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L’Importanza della Geografia nell’era della globalizzazione

Nell’economia Fordista del periodo post bellico, prevalentemente incentrata sulla produzione manifatturiera, il capitale fisico e quello umano risultavano concentrati in sedi circoscritte, quali le fabbriche, localizzate in aree periferiche distaccate dalla città, relegate a luoghi residenziali, sociali, ludici, mentre nel momento, agli inizi anni 80’, in cui i fattori intangibili hanno acquisito pari importanza di quelli tangibili fino anzi a diventare in breve tempo più importanti perché più strategici, ed in particolare il fattore della conoscenza è diventato più importante del capitale fisico, il ruolo delle città nell’ambito dei processi economici si è spostato dall'essere ritenuto tangenziale e marginale fino a giocare un ruolo centrale come driver di competitività e sviluppo, prima locale e poi a livello di sistema-Paese. Inoltre, i lavoratori operanti in ambito della nuova economia della conoscenza e nello scenario di rapida ed esponenziale crescita delle interconnessioni tecnologiche, erano individui in grado di apportare come contributo il proprio valore aggiunto senza la necessità, come avveniva per gli operai delle fabbriche, di essere fisicamente concentrati in luoghi geografici. Come corollario di questo fenomeno si aveva che i ruoli di cittadino e lavoratore andavano a sovrapporsi, ossia la città stessa diveniva anche luogo di lavoro, e pertanto, in accordo alla teoria di uno dei più noti studiosi di fenomeni urbani, Richard Florida, iniziava a essere valida la legge di correlazione tra livello di creatività di una città e suo appeal nell’attrarre forza lavoro qualificata in settori legati alla economia della conoscenza e/o attrarre domanda di lavoro qualificata, cioè imprese. La teoria ipotizzata da Florida ha trovato talmente numerose conferme ed evidenze reali che è citato spesso come il teorema Florida e nel suo paradigma vale l’equivalenza che una città accogliente, diversa, tollerante, multietnica, riesce ad attrarre e mantenere sproporzionatamente elevati numeri di una importante classe di cittadini che lui definisce classe creativa. A sua volta, egli sostiene, come corollario positivo per lo sviluppo urbano, che tale connotazione attirerà le aziende e gli investimenti, (in particolare nei settori ad alta tecnologia), stimolando la crescita economica di quel territorio, sottolineando, pertanto, l'importanza per le città delle tre T: Talento, Tecnologia e Tolleranza.

Questi presupposti pongono le città in competizione e allo stesso tempo in rete tra loro.

Analizzare cause prime, fattori di contesto e motivazionali della geo-localizzazione delle imprese risultava cosa abbastanza semplice nel caso della economia tradizionale. Se nello stato del Maine si potevano trovare le principali aziende del comparto industriale dell’aragosta è perché è là che esse si pescavano. L’industria petrolifera americana è concentrata in Texas, Alaska e Lousiana perché li sono presenti ingenti giacimenti di petrolio. L’industria americana del vino è prevalentemente localizzata in California favorita da condizioni ambientali favorevoli. Si potrebbero citare numerosissimi altri esempi atti a verificare quel modello causale che correla geo-localizzazione a caratteristiche territoriali.

Più complessa risulta l’analisi della geo-localizzazione di imprese e soggetti operanti nella economia della conoscenza, soprattutto per l’esistenza di quello che può essere definito il paradosso della concentrazione geografica delle industrie innovative.

Consolidate teorie sulla agglomerazione, che mettono in evidenza vantaggi derivanti alla concentrazione di imprese in termini di fliere e reti, di produzione omogenea, di clusterizzazione, spiegano fenomeni di intensità moderata, come ad esempio la concentrazione dell’impresa dell’entertainment nella città di Los Angeles, ma non giustificano altrettanti fenomeni di intensità elevata, elevatissima che caratterizzano l’economia della innovazione. Ad esempio, l’industria mondiale delle nanotecnologie è concentrata in meno di 10 aree metropolitane.

Il paradosso nasce dal fatto che i massicci sviluppi delle tecnologie di comunicazione, in crescita esponenziale a partire dalla fine del XX secolo, facevano ritenere, per usare un termine proprio della fisica, il mondo invariante per posizione, ossia un mondo piatto come lo definiva Glaeser….

