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Alcune considerazioni sui problemi etici della ricerca spaziale - Vittorio Canuto -

Il tema di cui ho imprudentemente accettato di parlare oggi, riguarda gli aspetti etici della ricerca spaziale, i suoi risultati scientifici ed i corrispondenti dividendi tecnologici. Poichè non sono nè un teologo, nè un esperto in diritto internazionale, limiterò il mio intervento ad una serie di riflessioni assai elementari sulle quali spero avremo occasione di discutere in modo più approfondito in occasioni future. Spero quindi vogliate ricevere la mia presentazione non come una dotta dissertazione su di un tema che richiede un "expertise" in svariati campi. Piuttosto, vi pregherei di interpretarla come un "invito" agli esperti in queste discipline a organizzare con maggior FREQUENZA riunioni di questo tipo nel tempo avvenire.

Come intendo discutere fra poco, il tempo a nostra disposizione non è illimitato. Anche se la conquista dello spazio può sembrare un processo assai lento, è mia ferma convinzione che le implicazioni etiche di tale processo debbano essere dibattute e chiarite quanto prima. Oserei persino dire che siamo già abbastanza in ritardo sulla tabella di marcia.

Il mio modesto expertise in materia deriva in parte dalla mia attività di ricerca nel campo dell'astrofisica presso la NASA a New York, ed in parte dall'incarico che svolgo ormai da alcuni anni alle Nazioni Unite dove seguo le materie riguardanti "Outer Space" per la Missione della Santa Sede presso la stessa ONU. La ONU è infatti il fondo naturale dove molti di questi temi vengono presentati e dibattuti per la prima volta, anche se raramente risolti con la completa soddisfazione di tutte le parti.

Innanzitutto, vorrei cominciare con qualche dato di natura tecnica. La così detta era spaziale, unitamente alla conquista dell'ATOMO e del suo nucleo, rimarranno fra le caratteristiche per cui questo secolo passerà alla storia, unitamente purtroppo ad altre caratteristiche fortemente negative. Le grandi scoperte di questo secolo non sono però ancora finite. Potremmo forse riuscire a costruire una qualche forma primitiva di stazioni spaziali operanti prima della fine del secolo, raggiungendo così tre successi forse difficili da uguagliare da future generazioni.

Dalle dimensioni infinitesime degli atomi, misurate in milionesimi di milionesimi di centimetri, alle dimensioni se non astronomiche per lo meno planetarie raggiunte negli ultimi anni dalle sonde spaziali Voyager, ci sono ben trenta ordini di grandezza che l'uomo del ventesimo secolo è riuscito a capire, spesso persino ad usare per il bene di tutti. Un minimo senso d'orgoglio mi sembra quindi giustificato, un passo avanti verso lo stato di "homo sapiens sapiens", come umilmente ci siamo da tempo auto qualificati. E questo per non voler parlar di altri progetti che potrebbero concretizzarsi prima della fine del secolo: per esempio, speriamo di poter raggiungere una più profonda comprensione dell'origine dell'Universo con l'uso dello Space Telescope, corroborando forse ormai accettatissimo modello del Big Bang, che rimane pur sempre una ipotesi non provata.

Il lancio dello Space Telescope passerà alla storia come un salto quantitativo del nostro potere osservazionale, pari solo a quello che avvenne con il telescopio di Galileo, con la differenza sostanziale che questa volta saremo noi, cittadini del XX secolo, a scrivere le pagine di questa storica transizione. In secondo luogo, ma forse con molta meno probabilità, potremo avere messo a punto sistemi di ascolto continuo che ci permetteranno di metterci in contatto con civiltà extraterrestri.

Per quanto riguarda la possibile esistenza di vita in altri pianeti, vorrei solo accennare al fatto the la comunità scientifica internazionale è unanime nel ritenere che più studiamo e capiamo l'origine ed evoluzione dei pianeti, così come quello delle stelle di struttura simile a quella del nostro sole, più appare probabile che lo stesso scenario si possa, almeno in principio, essere ripetuto miliardi di volte in altrettante galassie. Bisogna però sottolineare che questi argomenti, per quanto validi, si basano pur sempre su concetti probabilistici.

