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Le centrali nucleari. L'energia che scaturisce dal bombardamento dell'uranio con neutroni. Il processo di 'fissione/fusione nucleare'. Il problema della radioattivitą e delle scorie.

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Black Out in Italia e problema energetico - Sergio Orlandi -

Ci sono state avvisaglie varie durante l’estate del 2003; si sono ripetuti quasi giornalmente distacchi di carichi elettrici dalla rete di DISTRIBUZIONE per sovraccarico; si parlava tranquillamente di elevato numero di macchine di condizionamento connesse alla rete per fare fronte all’eccessivo caldo di un’estate sahariana, ma terribilmente umida.

Anche nel mese di agosto, con aziende ferme e senza riscaldamenti. Poi è successo l’irreparabile la notte di domenica 28 Settembre ore 3.30: progressivamente l’intero Paese è finito in disarmo, è rimasto al buio.

Nello stupore generale, fra la sorpresa di tutti coloro, volenti o nolenti, tragicamente colpevoli. Il disagio è stato totale sia pure all’alba di un giorno di festa. Al buio, senz’acqua (mancanza di alimentazione ai sistemi di pompaggio), senza servizi igienici elementari funzionanti, con elettrodomestici ed ILLUMINAZIONE irreversibilmente spenti, con gli ospedali in emergenza alimentati dai gruppi elettrogeni di emergenza a durata limitata: situazione da terzo mondo e non da potenza industrializzata onorata di sedere nel Gruppo del G7 o pseudo simili.

La reazione del paese è stata inverosimile: una corsa alla ricerca di un colpevole, piuttosto che un’analisi spietata e critica della situazione devastante della produzione e DIPENDENZA ENERGETICA del nostro paese.

È successo che un albero (per temporale o vento) toccasse la rete di TRASMISSIONE dell’energia elettrica che dalla Svizzera porta alla Francia ed in Italia via Piemonte, facesse ponte e su segnale di sovraccarico fosse inviato segnale di apertura del circuito ed interruzione della DISTRIBUZIONE; a macchia d’olio, in un sistema di DISTRIBUZIONE fortemente interconnesso a livello internazionale, tale segnale ha portato a indicazione di sovraccarico anche sulla linea di DISTRIBUZIONE di back up che dalla Francia alimenta l’Italia.

A valanga l’Italia si è trovata all’improvviso privata dei suoi 20000 MWatt in una piovosa domenica mattina.  I 20000 MW sono la quantità di energia importata costantemente dal nostro paese: anche oggi a quasi tre anni di distanza.

L’importazione di energia è un fenomeno largamente diffuso nel nostro paese dai lontani anni 80 quando, in tempi di referendum e petrolieri, andava di moda affermare che l’energia è un bene della stessa valenza delle patate o degli HiFi: si può comprare all’estero, senza doverla produrre obbligatoriamente in casa.

Vale a dire non è un prodotto strategico che ha l’obbligo d’essere prodotto dal paese che ne usufruisce. Così è stato e così si è finito per smettere di costruire nuovi impianti per la generazione di energia (di qualsiasi natura, policombustibile, carbone o turbogas o idroelettriche) per comprarla all’estero. Scoprendo poi (i grandi profitti dell’economia) che comprare energia all’estero costava anche molto meno che produrla in casa.

È per tale ragione che di notte il carico della rete è garantita dall’energia importata (l’importazione è costante e continua, non saltuaria nel tempo, anche perché l’energia non si può immagazzinare) e si distaccano dalla rete le centrali interne di produzione: anche per fare profitto. Ed in tempi di privatizzazione del produttore Nazionale (ENEL) non si poteva non sposare integralmente la logica del profitto.

In tale modo, anche domenica scorsa, venendo a mancare d’un colpo, sia dalla linea di alimentazione normale che di back up, l’energia importata, la rete si è trovata senza carichi elettrici e, per effetto domino progressivo, anche quelle poche già in rete sono state automaticamente staccate. Ed è stato il buio totale.

Il problema è complesso ed articolato; ed i colpevoli sono tanti e non solo quelli che hanno in gestione la rete e per indolenza non hanno preso sul serio l’informativa che vedeva gia alle tre di notte in difficoltà la rete di DISTRIBUZIONE in Svizzera ed ha continuato a fare la cicala fino all’irreparabile.

È colpevole da molto lontano chi una decina d’anni fa ha deciso che l’energia non è un prodotto strategico ed è più utile e vantaggioso comprarlo all’estero alla stessa stregua di un paio di jeans o di un hi-fi. 

È colpevole chi ha dimenticato gli interessi strategici di una Nazione per privilegiare i bilanci di una società in via di privatizzazione, cancellando quasi totalmente i costi di investimento a medio e lungo termine (costruzione di nuovi impianti).

È colpevole chi ha voluto una rete di DISTRIBUZIONE dell’energia così fortemente interconnnesa in Italia ed in Europa: dalla catastrofe si è salvata la sola Sardegna perché ancora non fortemente interconnessa alla rete di DISTRIBUZIONE del Gestore. 

