così edifica, quella, nel mentre che Scutari sogna.
E' solo un lampo l'ispirazione sua tutta,
Effimere sono le forme create da vampe:
Svanisce ognuna in un attimo nell'abbrunato occidente.

Poco il misero regno di Scutari regge nel tempo,
Ma ciò che il sole rapido spense non desta rimpianti;
La città dei cipressi si immerge nell'intima luce,
E in tale aura di remissione perpetua non langue,
Non inganna, no, l'oro, né puro né falso.
E per l'indole della sua gente è ogni angolo suo un paradiso,
Sulla sponda che è a fronte, da ogni collina rimasta nel buio,
Da tante case di poveri i lumi, la notte,
Così si imprime la forma di Scutari vera allo specchio1.

Incendio abbacinante, metropolitano (giacché i nomi "Costantinopoli" e "Istanbul" affondano entrambi le loro radici nell'antica parola greca –polis) delle masse apparenti, delle forme folgoranti e oscurate dal rituale affondar del sole. I piedi lambiti dalle correnti del Bosforo, il sole calante alle spalle, da Cihangir, il quartiere sulla riva europea d’Istanbul, Yahya Kemal (Skopje,1884- Istanbul, 1958) contempla gli effetti del tramonto che infiamma gli specchi dei vetri sulla riva asiatica, a Scutari/Üsküdar, e ripensa al tramonto di quell’ Oriente dove egli rientra dopo averne rintracciata, ricuperata la voce autentica a Occidente, a Parigi (dove soggiorna a lungo, dal 1903 al 1912) nei toni dell’ Orientalismo dell’astrazione voluttuosa, della parola ineccepibile, della forma modellata alla perfezione, pari ai poeti classici dell’Impero ottomano. Sono i riverberi acuti della nostalgia, a dirci quanto le manifestazioni di una scuola letteraria siano tenute a suggerire gli articoli e i commi di un codice energetico, tanto pervasivo da non risultare né decadente, né dissipatore di forze.

A proposito di classicità nella modernità, compiamo un passo indietro nella storia; allo scopo di una ricognizione, a riportare le strofe di qualche “canzone” –assai di moda negli anni 1720-’30- del massimo poeta ottomano Nedîm (Istanbul, m. 1730):

E si rinnovi fresco un vecchio amore,
Vieni, crescente luna, facciamoci un po’ festa,
Vorrei renderti un sole, con una coppa tersa,
Vieni, crescente luna, facciamoci un po’ festa.

Guarda, di sangue è il cuore per quell’occhiata ebbra,
Vedi, su lame casco per quelle sopracciglia,
Per quella testa bella, non ti scordar di me,
Vieni, crescente luna, facciamoci un po’ festa (…)2.

Astralità, fonte solare di luce riflessa, a ricomporre i volti radiosi dove pulsano bellezza e pensieri e voglie di amare. Ancora lui, Nedîm, che, invasato dalle modalità del canto d’amore, finge di dimenticare le regole della grammatica, della sintassi, e va in corto-circuito, e farfuglia; però aderendo alla energia del linguaggio scandito, a creare luce e chiaroscuri:

Tu, che ti amo, e ai passi tuoi mi prostro fino a terra,
Tu, che m’immolo a te, esci che è festa, e coi tuoi vezzi il mondo circonfondi,
Tu, che di amor per te piango e mi lagno a mo’ di un usignolo,
Tu, che m’immolo a te, esci che è festa, e coi tuoi vezzi il mondo circonfondi.

Ma tu, proprio non sai che tutti, e tutti quanti, sono per te dei cuori palpitanti?
Non sai che pieghi e inarchi a tutti, a tutti quanti, la tempra del vigore?
Che il mondo tutto, intero e tutto aspira a te, tu non lo sai?
Tu, che m’immolo a te, esci che è festa, e coi tuoi vezzi il mondo circonfondi (…)3.

Quelle pieghe e inclinazioni, iridate sulle note del canto, disegnerebbero un arcobaleno di minime goccioline, sospese, aeree, capaci insieme, nella loro fisicità concretissima, di dar luogo e agio a uno spettacolo d'incanto, inclusivo di tutte le energie, distillate tra terra e volta celeste.