Poichè gli USA sono la nazione con il programma spaziale civile più avanzato del mondo, mi riferirò in modo particolare a tale programma. Vorrei cominciare con l'osservare che l'impresa spaziale americana è forse il riflesso naturale dello stile nazionale americano, derivante dal loro passato puritano, un innato desiderio questo di padronanza della natura, non già un desiderio di padronanza dei popoli. Dico questo perchè, se vero, come io credo, farebbe eco a quanto uno storico della portata di Salvador de Madariaga ebbe a dire della storia: che essa emana dagli uomini che agiscono sulla natura.

Il bilancio annuale del governo americano si aggira sui 1000 miliardi di dollari (un miliardo corrisponde a mille milioni); di questi, meno di dieci miliardi vanno alla NASA: quindi l’uno per cento. Una frazione quanto mai minuta che dovrebbe essere costantemente tenuta presente da coloro che troppo spesso e troppo superficialmente avallano ipotesi che si spende troppo per la ricerca spaziale e che quello che si spende potrebbe essere speso per alleviare tanti problemi sociali che affliggono l'umanità. Ecco, quindi, un primo esempio di "problema etico" postoci da questa nuova tecnologia: la dicotomia fra gli investimenti in programmi tecnologici a lunga scadenza e quelli in programmi sociali a corta scadenza. Poichè questo è uno degli argomenti di cui si sente parlare più frequentemente, lo discuterò per primo.

Innanzitutto vorrei ricordare a questo proposito che tutto il programma spaziale USA spende in un anno quello che l'agenzia USA per i programmi sociali spende in una settimana. Ma alcuni ritengono che anche questo sia troppo. Permettetemi di andare indietro nel tempo e di ricordare che la stessa critica avrebbe dovuto essere rivolta alla regina Isabella di Spagna, poichè essa finanziò una impresa assai più rischiosa ed incerta in un periodo in cui in Spagna non mancavano certo coloro che avrebbero potuto usufruire di immediato aiuto governativo. Eppure tutti sembrano essere d'accordo nel ritenere che la vera causa del salto quantico nella ricchezza della Spagna venne proprio dall'aver rischiato un investimento a lunga scadenza piuttosto che all'aver ceduto alla quanto mai umana e comprensibilissima tentazione di usare tutti i fondi disponibili per alleviare bisogni sociali immediati. Vorrei inoltre aggiungere che imprese di questo tipo hanno dato spessissimo risultati che servono a sanare problemi che a prima vista possono sembrare non correlati con la finalità prevista all'inizio dell'impresa. È un ben noto fatto che circa 400 anni or sono un pur piissimo conte della Germania, noto per la sua sensibilità ai problemi sociali della sua contea, ebbe la lungimiranza di resistere alle critiche di coloro che gli rimproveravano il fatto che egli mantenesse a corte un dipendente la cui unica occupazione era quella di costruire piccole lenti che, montate su dei tubi, servivano apparentemente futile scopo di osservare oggetti piccolissimi. Tale sperpero di denaro pubblico era un affronto alle pene che affliggevano la società di allora.

