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Tra sicurezza energetica e sicurezza internazionale - Agi Energia -

La questione della sicurezza energetica è strettamente legata a quella dell’industrializzazione e del commercio internazionale.

Le due guerre mondiali furono profondamente influenzate dalle scelte di politica energetica delle grandi potenze.

La decisione britannica di trasformare la propria flotta di navi a carbone in navi a petrolio (o nafta) ne accrebbe la superiorità strategica.

Il Giappone condusse guerre in Asia e attaccò gli americani a Pearl Harbour anche perché era ossessionato dalla sicurezza dei suoi approvvigionamenti energetici, così come la sete di petrolio spinse la Germania nazista a concepire la grande offensiva in direzione del Caucaso (usando peraltro il doppio del carburante previsto e lasciando così a secco le forze presenti in Africa, bloccandole di fatto a El Alamein).

Oggi il problema non è più militare (il Pentagono brucia solo il 2% del totale di consumo di petrolio del governo americano) ma piuttosto di carattere economico generale, per assicurare l’enorme consumo energetico delle nostre società industrializzate e del commercio, e non riguarda più solo il carbone e il petrolio, ma in maniera crescente il GAS NATURALE e tutte le altre fonti di energia, dal nucleare alle cosiddette “RINNOVABILI”.

Di più, il problema della sicurezza ha acquisto nuove dimensioni. Sempre maggiore importanza si dà alla sicurezza ambientale, sia quella legata alla emissione di gas nocivi per l’ECOSISTEMA, sia a quella degli impianti veri e propri e delle loro eventuali scorie.

Vi è una sicurezza legata ai prezzi dell’importazione e della produzione di energia, collegata all’esistenza di un cartello degli esportatori di petrolio, ma anche alla crescente tendenza del mercato del gas a organizzarsi in modo insieme monopolista e monopsonico (come osserva giustamente Clò, parlando della Russia): una chiara violazione delle regole del commercio internazionale e dell’OMC, che tuttavia non ha ancora saputo trovare una risposta efficace.

E vi è infine la sicurezza dei trasporti dell’energia e della regolarità dei suoi flussi commerciali, anch'essa estremamente complessa e articolata, poiché si va dalla sicurezza e libertà delle rotte marittime a quella dei trasporti terrestri (particolarmente via tubo o via cavo), dalle eventuali decisioni politiche di bloccare o influenzare il mercato sia da parte dei produttori che degli esportatori o infine anche per ragioni politiche o strategiche (operazioni di blocco economico, sanzioni eccetera).

Purtroppo nessuno dei grandi stati consumatori sembra ancora aver trovato una strategia complessiva per gestire al meglio questo problema.

I nuovi paesi consumatori delle economie emergenti scimmiottano oggi quella che fu la politica europea e americana dei “legami privilegiati” e degli accordi preferenziali con alcuni paesi esportatori, contribuendo così a frammentare ulteriormente sia il quadro commerciale internazionale che quello politico.

Se questo servirà a risolvere, nel lungo termine, i loro problemi di sicurezza è ancora tutto da vedere, ma è lecito avere qualche dubbio.

I paesi più sviluppati, oltre a tentare di divenire consumatori meno voraci hanno sinora puntato sull’ipotesi di una maggiore liberalizzazione e privatizzazione del mercato, scommettendo sulle sue doti di naturale riequilibratore.

Il problema è che al moltiplicarsi degli accordi preferenziali si è aggiunto l’evidente tentativo russo di usare le caratteristiche peculiari del proprio mercato energetico (in particolare quello del GAS NATURALE, reso più rigido, e in qualche modo “geopolitico”, dalla scelta di trasportarlo via tubo) per recuperare potenza internazionale sia nei confronti degli stati nati dall’ex-URSS, sia nei confronti dell’Europa.

Tale situazione è resa più preoccupante dalla sostanziale assenza di una strategia energetica complessiva ed efficace dell’Unione Europea (e dal mancato collegamento tra strategia energetica e politica estera comune).

Tutto ciò oggi alimenta un dibattito estremamente confuso, in cui si incrociano interessi contraddittori e nel quale i diversi paesi europei reagiscono in ordine sparso, a seconda dei loro diversi livelli di vulnerabilità e di dipendenza dalle importazioni energetiche: una situazione che non potrà che aggravarsi progressivamente.

La scelta “liberista” compiuta sino a oggi dall’UE è in realtà anche quella di minore resistenza, su cui è più facile trovare un livello accettabile di consenso, perché non costringe i governi ad affrontare scelte difficili in campo politico ed energetico.

Ma è anche una scelta resa sempre più teorica e illusoria dall’evoluzione reale del quadro generale della sicurezza energetica, che non riesce neanche più a essere efficacemente compensata dall’uso della forza militare (come si è visto con l’invasione dell’Iraq e le sue successive conseguenze).

L’illusione di poter scindere i due livelli della sicurezza internazionale e della sicurezza energetica non può più essere mantenuta. È sempre più evidente la necessità di concepire complesse strategie che abbraccino insieme tutti questi parametri in una visione coerente.

Tratto da Agi Energia