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Piani d'intervento per le maree nere - Giuseppe Muerddu -

Se il piano di intervento italiano dà adito a dubbi sulla sua praticabilità ed efficacia, che cosa dire di ciò che potrebbe avvenire in prossimità delle acque libiche, egiziane, turche, algerine, marocchine, etc., in aree per le quali non è stato predisposto alcun piano d'emergenza, dove non sono disponibili mezzi di intervento immediato ancora più esigui di quelli italiani, o, come nel caso delle acque libiche, non si riconoscono le convenzioni internazionali che consentono le necessarie operazioni di controllo, contenimento e clean up ?

Far fronte a una marea nera di grandi proporzioni, proprio per le caratteristiche politiche del Mediterraneo, non può non implicare interventi di carattere sovranazionale, creando forse drammatici problemi di coordinamento.

Tali problemi esistono al di là dell'emergenza di una marea nera del tutto accidentale.

Ma ritornando alla questione della eventualità di una grande marea nera accidentale, è forse ozioso domandarsi se esistono mezzi tecnici adeguati, strutture organizzative in grado di elaborare e gestire piani di intervento in molte zone a rischio del Mediterraneo?

E rimanendo in Italia, ci chiediamo se esistono programmi di emergenza per aree critiche quali possono essere considerate l'Adriatico, il Canale di Sicilia, lo stretto di Messina, il golfo di Napoli, etc.; se è sotto controllo l'età delle piattaforme off-shore al largo di Augusta, Gela, Ravenna, ecc.; se sono state garantite condizioni di sicurezza simulati scenari di emergenza per le torri di attracco esterne dei porti petroliferi (ad es. a Civitavecchia) in situazione climatiche estreme o nell'evenienza di impatti accidentali; se esiste da qualche parte un organismo e/o una struttura di conoscenza e controllo della dinamica delle esigenze di movimentazione del greggio nel Mediterraneo (in particolare nel Mediterraneo centrale), con capacità e poteri di previsione strategica e di decisione.

Nonostante i già menzionati progressi in termini di organizzazione, dotazione di mezzi di sorveglianza e intervento, e una maggiore consapevolezza dei problemi da affrontare tra gli operatori del settore, oltre che una più chiara percezione della immanenza del rischio anche da parte dell'opinione pubblica e dei governi, continua a permanere da parte di questi ultimi un atteggiamento di sottovalutazione e una sorta di tranquilla attesa di possibili incidenti nel Mediterraneo come di avvenimenti facilmente controllabili e comunque affrontabili con gli strumenti e l'organizzazione attuale.

Eppure utili insegnamenti dovrebbero essere tratti dall'esperienza delle maree nere verificatisi in passato.

Già l'incidente Exxon Valdez in Alaska nel 1989 aveva mostrato che, di fronte a grandi spandimenti di petrolio in prossimità delle coste, risultano di estrema rilevanza i ritardi, la sovrapposizione di competenze, l'insufficienza di mezzi appropriati, la mancanza di informazioni su alcune caratteristiche delle aree interessate, al punto da rendere in gran parte incontrollabili gli effetti della marea nera.

Se si pensa che in Alaska il sistema di allarme era ritenuto uno dei più efficienti del mondo e che esistevano diversi piani di emergenza già predisposti, non si può non meditare sul fatto che il primo piano di intervento iniziò a funzionare soltanto 45 minuti dopo che le autorità marittime avevano avuto notizia dell'incidente.

Altri esempi si sorprendenti e preoccupanti errori, inadeguatezze, ritardi sono rintracciabili nelle cronache degli incidenti dell'Erika e della Prestige .

Di quanto può dilatarsi il ritardo - decisivo per l'intera operazione di recupero e clean up -, in un bacino come quello mediterraneo, dove il sistema di allarme è addirittura assente in alcune aree e dove, anche nelle zone sotto sorveglianza non esistono piani di intervento o tali piani sono generici e confusi?

Soprattutto se l'incidente avviene in aree dove non esiste un sistema di allarme o dove non vigono neppure le norme delle convenzioni internazionali, sia per una mancata adesione alle stesse (come nel caso del litorale libico) sia perché di fatto non controllabili anche per la possibilità di situazioni conflittuali?

Analoghe considerazioni valgono per l'adeguatezza dei mezzi di contenimento: anche dove il dispiegamento di mezzi navali e aerei è stato imponente (Alaska, costa bretone, ecc.), così come è stata ampia l'utilizzazione dei moderni strumenti meccanici e chimici utilizzati, si sono registrate carenze, anche gravi.