Come in informatica è l’era dei PC interconnessi a reti locali (monadi di reti fra loro autonome ma pur connesse ), così lo stesso schema deve essere trasferito al modello di rete per la DISTRIBUZIONE di energia: non più rete unica, ma reti locali fra loro interconnettibili o sconnettibili.

È colpevole chi ha deciso per referendum strumentalizzati opportunamente di smettere nella costruzione di impianti nucleari e di dismettere in contemporanea anche quelli già in funzione: tutto in nome di un referendum che poneva a giudizio degli elettori discutibili questioni tecniche e non esplicitamente la volontà di costruire impianti nucleari in Italia; a valle del disastro Chernobyl, successo nell’aprile dell’86, l’esito non poteva che essere scontato. Ma è colpevole chi ha sottoposto a referendum un problema così complesso e di valenza strategica per il paese: è come mettere a volontà referendaria la necessità o meno di pagare le tasse.

L’esito sarebbe scontato. Si sono buttati al vento migliaia di miliardi di lire (valuta anni 90), senza rispetto alcuno del denaro del contribuente. In più siamo stati chiamati a pagare e paghiamo ancora un’addizionale sul Kilowattora per effettuare lo smantellamento degli impianti in dismissione. Senza decommissioning alcuno degli impianti nucleari italiani.

Poi a black out avvenuto, l’Italia è stata rimessa in piedi totalmente soltanto nel primo pomeriggio di domenica 28 settembre. Ma l’Italia del Nord già verso le dieci aveva risolto i problemi di alimentazione di energia.

Questo perché a black out totale avvenuto, tutte le centrali italiane sono state spente; il riavvio delle Centrali richiede l’ausilio di una macchina di avviamento che per le centrali del Nord è rappresentato dalle centrali idroelettriche capillarmente diffuse nelle nostre Alpi; il Sud, privo di tale tipologia di impianti sempre funzionanti, anche se sconnessi dalla rete, ha dovuto attendere il riavvio di altri gruppi facenti funzione in cascata di macchine ausiliarie.

Ciò insegna che in un Paese come il nostro si ha bisogno di grossi impianti poli-combustibile come di piccole centrali idroelettriche, aventi larga flessibilità d’uso ed adattabilità nelle situazioni di transitorio.

Ora si urla e si cerca di correre ai ripari. Si fanno leggi obiettivo capaci di sbloccare i grossi investimenti pubblici in materia di produzione di energia.

Il problema è che si resta comunque prigionieri, senza un piano energetico nazionale serio, di logiche davvero poco strategiche: vogliamo costruire impianti poli-combustibile (alimentazione a petrolio o carbone) oppure turbogas (alimentazione a gas ) interni al nostro paese per diminuire l’importazione di energia dalla Francia e garantirsi un’autonomia di consumo; allo stesso tempo finiamo prigionieri dei paesi produttori di petrolio (tutti caratterizzati da forte instabilità politica, vedi Paesi Arabi) o dei paesi produttori di gas (di provenienza generalmente algerina).

Insomma, è rimasto solo da scegliere la corda con cui impiccarsi: ma morire si deve inesorabilmente come risultato di una politica energetica dissoluta, insensata e stravagante.

Per un argomento così delicato andavano fatte scelte oculate: la differenziazione delle dipendenze dalle fonti energetiche è fondamentale nel risolvere tale rebus.

Policombustibile, turbogas, nucleare, eolico, celle combustibile, solare: tutte tali scelte sono meritorie nel risolvere tale problema. Compreso la scelta del nucleare frettolosamente ed indecorosamente abbandonate grazie a politicanti di basso livello ed ambientalisti fautori esclusivi dei propri interessi e di quelli dei petrolieri.

Oggi il ritorno alla scelta del Nucleare, come sta avvenendo per paesi come Francia e Usa è quasi improponibile: il referendum non ha soltanto buttato denaro al vento fermando la costruzione e dismettendo le centrali funzionanti, ma ha dilapidato quel patrimonio di conoscenze teoriche e tecnologiche innovative che solo il nucleare occidentale sapeva garantire.

Non esiste più un tessuto industriale italiano capace di produrre in Italia componentistica di alto livello di qualità ed affidabilità; per la costruzione della Centrale di Cernavoda Unità 2 in Romania da parte di Ansaldo Nucleare, l’approvvigionamento dei componenti in classe ASME (alta qualità ed affidabilità) è stata fatta approvvigionando componenti e sistemi negli Stati  Uniti o in Francia.

Per questo occorre riferire un grazie accorato a tutta quella classe politica ed ambientalista degli anni 80 e 90 che così bene ha fatto per il nostro paese.

Ora siamo qui a piangerci addosso ed a scaricare responsabilità secondo l’ottimo ed usuale costume italico: siamo i migliori, ma in compenso siamo capaci a fare nulla. Ed a decidere nulla. Laddove occorre meno creatività e più organizzazione diventiamo un Paese da terzo mondo: senza offesa per il terzo mondo, che ha solo bisogno di ricchezza. E mai dell’organizzazione italica.