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Petrolio, carbone, gas naturale. Tutte queste fonti hanno lunghi periodi di rigenerazione molto superiori ai tassi di consumo che ne condizioneranno l’uso attuale e futuro.

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Il Caspio - Ugo Bilardo -

Il filo conduttore nel groviglio di interessi che storicamente si agitano nella regione intorno al Mar Caspio riconduce al processo di disgregazione che ha investito negli anni ‘90 l’ex-Unione Sovietica, dall’Europa Orientale fino all’Asia Centrale, creando un quadro geopolitico frammentato in una moltitudine di nazionalità, non sempre rappresentative di popoli, cioè di etnie e culture omogenee e coese.

All’atto del collasso dell’Unione Sovietica nel 1992, otto repubbliche asiatiche e del Caucaso - Georgia, Armenia, Azerbaigian, Kazakistan, Kirgizistan, Uzbekistan, Turkmenistan e Tagikistan - ottenevano formalmente l’indipendenza.

La nozione estensiva di "regione del Caspio" abbraccia, oltre ai 5 paesi che si affacciano direttamente sulle sue sponde (Azerbaigian, Kazakistan, Iran, Russia e Turkmenistan) anche gli stati di nuova indipendenza dell’Asia Centrale che gravitano indirettamente sulla riva orientale (Uzbekistan e Tagikistan) e toccano il confine con la Cina (Kirgizistan).

Questi ultimi, insieme a Kazakistan e Turkemenistan (complessivamente la rampa di espansione asiatica del Caspio), costituiscono un’enclave politica e culturale assai diversa dai paesi dell’area transcaucasica (riva occidentale: Azerbaigian, Georgia, Ucraina, ma anche Armenia e Cecenia), con cui possono avere in comune soltanto l’esperienza dell’era sovietica.

I tentativi di valorizzazione delle RISERVE della regione caspica, nella sua più larga accezione geopolitica dall’Armenia all’Uzbekistan, hanno sempre dovuto confrontarsi e negoziare con i paesi che, assediandola geograficamente, l’hanno sempre tenuta in isolamento dai grandi mercati.

La contrapposizione degli interessi strategici intorno al Caspio ha visto esercitarsi per secoli l’antagonismo storico di Russia e Turchia per l’egemonia sul Caspio e sul Caucaso, e la permanente pressione dell’Iran, tradizionalmente proteso all’offerta di transito attraverso il suo territorio e di sbocchi commerciali sull’Oceano Indiano e sul Golfo Persico, ma soprattutto interessata a sventare le minacce di accerchiamento e sterilizzazione su tutto l’arco dei suoi confini.

È verosimile che l’interesse dell’Iran a diventare territorio di transito per le esportazioni dal Caspio punti ad obiettivi strategici a lungo termine, ma è stato più importante, al breve e medio termine, che si perseguissero, attraverso accordi swaps, soprattutto obiettivi immediati e funzionali alle strutture locali della geografia iraniana e alla rottura dell’isolamento commerciale delle nuove economie del Caspio.

Attualmente la maggior parte del greggio che raggiunge il porto iraniano di Neka sul Caspio è provienente da Kazakistan e Turkmenistan oltre che dalla Russia e costituisce un flusso di modesta entità, dell’ordine delle diecine di migliaia b/g, ma destinato a crescere in relazione ai programmi di sviluppo avviati in questi paesi, in attesa di cogliere accordi di trasporto di dimensioni organiche alla struttura produttiva nella sua scala regionale.

Sono in corso negoziati per ulteriori swaps con la compagnia canadese PetroKazakhstan per 22 mila b/g provenienti dal campo Kumbol, così come con il Turkmenistan per la realizzazione di una tratta ferroviaria che trasporti 20 mila b/g al porto di Bandar Abbas.

La reciprocità di interessi è il tratto saliente dello scambio (swap), che consiste nella importazione attraverso il porto di Neka di greggio proveniente in vario modo dalle concessioni in Kazakistan, Azerbaigian e Turkmenistan, da destinare alla raffinazione ed ai consumi interni iraniani, e nell’esportazione di un equivalente volume di greggio di produzione iraniana dai terminali del Golfo.

L’importazione di volumi crescenti di greggio dal Caspio presenta, quindi, il duplice vantaggio di svincolare dal fabbisogno interno una corrispondente disponibilità di greggio iraniano per destinarla all’esportazione, e di ridurre o annullare i costi del trasporto interno del greggio iraniano attraverso lo scambio.

La produzione di petrolio e gas iraniani è, infatti, localizzata nel Sud del paese, mentre le raffinerie e i centri di consumo sono concentrati nel Nord, per cui il meccanismo di scambio, si presenta in termini economici positivi per entrambe le parti.

La Naftiran Intertrade, sussidiaria della NIOC (National Iranian Oil Company), trasporta correntemente 50 mila b/g da Neka alle raffinerie di Teheran e Tabriz, mentre un equivalente volume di greggio iraniano viene imbarcato per l’esportazione, con un costo aggiuntivo di 2-3 $/b a carico degli shippers, che l’Iran chiede come corrispettivo dell’operazione di swap, sostanzialmente per coprire gli investimenti destinati alla ristrutturazione dei processi per la lavorazione dei greggi del Caspio, incompatibili con le raffinerie iraniane specie sotto l’aspetto dell’alto contenuto di zolfo.

In accordo con queste linee guida, nel 2003 la capacità dell’oledotto da Neka sul Caspio alla raffineria di Teheran (240 Km) è stata portata a 140mila b/g, con un investimento di 400 milioni di $, che rappresenta per la NIOC un primo passo per il trasporto del greggio del Caspio ai principali terminali iraniani di esportazione dal Golfo, l’isola di Kharg e Bandar-e ‘Abbas.

Il gioco si è complicato, già dalla seconda metà degli anni ’80, con l’ingresso degli Stati Uniti come nuovo attore, con interessi strategici che non sono semplicisticamente riconducibili alla dipendenza degli Usa dalle esportazioni dal Medio Oriente ed alle prospettive di sostituzione di queste con equivalenti forniture dal Caspio, ma piuttosto da inquadrare su un orizzonte più esteso e articolato, in cui è verosimile che l’analisi dell’interazione tra i vari fattori di rischio prevalga sull’impatto dei singoli eventi previsti.

Diversi elementi possono concorrere a determinare la posizione degli Usa, sia l’incalzare dei dati relativi all’espansione economica di paesi come Cina e India ed alla crescita accelerata del loro fabbisogno di energia, sia il progressivo declino della produzione di greggio nel Mare del Nord ed in altre aree, a fronte delle previsioni correnti sul fabbisogno mondiale giànel 2020, sia la mutata natura dei rapporti con l’Arabia Saudita dopo l’11 settembre 2001 e la stessa precarietà della leadership della dinastia wahabita in quel paese, sia infine la maturazione di una visione politica che attribuisce al problema delle infrastrutture di grande scala e al loro controllo almeno lo stesso rilievo che ha l’accesso alle RISERVE.

Tratto dal Libro: "Traffico Petrolifero e Sostenibilità Ambientale".
Co-Autore Dott. Giuseppe Mureddu