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Le centrali nucleari. L'energia che scaturisce dal bombardamento dell'uranio con neutroni. Il processo di 'fissione/fusione nucleare'. Il problema della radioattivitą e delle scorie.

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Nucleari quali rischi? - Agostino Mathis -

Gestione dei residui radioattivi e smantellamento degli impianti

La tecnologia dell’energia nucleare, a differenza delle tradizionali fonti fossili, è l’unica che fin dall’inizio si è assunta la piena responsabilità della gestione dei propri residui, tenendo totalmente conto dei relativi costi nel prezzo dell’energia prodotta. Inoltre, le quantità di residui prodotti dal nucleare è estremamente limitata rispetto alle alternative fossili. Una centrale da 1000 MWe a carbone produce all’anno anche 6 milioni di tonnellate di CO2, che di norma vengono immesse nell’atmosfera, e 400.000 tonnellate di ceneri (anch’esse radioattive, sia pur debolmente, per gli elementi pesanti presenti nel carbone), da sistemare in qualche modo sul territorio. Una centrale nucleare della stessa potenza, invece, scarica ogni anno non più di 30 tonnellate di elementi di combustibile irraggiato (pochi metri cubi): questo può essere conservato anche per decenni in piscine presso l’impianto, in attesa di decidere se portarlo come tale in un deposito definitivo, oppure se ritrattarlo per ricavarne il prezioso patrimonio di materiale fissile (Uranio 235 e Plutonio 239) e fertile (Uranio 238) in essi ancora contenuto, da utilizzare in altri reattori. In questo secondo caso, dopo il ritrattamento restano da sistemare solo 3 metri cubi di residui vetrificati (che è ciò che alla fine resta per un intero anno di funzionamento di una centrale da 1000 MWe). In ogni caso, in 40 o 50 anni la radioattività dei residui si riduce di 1000 volte: non c’è quindi alcuna urgenza di allontanare tali residui dalla centrale, anzi conviene attendere finché possibile od opportuno. Per quanto riguarda la sistemazione finale dei residui ad alta attività, la tendenza oggi è di fare depositi reversibili, in quanto le prossime generazioni potrebbero vedere tali materiali (ricchi di elementi rari) come una risorsa da valorizzare.
La Svezia ha scelto recentemente il sito per il deposito geologico dei propri residui ad alta attività, dopo un lungo lavoro preparatorio ed una gara accanita tra due Comuni per ospitare l’iniziativa (cosa evidentemente inconcepibile in Italia!): il fatto è che ospitare una tale iniziativa assicura alla regione interessata, per un lunghissimo futuro e senza alcun rischio, una notevole massa di investimenti ed una grande opportunità di occupazione molto qualificata. Per il Comune perdente, il governo svedese ha comunque riservato una consistente indennità “di consolazione”.
Per quanto riguarda lo smantellamento dei vecchi impianti nucleari, già al 2005 nel mondo otto centrali erano state completamente smantellate, ed i relativo siti rilasciati per qualsiasi altro tipo di utilizzo. Anche qui evidentemente l’Italia non fa testo, e comunque non vi è nessuna urgenza di smantellare le vecchie centrali, ed anzi più si attende e più, come si è detto, si riduce la radioattività ed il costo dei lavori di smantellamento.