Il luogo sembra diventare un concetto obsoleto non più variabile di analisi dei fenomeni.

Se il luogo, e con esso l’intera geografia, perde valore, le città che ne rappresentano la sua configurazione evoluta, finiscono, pertanto, anch’esse per essere ridotte ad ambiti specifici di studio molto settoriali e verticali, da quello urbanistico, a quello sociologico, ma sempre in una dimensione locale di indagine e priva di ogni componente multidisciplinare.

Come poi evidenziato da una corrente della letteratura scientifica, invece la situazione sta in tutt’altri termini e le città sono elementi cruciali che coniugano dimensione locale e globale e possono essere trattate solo ed esclusivamente in termini multidisciplinari quali laboratori naturali di incroci tra fenomeni naturali, urbanistici, antropologici, economici, sociali, culturali, industriali.

La difficoltà di approcciare tale argomento è data dal fatto che occorre spiegare la coesistenza di fenomeni antitetici, quali principalmente una diffusa e generalizzata tendenza alla dispersione territoriale e urbana (il noto urban sprawl) e parallelamente un vistoso rafforzamento di nodi territoriali.

I dati reali mostrano che dagli inizi degli anni 80’ in cui la tecnologia dell’informazione ha assunto un carattere di diffusione globale, i quartieri economici delle principali città mondiali, Los Angeles, New York, Tokyo, Londra, Francoforte, San Paolo, Hong Kong e Sydney, sono cresciuti notevolmente e con essi sono cresciuti i costi di localizzazione, facendo pensare, pertanto, ad una geografia della contraddizione.

I dati mostrano anche che oltre al fenomeno, colto dai media che lo hanno reso erroneamente come unico e prevalente, relativo alla tendenza alla dispersione manifestata dal trasferimento di grandi imprese e dei loro quartieri generali dai centri delle principali città, un fenomeno parallelo a tale dispersione caratterizzava i centri delle città consistente nella proliferazione di piccole e medie imprese altamente specializzate nei settori della economia della innovazione.

L’analisi delle contraddizioni evidenziate in questa geografia della contraddizione deve partire proprio dal binomio locale-globale. Occorre andare oltre al vecchio sistema di lettura dei fenomeni economici, di origine imperialista-coloniale, basato su una precisa scala di corrispondenze, economia internazione-scambi tra Paesi, economia nazionale-Paese, economia locale-città, e capire che alcune città operano anche e in alcuni casi prevalentemente su scala sovranazionale.

L’economia globale non è e non deve essere considerata un’entità a se stante esterna agli stati nazionali, ma è, invece, l’ubicazione locale di attività transnazionali che determina una economia di calibro mondiale.

Tale ubicazione locale è una ubicazione fisica di risorse umane e materiali in un territorio che rappresenta la parte materiale di una eterea, per come viene descritta dai media, economia della innovazione, fatta di infrastrutture fisiche e caratterizzata da iper-concentrazione proprio di risorse materiali.

Finora la narrazione mediatica della economia della innovazione e della conoscenza, probabilmente per il carattere di primizia e di discontinuità rispetto agli scenari esistenti relativi alla economia tradizionale e per la capacità di stupire, è sempre stata totalmente incentrata sulla evidenziazione di tale carattere etereo, astratto e a-territoriale della innovazione globale, con il risultato che le città sono state totalmente offuscate rispetto agli elementi protagonisti di tali nuovi scenari.

La geografia della innovazione è stata spesso incentrata sul soggetto-impresa innovativa e raramente sul contesto territoriale innovativo in cui le imprese innovative sono insediate.

Ragionare in termini di luoghi e di città della innovazione invece che riferirsi a economie della innovazione nazionali, consente di spiegare anche fenomeni reali che stanno avvenendo in molti territori consistenti nel fatto che alcune città di paesi poveri crescono a dismisura in termini di sviluppo tecnologico e PIL e viceversa all’interno di paesi ricchi alcune città si impoveriscono sempre più.