Dal Settecento di Nedîm, torniamo al secolo scorso. Allievo di Yahya Kemal era un ragazzo promettente, colto e spontaneo, irruente, che in seguito avrebbe imboccato un diverso tragitto nella foresta delle idee. E’ il famoso, (eppure, a dispetto di una gloria che avrebbe potuto immiserirlo rendendolo superbo) e grandissimo Nâzım Hikmet (Salonicco, 1902- Mosca, 1963). Sarà il poeta stesso a dirci delle sue pulsazioni, con il cuore votato a quella necessità di scienza e poesia, a quell’energia da cui mai potrà astrarsi l’amore:

La concezione dell’arte
Esalo anch’io talora sospiri e gemiti dal cuore
a uno a uno a uno
grani sanguigni di un rosario di rubini
e quel rosario in vampe rosse scorre
                      sul filo fine ai tuoi capelli d’oro...

Però
quell’ala che si schiude   sulle spalle della fata
che m’ispira:
è una putrella in ferro dei miei ponti
                       che si gettano nel volo!

Si sente
    sì, sì,    non è che non si senta
il lagno d’usignolo alla sua rosa...
ma nell’essenza
la lingua che io afferro:-
riverbera sonate di Beethoven
che la corda con il rame, il ferro, il legno, l’osso
esegue (…).

Come una mosca    cieca e grossa    s’impiglia qualche volta l’occhio mio
nelle tele dei ragni     capomastri sui cantoni della stanza...
ma il mio stupore vero alle montagne lo riservo:-
sono 77 i piani di cemento    e armato
                                   creature d’architetti con la camicia azzurra! (…)

Non cambio
         né mai potrò cambiare
Con un’Eva adamitica, discinta
la moglie mia inguainata   nella pelle del baschetto e della giacca!
Può pure darsi che non abbia io   la decantata “impronta ed indole poetica”!
E che mai fare?!
        Ben più dei figli della madre terra
                                                           io amo:-
                                                               i miei propri bambini!4
(Senza data, collocabile nei primi anni Venti del XX secolo)

Da un paesaggio forgiato a suon di martellate futuriste (che tuttavia non precludono la percezione della musica classica, di Beethoven: è la fisica, acustica, a organizzarsi, raffinata nel battere dei ritmi...), passiamo a uno scenario di miseria colto nell’Anatolia arretrata, devastata dalle guerre, dalle invasioni straniere, dall'ignoranza, alla vigilia del riscatto nazionale e della fondazione della Repubblica (1923), che avrebbe portato alle politiche energetiche anche attuali:

Scalzi
Il sole
    un turbante
           di fuoco sul capo.
E’ smunta la terra
     E scalzi nei sandali i piedi.
Più cadavere ancora     del suo mulo decrepito
     un paesano
           ci è al fianco,
anzi no, non al fianco,
              semmai è nel sangue
                                    che brucia.
Non pastrano alle spalle
non staffile alla mano
né cavallo né carro
                       né guardie,
tane d’orsi i paesi
                  cittadelle di fango
                                 scolliniamo calvizie di monti.
E’ così che giriamo la landa!
Nelle lacrime agli occhi
                      dei buoi ammalati
ascoltiamo la voce dei campi di sassi.
vediamo che ormai
                      la terra non soffia il respiro di spighe dorate
                                                    per vomeri
                                                           e miseri aratri! (...)

Oppresse
         le case
               facciate ingrugnate
piegate su spalla a ridosso alle altre
                 su strade scavate da talpe.
Malizia negli occhi
             parole da miti colombe
                        turbanti tortuosi con fregi e ricami
le gambe incrociate le schiene addossate a botteghe.
Le suole sfondate
               dei sandali nostri
                      si parano a quelli davanti.

Un rozzo
      gendarme
trascina una coppia   di adulteri
                                 sorpresi nei campi.
Al caffè
     se la fa quel santo e pio uomo, il baba,
                                            col garzone
e tira improperi sinceri con ira
                                       e tira
                         uno sputo in faccia agli amanti che vengono avanti.