La radioattività e l’energia nucleare

Per valutare questo argomento occorre partire da dati di fatto. L’unità di misura che tiene conto degli effetti biologici delle radiazioni è il sievert (Sv). La dose media ricevuta da ogni individuo nel mondo è 2,4 millisievert all’anno (mSv/anno), ma può variare da 1 a 10 mSv/anno a seconda delle località (anche in Italia, a seconda che il terreno sia di origine biologica, come i calcari, oppure vulcanica, come i tufi e le lave). Tuttavia, non si rilevano differenze apprezzabili sullo stato di salute degli abitanti. Di quella dose media, l’85% ha cause naturali (gas Radon dal sottosuolo, suolo, raggi cosmici, materiali edili, cibi), il 14% è dovuto alle diagnosi ed alle cure mediche (radiografie, radioterapie), mentre soltanto l’1% è dovuto alle attività dell’industria nucleare. In ogni caso, per il pubblico la dose ammessa, proveniente da impianti per l’energia nucleare (dalle miniere alle centrali), è di norma pari a 1 mSv/anno al di sopra del fondo.
Tra le fonti delle sue preoccupazioni, il Signor Sabin cita la TRASMISSIONE di Report su RaiTre del 29 marzo u.s.: anch’io l’ho seguita, e purtroppo mi è apparsa come una ulteriore dimostrazione del livello a cui sono giunti in Italia molti mezzi di comunicazione su questo argomento. Sarebbe lungo discutere punto per punto quella TRASMISSIONE, anche se dispongo di un documento in merito. Tuttavia,  riguardo alla radioattività intorno agli impianti nucleari, posso citare una nota della Health Physics Society, che tra l'altro afferma:
Induced radioactivity from a properly operating and well-shielded nuclear reactor is so small, compared with that already present naturally, that it would be difficult (if not impossible) to measure. That is why we do not consider people and materials exposed to the small radiation fields around commercial nuclear power plants and research reactors to be contaminated—the amount of additional radioactive material created by the neutrons is vanishingly small.
La radioattività indotta da un reattore nucleare funzionante correttamente e ben schermato è così piccola, confrontata con quella già presente in natura, che sarebbe difficile (se non impossibile) da misurare. Questo è il motivo per cui noi non prendiamo in considerazione che persone o materiali esposti ai piccoli flussi di radiazione intorno agli impianti nucleari commerciali di potenza ed ai reattori di ricerca possano essere contaminati – l’ammontare di materiale radioattivo creato dai neutroni è del tutto trascurabile.
Se poi talvolta si rilevano concentrazioni anomale di certe patologie intorno ad impianti nucleari, occorrerebbe anche valutare a fondo altre possibili cause (ad esempio in Germania, nella regione di Kruemmel, le cause potrebbero anche ricondursi all’elevato tasso di INQUINAMENTO, chimico e non nucleare, dell’area intensamente industrializzata di Amburgo). Riguardo poi ai citati livelli crescenti di radioattività misurati avvicinandosi ad un impianto nucleare, occorrerebbe vedere con che criteri erano state fatte quelle misure, tenendo presente che esse dipendono molto dal terreno e dagli oggetti prossimi agli strumenti (come noto, recentemente si è trovato che un tratto di un marciapiede di Torino emette una radioattività cinque volte superiore alla media della città, pur rimanendo, penso, entro limiti non pericolosi). Dentro una centrale, poi, nel nocciolo del reattore si troverà ovviamente una radioattività elevatissima, ma gli operatori lavorano in sale controllo ed altri ambienti che sono solidissimi e superschermati, e che si possono ritenere, anche per esperienza personale, tra i luoghi più sicuri persino in caso di guerra atomica o di terremoto catastrofico…

I nuovi impianti nucleari in costruzione

La lettera infine si conclude con un’informazione del tutto inesatta, dove si afferma: “L’unico Paese industrializzato che sta costruendo una centrale è la Finlandia”. In realtà, al 1° giugno 2009 i reattori in costruzione, oltre a quello in Finlandia, sono 44, di cui 12 sono in Cina, 8 in Russia, 6 in India, 5 in Corea del Sud, 2 in Canada, 2 in Giappone, 2 in Slovacchia, 2 a Taiwan, 1 in Francia, 1 in Argentina, 1 in Iran, 1 in Pakistan, 1 in USA (dove a breve si aggiungeranno i sette che, come detto, sono stati recentemente approvati dal Governo). Questo quadro conferma il grande rilancio dell’industria nucleare nel mondo, di cui solo i paesi responsabili e lungimiranti sapranno avvantaggiarsi.