Il "microscopio" fu però il risultato di quella ricerca giudicata inutile e socialmente considerata un affronto. La peste che affliggeva la società di allora venne però debellata in gran parte grazie proprio al microscopio. Ho riportato questo episodio non solo perchè è storicamente molto illustrativo ma perchè è anche parte ufficiale di una lettera che uno dei Direttori dei progetti NASA inviò a Mary Jucunda, una suora missionaria fra le popolazioni indigenti di un paese africano, la quale aveva scritto alla NASA chiedendo se credessero fosse moralmente corretto spendere ingenti somme per i programmi spaziali quando esistono tanti problemi sociali. La risposta ufficiale del Direttore NASA conteneva anche una seconda parte ugualmente importante che riguardava il problema della fame nel mondo. Il problema ha due aspetti: la produzione del cibo e la sua DISTRIBUZIONE. Mentre la produzione di cibo usando metodi di agricoltura, pesca, allevamento del bestiame, etc., può risultare efficiente in certe parti del mondo, è drasticamente inefficiente in molte altre. Per esempio, vaste regioni potrebbero essere utilizzate in modo di gran lunga più efficiente qualora si applicassero nuovi metodi per l'uso dei fertilizzanti, la previsione del tempo, la selezione dei lotti più appropriati, l'epoca più opportuna per una semina più proficua, la rassegna sistematica dei campi, l'accertamento del grado o degrado di fertilità dei medesimi, etc. Il metodo più efficiente per tale funzione è senza dubbio quello che si serve di satelliti artificiali, poichè solamente essi possono offrire una visione sinottica e continua nel tempo di grandi aree sottostanti. È stato calcolato che un sistema modesto di satelliti addetti a questo tipo di funzione potrebbe aiutare ad aumentare la produzione di cibo di parecchi milioni di dollari. Ed i satelliti e le loro tecnologie sono, per definizione, un dividendo delle ricerche spaziali a grandi orizzonti, proprio quelle che a prima vista potrebbero sembrare un investimento di risorse poco sensibile ai problemi sociali.

Direi quindi che questi esempi, e molti altri altrettanto importanti che potrei citare, non possono portare se non ad una conclusione. Le somme spese per la ricerca spaziale non intendono rimpiazzare programmi sociali con programmi spaziali. Al tempo stesso però, sarebbe pericoloso per una società afflitta da mali globali, l'abbandonare investimenti minimi in tecnologie che possono offrire grandi, inaspettate soluzioni. I programmi sociali, a mio avviso, dovrebbero costituire lo stimolo più forte e più convincente per la ricerca di nuovi tipi di soluzioni, di nuove idee che possano impartire quella accelerazione che la semplice infusione di sempre più ingenti somme di denaro non ha chiaramente proporzionato. Il vaccino della poliomelite, che portò pace a milioni di persone, non sarebbe stato possibile se non avessimo avuto il microscopio elettronico, il cui antenato fu proprio quel microscopio che ho menzionato poc'anzi. Non è questo il foro adatto per elencare anche sommariamente i dividendi tecnologici delle ricerche spaziali di cui ha beneficiato, forse ignara, l’intera umanità: dalla miniaturizzazione dell’elettronica che, fra le altre cose, ha dato l'avvento ai pace makers di cui beneficiano milioni di persone, alla possibilità di accertare con tempo il generarsi di uragani e cicloni che nel sudest asiatico hanno tradizionalmente mietuto milioni di vittime. Vorrei notare che l'ultima persona ad essere stata avvisata con tempo dell'imminente arrivo di un diluivo fu Noè! Migliaia di anni dopo, le tecnologie spaziali sembrano ridarci un po’ della saggezza passata.

Tutto questo per non parlare del fiorire di una nuova industria che ha creato nuovi posti di lavoro, offrendo un salario e quindi un senso di dignità umana, a molti che altrimenti non avrebbero altra scelta che accettare, un atto alquanto umiliante, qualche forma di sovvenzione governativa.

Non tutti gli aspetti delle attività spaziali hanno però servito ad avvicinare i popoli. Purtroppo gli esempi che discuterò fra poco hanno avuto l'effetto opposto, quello cioè di allargare il pur già grande divario tecnologico fra paesi sviluppati e quelli ancora in via di sviluppo. Come avremo occasione di discutere, la mancanza di una precisa legislazione internazionale per regolare l'uso di queste nuove frontiere spaziali avrebbe dovuto essere rimediata con l'applicazione di canoni etici che comunque avrebbero dovuto operare, ma la cui assenza fu particolarmente sentita quando detti canoni etici vennero a costituire l’unica speranza per regolare un comportamento internazionale. Purtroppo però gli ultimi anni non sono stati incoraggianti, causando serie preoccupazioni a molti paesi che continuano a ricordare al mondo tecnologico i suoi doveri etici durante l'assenza, si spera temporanea, di canoni legali internazionali.