(…) Ecco: questa città
è pignatta che puzza di rancido acidulo sonno
e non nutre un romantico      malumore d’amore
                       nel suo
                              spirito
                                   piange
                                        il rimpianto
                                             di un paio di parole    attorte e increspate:
                                                                                           LINEA ELETTRICA
                                                                                                   VAPORE! (...)
                                                                    
O macchine, voi,
desiderio dei monti e dei campi
attesa febbrile dei sensi di donna che smania
                         ogni unghia con forza di bufali a mille
                                                                            di ferro
che gratta la terra e diresti che raspa dell’acqua
                                                 di vapore  è l’anima vostra
                                                                         o macchine, voi!

Ehi voi, grandi signori,
                  la pancia a bottiglia
                                     gorgoglia che par narghilè,
passate montati in carrozze a tre tiri (…).
                                                     
Signori
          col morso alla bocca
                                   la penna
                                        alla mano!
Ci siamo stufati di dolci fandonie.
Oramai
nella testa di ognuno di voi
                                    batta
                                     un chiaro
                                            rintocco, vi dica:
il villano rimpiange la terra
                 e piange le macchine
                                            terra!5
(1922)

Alla miseria, all’arretratezza si oppongono, e finiranno per imporsi, la denuncia e l'indignazione civili,  i fantasmi e gli aneliti alla innovazione, nel segno della elettricità e della pressione del vapore. Ancora lineamenti torridi nel sogno:
                                                                    
Entusiasmo d’artista
Nel nostro entusiasmo
non c’è
         il ghiribizzo
                    balzano
                          da cavallo bizzarro...
il nostro entusiasmo
è motrice
        che neppure guizzando      sui binari smarrisce
                                                  movenze statuarie...

(…) CI SIAMO ELEVATI
                       ALL’ESTREMA POTENZA...
E lei, la motrice, così nostra si è fatta che
                 Ciò che noi già puntiamo a schiacciare
Lei lo schiaccia al binario di un piatto da soldo di rame...
E però
se si stacca un istante soltanto dal cammino tracciato da noi
                                                                        lei si smonta a frantumi...
perché lei, la motrice, è un parto soltanto
                                  della nostra coscienza...6                   
(1922)

Ecco dunque l’entusiasmo, possente, pulsante quanto il vapore, capace di gonfiare il cuore pari al sangue pompato nei corpi: mai avulso dal sogno guidato e corretto dalla coscienza fervida. Poi, un tentativo di amore, sorretto da energie, ossia ambizioni, diversificate, impari:

Il gigante dagli occhi celesti, la piccola donna   con il caprifoglio
Lui era un gigante dagli occhi celesti.
Amava una piccola donna.
La piccola donna sognava una piccola casa
                           una piccola casa, e in giardino
                                                  caprifoglio
                                                              a marezzooo

Da gigante l’amava il gigante.
E le mani approntate le aveva
                                  per far grandi cose,
non sapeva lui fare la casa,
                              bussare alla porta di casa
in giardino
       caprifoglio
                  a marezzooo.

Lui era un gigante dagli occhi celesti.
Amava una piccola donna.
Una donna piccina picciò.
Sentì voglia degli agi la donna piccina
           Si stancò del cammino gigante.
E così disse addio al gigante dagli occhi celesti,
s’infilò sotto il braccio di un ricco nanetto
                                    nella casa in giardino
                                             caprifoglio
                                                         a marezzooo.

E comincia a capire il gigante dagli occhi celesti,
agli amori giganti non serve nemmeno da tomba:
la casa in giardino
      caprifoglio
                  a marezzooo7.
(Senza data)

Entriamo nella grande cerchia di giovani amici, stretti attorno agli orli di tazze traboccanti spruzzi di sole:

Il canto alla mensa del sole
Come nave che affronta le onde
A fendere il buio con i nostri corpi
                 Salimmo, a catena di monti nel vento più fresco
                                                             Abissi profondi
                                                                        Più nitida l’aria.
Alle spalle il sentiero del buio    un occhio nemico.
Davanti le tazze di rame ricolme di sole.
E siamo fra amici!
E siamo alla mensa del sole!

Sui monti che l’ombra rimbalzi da voi su nei cieli,
                                    restate con gli occhi negli occhi,
                                                                     vicini
                                                                             ragazzi.
Che bussi alla tazza la tazza.
Colmate ragazzi le tazze
               Ricolme
                     Stracolme
                            Beviamo. (...)
Ehiii
            hop
Ehiii
             hop  tutti insieme
                       passiamo con unico balzo.
Colmate ragazzi le tazze,
ricolme
      stracolme
             beviamo.