Ciò che spesso sfugge ad una parte dei media e a parte degli studi della letteratura di settore è il fatto che la stessa dispersione genera a sua volta una intensa domanda di servizi specializzati del terziario avanzato, informatici, di consulenza, legali, contabili, assicurativi, etc., vitali per qualsiasi impresa che gestisca una rete di unità produttive, uffici e servizi e per ogni mercato che operi globalmente. La tendenza di tali servizi specializzati è ad una localizzazione in città in cui sono presenti competenze e risorse necessarie per la loro erogazione.

Le città in cui sono disponibili i servizi specializzati alle imprese diventano nodi territoriali di una rete transnazionale dando luogo ad una geografia della innovazione che prescinde dalla classificazione nota in città, provincie, nazioni, continenti e molto spesso tali città finiscono per avere caratteristiche e affinità omogenee con altre città in parti del mondo differenti e anche molto distanti, invece che con il territorio fisicamente circostante.

A riprova di ciò, la stessa Banca mondiale recentemente ha spostato l’asse delle sue analisi sulla produttività economica alla scala urbana al fine di desumerne correlazioni con gli andamenti macroeconomici, in totale inversione di rotta rispetto agli approcci seguiti finora, secondo cui la crescita economica andava espressa esclusivamente attraverso indici di rilevanza nazionale.

L’approccio ad una geografia della innovazione che guardi ad una rete di nodi transnazionali risulta, per ora almeno, d’avanguardia, perché finora l’unico orientamento dei lavori di ricerca sulla dimensione internazionale delle città è stato di tipo comparato, ossia basato sul confronto tra sole due città e soprattutto non sul sistema di relazioni tra esse intercorrenti.

Altro elemento caratterizzante quella che si è definita come la geografia della contraddizione, corollario della economia della innovazione, è la forbice sempre più ampia che si crea tra fasce di lavoratori nelle città della innovazione. Accade che i servizi specializzati di avanguardia alle imprese, che caratterizzano, come detto, tali tipologie di città a dimensione transnazionale, generano rilevanti volumi di altre tipologie di lavoro, di più basso livello, relativi ai servizi di supporto che ne consentono il loro espletamento: servizi di pulizia delle sedi in cui si esplicano le attività innovative, il fattorinaggio, la manutenzione tecnica di attrezzature e impianti, etc..

La diseguaglianza tra i salari dei lavoratori della innovazione e quelli relativi ai lavoratori dei servizi di supporto di più basso livello, sussiste ovviamente anche in ambiti di economia tradizionale, ma nelle città della innovazione tale gap è molto più marcato. Inoltre tali diseguaglianze sono amplificate nelle città della innovazione presenti nei paesi in via di sviluppo dove i salari dei lavoratori dei servizi di supporto sono minimi.

Tale fenomeno di coesistenza di salari ingenti legati a super profitti da attività innovative e salari molto bassi legati a servizi di supporto, sta generando effetti discorsivi nel mercato del lavoro e in quello immobiliare. In particolare quest’ultimo nelle città della innovazione ha completamente perso l’aderenza al territorio circostante ed è diventato parte di un sistema transnazionale: i prezzi di fitto e di acquisto di edifici posti al centro di New York, ad esempio, sono indicizzati rispetto ai mercati immobiliari di Londra o Francoforte piuttosto che rispetto al mercato immobiliare dell’area metropolitana di New York.

Di recente San Francisco è stata oggetto di una grossa campagna artistica e mediatica che ha sottolineato, a dispetto dello sviluppo tecnologico di tutta la Silicon Valley, l’aumento smisurato dei senza tetto e l’aumento dei trasferimenti, ad opera di intere fasce della popolazione del ceto medio, dal centro della città all’area sub urbana.

I centri delle città della innovazione sono diventati piazza di competizione sul mercato immobiliare da parte di colossi aziendali e multinazionali che hanno totalmente estromesso il ceto medio ed i piccoli operatori commerciali della economia tradizionale che erano residenti nella zona, costringendoli a spostare abitazione e sede della propria attività lavorativa.

 

Uno scenario, quindi, complesso quello che caratterizza la geografia e il ruolo che essa riveste in questa epoca di GLOBALIZZAZIONE.