Citerò due casi specifici: la saturazione dell'orbita geostazionaria, ed il DBS, Direct Television Broadcasting System.

A) L'orbita geostazionaria
Il periodo di rivoluzione di un satellite attorno alla terra dipende dalla sua distanza dalla medesima. Più l'orbita è bassa, più corto è il periodo di rivoluzione del satellite, il che implica che per avere una copertura costante di una data regione della terra, si devono impiegare non uno ma un'intera flotta di satelliti. Per ovviare questo inconveniente, si può usare l'orbita geostazionaria, un'orbita unica, ad una distanza dalla terra tale per cui il periodo di rivoluzione del satellite ivi collocato è esattamente di 24 ore: il satellite è quindi stazionario nel cielo offrendo così una copertura continua della regione sottostante. Con un numero minimo di satelliti, diciamo tre, si può quindi coprire, in modo continuo, l'intera superficie della terra.

Le caratteristiche di quest'orbita e la sua unicità, hanno fatto di essa un traguardo particolarmente ambito. Anche se la circonferenza di tale orbita è di 200,000 km, non le si possono assegnare se non un numero limitato di satelliti, la restrizione essendo dovuta non già al pericolo di collisione fisica fra satelliti, ma al fatto che, se non opportunamente spaziati, tali satelliti interferirebbero elettromagneticamente, ovvero i loro segnali soffrirebbero interferenze che degraderebbero in modo inaccettabile l'adempimento della funzione satellitare.

Alla FREQUENZA di TRASMISSIONE odierna, attorno ai 15 GHz, tale spazio vitale armonia a circa 2 gradi, il che implica che il massimo numero di satelliti si aggira sui 180, un numero abbastanza ridotto. Al momento attuale ci sono circa un centinaio di tali satelliti ed anche se il tasso di lanci dovesse rimanere costante, cosa assai improbabile, si potrebbe facilmente ed in un futuro molto prossimo, arrivare ad una vera e propria saturazione dell'orbita geostazionaria.

I paesi in via di sviluppo che oggi non sono ancora in grado di lanciare satelliti per comunicazioni, si trovano a dover affrontare una situazione quanto mai scoraggiante. Scoraggiante perchè quando essi saranno in grado di lanciare i loro satelliti, si potrebbero trovare dinnanzi ad una orbita totalmente saturata. Tali paesi hanno ripetutamente richiesto che precisamente perchè mancano legislazioni spaziali, si dovrebbe usare un "principio di etica dello spazio", quello cioè di assicurare un segmento dell'orbita per uso futuro, in riconoscimento dei loro sforzi futuri ed in generale del fatto che lo spazio dovrebbe essere considerato "patrimonio comune dell'umanità", "res comunis"' e non già traguardo e poi proprietà privata di quei pochi che oggi posseggono la tecnologica necessaria.

L'appello al concetto di "patrimonio comune dell'umanità" non è un appello ad una legislazione internazionale, è un appello ad un principio "etico" secondo il quale a tutti deve essere concessa la possibilità di raggiungere lo stesso livello di dignità.

La risposta dei paesi sviluppati è stata prevedibile. La saturazione dell'orbita geostazionaria non avverrà, si dice, poichè nuove tecnologie permetteranno di trasmettere non più a 15 GHz ma a 20GHz, il che apporterebbe una considerevole riduzione dell'ampiezza angolare del fascio ed un corrispondente aumento nel numero di satelliti collocabili in tale orbita. Si chiede ai paesi, che non sono ancora in possesso della tecnologie di oggi, di aver fiducia nelle tecnologie di domani le quali, bisogna pur ricordarlo, saranno esclusivamente in mano ai paesi sviluppati, tanto come lo sono oggi. Si rischia così di creare una nuova spirale di interdipendenza tecnologica che le scoperte spaziali si sperava aiutassero a ridurre, se non necessariamente ad eliminare del tutto.