Noi siamo fra amici!
E siamo alla mensa del sole!8
(Senza data)

Ancora un ingordo sorso di sole, tracannato nella gioia di essere insieme nella luce, nudi, eppure con la pudicizia che elargisce la forza dell'attrazione terrestre esposta a quell'astro maestoso:

Canzone di chi beve il sole
Canzone
di chi
beve il sole da tazze di terra!
Una treccia:
la treccia di chiome di fiamma!
La treccia si attorce:
una torcia del rosso del sangue
sulle fronti brunite
   di eroi nudi sui piedi di rame! [...]

I cuori sospinti da terra;
uno slancio
che squarcia
le fauci ai fulvi leoni!
un balzo;
a cavallo di vento e saette!
È d’aquile stormo in picchiata
dai picchi
con battiti d’ala di luce indorata.
Cavalieri dai polsi di fiamma a sferzare
cavalli impennati.

   È questo un assalto,
    al sole è un assalto!
   Miriamo a conquista di sole,
    incombe la presa del sole! [...]

Ecco:
è un fiume
di fuoco
piovuto dal sole
e che brucia nei cuori vermigli a milioni!

Cava fuori anche tu
il cuore tuo da torace che ingabbia,
e gettalo al fuoco
che piove
   dal sole,
e schiera il tuo cuore con le nostre falangi.

È questo un assalto,
    al sole è un assalto!
   Miriamo a conquista di soole,
    incombe la presa del sole! [...]

Le scale agganciate alle stelle,
le teste dei morti a sostegno da sotto,
levitiamo
su al sole! [...]

   È questo un assalto,
    al sole è un assalto!
   Miriamo a conquista di sooole,
    incombe la presa del sole! [...]

Si ribolle
in subbuglio!...
Orizzonti di fuoco, sipario di fumo,
cavalieri al galoppo, le picche a squarciare la volta dei cieli!

   È questo un assalto,
    al sole è un assalto!
   Miriamo a conquista di soooole,
    incombe la presa del sole!

Di rame la terra,
il cielo di rame.
Il grido che squarcia la gola di chi beve il sole
tu gri-da,
gridiamo!9

1924
(trad. di Francesco Boraldo)

Alla festa del sole si accosta la cupezza dei momenti di solitudine e crisi. Urge un energico, generoso scossone (impresso anche a se stessi):

La voce
Non restare col mento poggiato alle mani,
assorto a fissare quel muro
                                         non stare!
Non stringerti il mento nel palmo!
E lèvati in piedi!
E guarda affacciato di fuori!
Lo vedi?!
E’ bella di fuori la notte che pare di un mare giù a sud,
un batter di onde sui vetri...
E vieni!
Ascolta le arie:
sono strade di voci le arie
sono piene di voci le arie:
di terra, di acqua, di stelle,
                                     e di noi...
E guarda di fuori!
Ascolta una volta le arie:
la voce ti è accanto,
                  la voce è la nostra, è con te...
(1933)

Poi, la condanna inflitta al poeta per la professione di idee politiche d'opposizione, la prigione (tra gli altri soggiorni in carcere, più o meno brevi, si distingue un periodo di 12 anni consecutivi, 1938-1950), il distacco dalle persone care,  e la fiammella che rischia di spegnersi sotto l’impeto della burrasca che stravolge il mondo:

Poesie scritte per Pîrâye: poesie delle ore 21-22
E’ bello un ricordo da te:
Fra notizie di morte e annunci trionfali,
in prigione
a quaranta suonati...

E’ bello un ricordo da te:
la tua mano lasciata alla stoffa cangiante
nei capelli quell’intimo e austero e morbido fare della terra d’Istanbul che ho in cuore
con la gioia di amarti
                          altro uomo pare nascermi dentro...
in punta alle dita un profumo ha lasciato la foglia al geranio,
una quiete di sole
e la carne che chiama:
                                 in un buio di un denso
                                          scandito da righe scarlatte
                                                             calore...

