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Le centrali nucleari. L'energia che scaturisce dal bombardamento dell'uranio con neutroni. Il processo di 'fissione/fusione nucleare'. Il problema della radioattivitą e delle scorie.

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Le caratteristiche del nuovo mercato nucleare - Roberto Adinolfi -

Sulla scia della storia degli ultimi venti anni, proviamo a prefigurare  come sarà allora il futuro mercato nucleare.
La prima considerazione che salta agli occhi da quanto fin qui detto è che anche il settore nucleare, in passato contraddistinto da forti connotazioni nazionalistiche, è ormai caratterizzato dall’internazionalizzazione.

Su scala internazionale si muovono tutti i leaders tecnologici, ma principalmente su scala internazionale sempre più operano anche i clienti: questo è palese in Europa, dove la liberalizzazione e l’interconnessione crescente delle reti ha portato ormai all’abbatimento delle frontiere interne e spesso anche di quelle esterne all’Unione (si pensi ad esempio alle progettate interconnessioni mediterranee); ma comincia ad essere vero anche tra continenti diversi, con l’affacciarsi delle grosse utilities su mercati molto distanti dalla loro sede storica, grazie all’unbundling, un po’ ovunque, della produzione dalla TRASMISSIONE e dalla DISTRIBUZIONE.

L’altra considerazione riguarda la standardizzazione: processo, come abbiamo visto, fortemente voluto dagli stakeholders per abbattere i costi del nucleare, evitando da una parte gli aggravi, spesso inutili, delle personalizzazioni in sede progettuale e dall’altra consentendo di ammortizzare i costi di sviluppo tra più impianti.

Ovviamente, le due caratteristiche si sostengono a vicenda, sono quasi due facce della stessa medaglia: è possibile internazionalizzare perché il prodotto è standard, è possibile standardizzare perché c’è l’opportunità di superare le ristrettezze dei mercati nazionali, spesso troppo piccoli.

Cosa si oppone ancora a questi processi?

In Europa, il maggior ostacolo è rappresentato dal fatto che le Autorità di Sicurezza sono ancora organismi prettamente nazionali.

Qualche segnale positivo a riguardo comincia comunque ad apparire: ad esempio, la costituzione di un’associazione (su base volontaria) delle autorità dell’Europa occidentale (West European National Regulatory Agencies, WENRA), o anche la recentissima approvazione della prima direttiva europea in materia di sicurezza nucleare.

Altro ostacolo sono gli standards, ancora diversi da Paese a Paese, e non solo in Europa. In verità questo è un problema non specifico del solo settore nucleare, ove anzi vige spesso la regola che si può non applicare uno standard se ci si assume l’onere della dimostrazione, per via teorica o sperimentale, del soddisfacimento dei requisiti di sicurezza alla base dello standard stesso.

Infine, l’ultimo ostacolo, forse il più subdolo, può essere quello della CERTIFICAZIONE di qualità: spesso fatta non tanto con riferimento a criteri oggettivi, quanto piuttosto sulla base di gradimento o meno da parte del fornitore principale.

Globalmente, però i processi sembrano ormai ben lanciati e di fatto inarrestabili: bisognerà quindi che anche l’industria italiana, nel riaffacciarsi al nucleare, non faccia l’errore di guardare al solo mercato interno, ma si organizzi per competere su mercati più ampi, pena ritrovarsi ben presto in affanno per problemi di sottodimensionamento competitivo.

Da ultimo, mi preme notare come questi processi in atto comportino anche il superamento di alcuni stereotipi ai quali c’eravamo in passato abituati: ad esempio, perde di significato la scelta nazionale di filiera, che pure è stata ripetutamente evocata come una primaria necessità, nel dibattito recente sulla riapertura del nucleare in Italia.

Certo, ciò derivava dall’esperienza negativa dell’inizio anni ’70, quando il nascente programma nucleare italiano fu a lungo ritardato (tanto da impedirne il tempestivo decollo e causarne quindi il fallimento, al di là dell’occorrenza di Chernobyl) dai conflitti fra fautori dei PWR e fautori dei BWR.

Ma la scelta di filiera nazionale si rendeva necessaria, a quel tempo, proprio per assicurare un minimo di standardizzazione e consentire di focalizzare le risorse industriali in un’unica direzione. Oggi questi obiettivi sono superati dal fatto che le industrie produttrici perseguono una standardizzazione a livello internazionale e che i produttori di energia elettronucleare ottimizzano i loro costi di esercizio scegliendo una propria filiera, indipendentemente dal singolo Paese nel quale sono collocati i propri impianti.