Per quanto caritatevole uno voglia essere, il principio non espressamente enunciato ma chiaramente operante, del "primo venuto, primo servito", non ha un grande attrattivo etico e morale. Sfortunatamente, i grandi vantaggi economici che l'uso di tale orbita offre alle grandi compagnie internazionali di comunicazioni ha pesato sinora più delle considerazioni di natura morale.

B) Il secondo tema di cui vorrei parlare riguarda il DBS, la possibilità cioè che un paese trasmetta direttamente ai singoli cittadini di un altra nazione, qualora questi siano muniti di un disco ricevente.

I paesi in via di sviluppo contendono che lo scavalcare le stazioni nazionali riceventi, che costituiscono pur sempre un setaccio attraverso il quale un governo può filtrare l’informazione che gli proviene, può, col passare del tempo, influire in modo imprevedibile ed irreversibile sulla cattura, sulle tradizioni e sulle abitudini di quel paese. Una pioggia elettromagnetica dal contenuto indiscriminato potrebbe, si teme, danneggiare, attraverso un processo tanto più pericoloso quanto sottile ed invisibile, il tessuto culturale e sociale di una nazione. Lascio agli educatori l'immaginare i possibili effetti sulla gioventù, oggi già anche troppo propensa a sostituire "l’insegnante in classe" con l'insegnante attore offertoci dallo schermo televisivo. Anche assumendo, sotto la più caritatevole delle ipotesi, che tali trasmissioni fossero di natura puramente ricreativa e sportiva, una ipotesi difficile da difendersi su basi oggettive, una breve riflessione dimostra che ci troviamo dinanzi ad una problematica dalle forti implicazioni etiche e morali, proprio quelle considerazioni e preoccupazioni che le cosiddette "forze di mercato" non sono note per aver mai considerato in modo prioritario.

I paesi tecnologicamente avanzati, intravedendo enormi possibilità di mercato, si sono strettamente attenuti al principio della "libertà dell'informazione" ed in nome della medesima contendono che nessun governo ha il diritto di imporre limitazioni a quello che i suoi cittadini possono ricevere. Purtroppo il problema non è così semplice.

Io sarei dispostissimo ad accettare tale ipotesi qualora i paesi in discussione fossero culturalmente omogenei, come in gran parte lo sono i paesi europei. Lo scenario diventa assai diverso se si considera, per esempio, l'America Latina e gli Stati Uniti. I processi culturali, storici, e sociali che hanno caratterizzato la storia di questi due mondi sono così diversi da rendere reale lo spettro di uno squarcio del tessuto sociale del paese meno sviluppato. Questo non significa che si voglia mantenere un paese privo di informazione; il vero problema è che quello che viene trasmesso ha spesso poco o nulla a che vedere con il concetto di informazione vero e proprio. A mio avviso, il problema è molto serio. Poichè un paese non può proibire ad un altro di trasmettere, non rimane altra soluzione che sperare che il paese trasmettente eserciti un autocontrollo tanto più severo quanto più grande è la disparità culturale e storica fra i due paesi.

Purtroppo c'è il pericolo che proprio tale disparità rappresenti un irresistibile attrattivo per un diluvio indiscriminato di informazione, guidata solo dal traguardo del guadagno commerciale, un principio sul cui altare sono stati sacrificati valori anche forse più alti.

Come abbiamo visto, le tecnologie spaziali hanno creato, nella loro breve vita, una complessa problematica etica e legale, un fatto questo universalmente riconosciuto, come anche si è riconosciuto che alcuni di questi problemi sono di natura talmente nuova da richiedere un modo di pensare altrettanto nuovo. Ma la mente umana è per natura caratterizzata dalla tendenza opposta, quelle cioè di tentare di usare vecchi schemi provati ed affidabili, anche se ideati per ben altre situazioni. Questa metodologia, caratterizzata più da inerzia cha da originalità, ha la stessa probabilità di riuscita della quadratura del cerchio. Poichè la mente umana non ama le difficoltà ma i successi, si ha la tendenza ad accantonare i problemi complessi forse nella speranza che si risolvano magicamente da soli.