(...) E’ bello un ricordo da te.
Devo inciderti ancora qualcosa nel legno:
                                                     un astuccio
                                                             un anello,
poi filare tre metri di filo sottile di seta.
E di colpo
        scattare
attaccarmi alle sbarre
recitare a quel libero azzurro di latte
                        nella foga di un grido   le righe che ho scritto per te...

E’ bello un ricordo da te:
fra notizie di morte e annunci trionfali,
in prigione
a quaranta suonati...

24 settembre 1945
Il mare più bello:
                          non è ancora solcato.
Il bambino più bello:
                          non è ancora grande.
Il giorno più bello:
                          è da viversi ancora per noi.
E la cosa più bella che dirti vorrei:
                          è la cosa che ancora mi resta da dirti.

8 novembre 1945
E passa sui tetti d’Istanbul, città mia lontana
e avanza sul fondo del Mare di Marmara
percorre le terre del regno d’autunno
                                          matura e bagnata
                                                       è qui la tua voce.
Così tre minuti.
Il telefono tace di lugubre nero...10

Con gli impulsi telefonici sembrano venir meno le pulsioni, cadere le parole, nella frattura della possibile armonia di tecnica ed espressione dell'affetto. Incalza il recupero della realtà, del "creato", pervaso dai segni di un amore che tocca gli elementi del cosmo e del microcosmo che è il nostro corpo:

E mi disse in un bacio “-sono vere le labbra, com’è vera natura”.
“questo aroma non è una tua idea, è un aprile che aleggia sul crine” ,
“se vuoi, tu le osservi nel cielo, e se vuoi nei miei occhi:
“seppur non le vedono i ciechi, le stelle ci sono”, mi disse11.

Tanta è l'energia, mai spenta seppure stremata, di quell'amore, che a suo conforto si piegano le avversità:

E ci saremmo amati   davvero così tanto
se da lontano il cuore non ci fossimo scrutati?
Se il cielo non ci avesse allontanati,
saremmo stati mai    vicini così tanto?12

E sarà il nitore impressionistico e fisico dell'aria ad assumere le fattezze di un sorriso pensoso, luminoso, etereo, e così corporale, in sintonia con le stagioni dell'universo:

Il giorno ormai si è fatto caldo,
è netta l’aria, e come l’aria trasparente. Amica mia,
mi è parso per un attimo d’imbattermi nella luce
dei tuoi occhi: e che luce la luce, una luce all’infinito...13

A chi osservasse, con acume e insoddisfazione, che a scrivere poesie non sono solo i poeti maschi,  noi qui, punti sul vivo e consenzienti, rispondiamo che in realtà era la signora Pirâye, la moglie, a rielaborare, e dire e ridire e diffondere tra gli amici quelle strofe che il marito, prigioniero, le sussurrava tra le sbarre durante i radi incontri in carcere: è un genere di amorosa ricreazione.

Restano le costruzioni allora così ardite, e adesso appiattite su un dispendio iniquo di energie mal riposte e peggio indirizzate. Forse è il caso di tendere l’orecchio a questo avvolgente invito alla preghiera, di un giovane muezzin:

Il minareto
Dal minareto ha scorto
Gli amici che giocano al pallone
E corre
La voce del bambino
Che invita alla preghiera (...)14 

... e che cede all'invito della palla del mondo che gira e rimbalza.
Con un pensiero anelante ai risultati dell'energia, espressa dal clima e dal lavoro, racchiusa nei vasi che donano la forza di meditare al nostro organismo, troppo staccato dalla consapevolezza della organicità, della vera sostanza contenuta in quei Vasetti: 

(…) E non sapevo
Che la sola nota di colore
Nell’esistenza di mia madre
Erano le conserve
Nei vasi
In fila sulle mensole15

Ci sia concesso ancora di ravvivare la solerzia, la fisicità energica ed emblematica di una creatura in cammino sulla faccia dell’Anatolia, in riva a un fiume, fra le tappe scandite da pali del telegrafo e schiuma, nitriti, galoppi di cavalli lucenti. E' una formichina, osservata e cantata da Fazıl Hüsnü Dağlarca (1914-2008), estraneo a qualsivoglia scuola letteraria -pare-, e fin oltre i novanta anni militante sull’arena poetica turca:

La formica di Sivas
Scorreva Kızılırmak,
Grande, schiumoso, Fiumerosso,
In fondo a un palo del telegrafo,
Senza affanno, né bava, come l’epoche,
Camminava una formica di Sivas.