È risultato necessario, ad esempio, un uso più ampio del previsto di sistemi di contenimento meccanico, dovendosi così affrontare il problema di carenza di impianti adeguati (soprattutto nei primi giorni di intervento, prima della loro raccolta da altre aree) mentre erano disponibili mezzi inidonei (in particolare, è risultata inadatta gran parte degli skimmers in dotazione).

Qual è la dotazione di mezzi disponibili nel bacino mediterraneo?

Qual è la capacità di risposta quantitativa e qualitativa alle necessità ipotizzabili nel caso di un oil spill di entità paragonabile a quella dell'Exxon Valdez o della Prestige?

Le difficoltà che si incontrano nell'effettuare una ricognizione anche sommaria dei mezzi disponibili nelle principali aree mediterranee sono un indice non rassicurante dell'incertezza in merito alla dotazione su cui contare.

Una sintesi delle capacità di risposta dei paesi mediterranei è fornita dalla tabella sottostante.

Oltre alla capacità di risposta tecnica nei paesi mediterranei in generale, non può non essere sottaciuto lo stato non del tutto tranquillizzante in cui si presenta in Italia l'organizzazione preposta alla gestione del controllo ordinario delle maree nere e ai piani di intervento.

Fino a qualche anno fa lo stesso piano di intervento del Ministero della Marina Mercantile italiano faceva riferimento ad una banca dati tanto generica quanto di oscuro accesso; oggi la situazione è cambiata, in quanto è stato demandato alle capitanerie di porto il coordinamento operativo degli interventi, e a una società (Castalia) il compito di attrezzarsi per l'emergenza.

Ad ogni modo il problema non si limita alla capacità di risposta italiana.

Il censimento dell'insieme dei mezzi disponibili in ambito regionale è di là da venire, anche se è uno dei punti di partenza per ogni ulteriore approfondimento sulle capacità di risposta ad un grave oil spill nel bacino mediterraneo.

C'è ancora molto da fare

In generale non si ha ancora la consapevolezza che il rischio di incidenti nel Mediterraneo è elevato e sistematico, dal momento che esso è funzione di cause strutturali: aumento della quantità di petrolio movimentato, carenza di strutture portuali, inadeguatezza delle norme internazionali.

Sugli elementi che consentono di valutare aspetti climatici, biologici e socioeconomici dell'insieme del bacino e di fare confronti con altri mari, il quadro delle informazioni meriterebbe di essere migliorato; i dati sono tutt'altro che completi, presentano una maglia con scala troppo larga, non sono abbastanza specifici per rispondere ai molti quesiti che pongono le modalità dei versamenti di petrolio.

Sono saltuari o comunque insufficienti anche i dati sul grado di INQUINAMENTO del Mediterraneo nel suo insieme e delle sue aree principali, così come mancano informazioni sistematiche sulle caratteristiche delle perforazioni offshore e del loro complesso impatto sull'ambiente marino; infine, non si dispone di una classificazione completa delle coste mediterranee in base alla loro vulnerabilità da INQUINAMENTO, in relazione sia alle caratteristiche idrologiche e a quelle socioeconomiche, sia, soprattutto alla sensibilità fisica all'impatto petrolifero, anche se tali informazioni sono in parte disponibili per l'Italia.

Pur in assenza di incidenti non concentrati in singole aree, non si è in grado di dire qual è la capacità di assorbimento del Mediterraneo (un mare con caratteristiche peculiari di insolazione, evaporazione, profondità e apporto di correnti).

L'ipotesi poi di un incidente di grandi proporzioni solleva dubbi sulla capacità di risposta dei paesi più attrezzati (includendo tra questi, con un po' di buona volontà, anche l'Italia) e desta serie preoccupazioni sugli esiti di azioni di contenimento recupero e ripristino in molte aree dove minori sono i controlli e più scarsi gli strumenti per intervenire.

Efficaci risposte tecniche nel Mediterraneo sono ostacolate non solo dai limiti di carattere generale della conoscenza scientifica e dalla lenta diffusione dell'innovazione tecnologica; ma anche da carenze conoscitive e difficoltà tecniche specifiche derivanti dalla configurazione geografica della regione.

Tratto dal Libro: "Traffico Petrolifero e Sostenibilità Ambientale".
Co-Autore Prof. Ugo Bilardo