Ci si dedica quindi interamente alla parte operativamente sicura, lo sviluppo delle tecnologie, un investimento che dà frutti quasi immediati e certo molto tangibili. Ed allora, cosa succede? R. Oppenheimer, il grande scienziato americano che diressi i laboratori di Los Alamos, ebbe a dire molto acutamente che "technology is sweet", la tecnologia è dolce come uno zuccherino, dolce ed accattivante; l'uomo del XX secolo ha dimostrato una straordinaria abilità a navigare in questo nuovo mare. Il completamento di nuove imprese tecnologiche si è convertito nella nuova pista sulle cui corsie si giudicano le nazioni. È una corsa a mio avviso ingiusta e truccata poichè non si trattano i concorrenti con lo stesso metro.

Il richiamo, da coloro che hanno l'autorità morale di farlo, verso traguardi di natura non solo tecnologica, è un imperativo sempre più pressante. Quello che Oppenheimer riteneva "sweet" per alcuni paesi, sta diventando "bitter" per altri, troppi altri, un processo che non porterà certo ad un avvicinamento dei popoli.

Vorrei terminare con una nota di carattere positivo. Che cosa ci ha insegnato la conquista dello spazio?
Ci ha resi consapevoli del fatto che viviamo su un sottile strato della superficie del nostro pianeta confinante con il vuoto dello spazio. Ci ha insegnato quanto sarebbe pericoloso alterare il delicato bilancio ecologico, un messaggio che sorprendentemente molti sono recalcitranti ad accettare. Un maggior rispetto per il nostro pianeta credo possa essere considerato un messaggio di alto contenuto etico.
Ci ha insegnato umiltà.
Nell'analisi scientifica di qualsiasi tipo si assume di poter dimostrare che ogni evento possa essere razionalmente spiegato in termini di un evento precedente, evitando così di dover ricorrere ad una causa prima. Si racconta che Napoleone, all'atto della presentazione dei grandi volumi di Meccanica Celeste, chiese all'autore in quale capitolo avesse discusso la causa prima. L'autore rispose di essere riuscito a spiegare il moto dei pianeti senza dover invocare tale causa. La situazione è cambiata. Il Big Bang, ormai divenuto il modello cosmologico per antonomasia, confronta gli scienziati con una grandissima difficoltà di principio. Poichè le leggi della fisica non possono più essere applicate, si deve ammettere, anche se con grande reticenza e con toni soffusi, la presenza di una "causa prima". Figurativamente, il cosmologo moderno sembra aver scalato per anni la più ardua montagna della cordigliera del sapere, quella che riguarda l'origine dell'universo. Giunto faticosamente sulla vetta, si è trovato ad accoglierlo un gruppo di teologi che erano da secoli. Ecco perchè ritengo che la scienza e la religione abbiano raggiunto in questo secolo il loro "perielio", dopo l'esperienza dell'afelio galileiano.

Le ricerche spaziali sono anche state uno stimolo ed un catalizzatore per lo sviluppo di nuove tecnologie. Questo stimolo potrebbe sostituire quella funzione per le spinte tecnologiche che, per migliaia di anni, è stata la triste prerogativa delle guerre.

Per ultimo, permettetemi di citare un brano da una conversazione che avvenne in Grecia nell'anno 370 D.C. fra un maestro ed un alunno.
Socrate: Come terza disciplina potremmo scegliere l’Astronomia.
Glaucone: Certamente. L'essere infatti più pronti a percepire le stagioni e i mesi e gli anni, conviene non solo all'arte nautica ed agli strateghi ma anche all'agricoltura.
Socrate: Mi fai proprio sorridere, caro Glaucone. Tu sembri temere il giudizio del volgo che tu non abbia a parere di star ordinando materie di studio un po’ inutili.
Ma d'altronde non piccola cosa, anzi ardua, è il credere che in queste discipline si purifica e ravviva in ognuno l'intelligenza, languente ed offuscata dalle altre occupazioni di ogni giorno ma degna di essere salvata più di cento occhi. Solo con essa infatti si scorge la verità.