Lucenti, dalla sponda di là,
Nitrivano,
Cavalli,
Lei non capisce tappe e soste di cavalli.

Beato, pieno, il suono dei suoi passi
Si sentiva.
Eroica.
Santa secondo i passi di una fame.
Camminava,
Da terra.

Dal suo cammino quieto è chiaro,
Conosceva
Il monte, l’acqua, l’erba, deliziata.
Sciolta dalle altre formiche,
Camminava
Verso altre formiche.

Solerte, laboriosa, infaticabile,
Somigliava
A quelle d’Africa, di Cina, di Parigi,
Nera, sulla fronte della terra nera
Camminava,
Più libera di sorte scritta in fronte.

Di pensieri, di scontri non sapeva,
Non era in marcia
Mai il suo sogno.
A un chicco di frumento
Camminava,
Una formica di Sivas16.
(1951)

Ma restiamo stupiti ancora dall'energia "dissipata" –si diceva, moralisticamente, da “filo-formicolanti”- e stridente delle cicale, compagne al torrido solleone...

Una volta usava dirsi "edificante": di un ragionamento, un discorso, una predica, una ESPOSIZIONE di idee, capaci di costruire, o ricostruire, restaurare/ristorare, un atteggiamento positivo rispetto all'esistenza, anche nelle condizioni aspre della vita quotidiana della maggior parte dell'umanità, derelitta. Si è sfiniti, "scarichi", e arriva provvidenziale un suono, una parola, a tirarci su; se arriva, poi, o se siamo davvero in grado ancora di cogliere quello stimolo; o roco campanello.

Di fatto, per edificare uno spirito -cioè per ritrovare l'energia di respirare nel profondo dell'organismo, e insieme agli altri, a trarre aliti di ossigeno- sono indispensabili i raccordi fra tante spinte, da non distinguersi per forza, a tutti i costi, fra "materiali" e "spirituali". Pensiamo appunto alle forme dell'energia, da quelle più appariscenti a quelle meno evidenti, scontate: ma tutte originate da un rapporto con l'universo, con la terra, con il resto degli esseri.

Ecco dunque che fra quelle forze chiamate, convocate qui da noi a esprimere un tipo di energia nel mondo turco, a edificare qualcosa, o qualcuno, abbiamo scelto la poesia. Di una certa Turchia, meno conosciuta: soprattutto i versi che osservano il movimento, i moti intimi, le emozioni, nella loro chimica distillata. E sprigionano pensieri, e commenti, da parte di chi ascolta.


1. Yahya Kemal, Kendi Gök Kubbemiz, Istanbul, IFC 2002, pp. 30-31, (cfr. Nostra Celeste Cupola, Milano, Ariele 2005, pp. 28-29).
2. Nedim Divanı, a c. di A. Gölpınarlı, Istanbul 1972, p. 352.
3. Ibid., pp. 352-353, (Cfr. G. Bellingeri, Nedîm, la canzone d'Istanbul. Odi, canti, liriche dal Corno d'oro, Milano, Ariele 2012, pp. 193-195).
4. Nâzım Hikmet, Şiirler 1, Istanbul, YKY 2006/4, pp. 36-37.
5. Ibid., pp. 102-106.
6. Ibid., pp. 127-128.
7. N. Hikmet, Şiirler 2, Istanbul, YKY 2006/4, pp. 104-105.
8. Ibid., pp. 106-107.
9.Ibid., pp. 110-113.
10. N. Hikmet, Şiirler 3, Istanbul, YKY 2006/6, pp. 95-116. 
11. Ibid., p. 6
12. Ibid., p. 3.
13. Ibid., p. 4.
14. Da AntiQuori, Poesie di Sunay Akın, a c. di L. Rotta e G. Bellingeri, Roma, Fermenti  2005, pp. 38
15. Ibid., p. 39.
16. F. H. Dağlarca, Sivaslı Karınca, in Id., Türkçem Benim Ses Bayrağım…, Istanbul 1999 (3), pp. 3-4.