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Le centrali nucleari. L'energia che scaturisce dal bombardamento dell'uranio con neutroni. Il processo di 'fissione/fusione nucleare'. Il problema della radioattività e delle scorie.

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Creato da Tommaso Sinibaldi « clicca sul nome per leggere il curriculum dell'autore

Il Nucleare in Italia? Un falso problema - Tommaso Sinibaldi

Un falso problema con cui si nasconde ed evade il problema vero, che è quello che l’Italia si sta dando il sistema termoelettrico più caro e più rigido d’Europa e forse del mondo (ma questa è un’altra storia).

Il petrolio è diventato scarso e carissimo : non c’è alternativa, il nucleare è una necessità.
E’ un’asserzione del tutto inconsistente : il nucleare serve solo per produrre energia elettrica e oggi nel mondo nessuno fa più energia elettrica con petrolio (con olio combustibile per essere più esatti) né pensa di farla in futuro.

Ricorrendo al nucleare si diversificano le fonti di approvvigionamento.
Vero. Col nucleare, come appena detto, si può solo produrre energia elettrica . Oggi in Italia per la produzione elettrica la fonte di gran lunga più consumata è il gas: con il nucleare quindi potremmo ridurre le nostre importazioni di gas. Per dare un ordine di grandezza : se l’Italia avesse un parco nucleare pari a quello attuale del Regno Unito (circa 12.000 MW) potrebbe risparmiare 12,6 MTEP di gas, cioè circa il 20% delle attuali importazioni.

Ricorrendo al nucleare l’Italia ridurrebbe le emissioni di CO2.
Certo. Col nucleare non si ha alcuna emissione di gas. Per restare nell’esempio quantitativo proposto, se l’Italia avesse un parco nucleare pari a quello attuale del Regno Unito le emissioni di CO2 si ridurrebbero di 29 Mt/anno (circa il 15% del totale nazionale) ipotizzando di sostituire gas e addirittura di 61 Mt/anno se immaginassimo di sostituire carbone (ma quest’ultimo esempio non è congruo perché oggi l’Italia non ha 12.000 MW a carbone).

In Italia i consumi elettrici crescono e gli impianti sono insufficienti.
Non è vero: i consumi crescono assai poco (e potrebbero non crescere del tutto se si adottassero politiche tariffarie e fiscali adatte) e negli anni scorsi sono stati costruiti molti impianti (tutti a CICLO COMBINATO ahimè, cioè a gas) che hanno praticamente colmato il deficit di potenza.
Questa situazione è d’altronde comune a tutti i grandi paesi europei. Ovunque i consumi elettrici crescono ormai poco e negli anni 70 – 90 si è costruito molto, quindi oggi il fabbisogno di nuovi grandi impianti è assai ridotto. Ad esempio in Francia non si programmano nuovi impianti fino al 2019 e questa data potrebbe essere spostata di altri 10 anni se si decidesse che la vita utile degli impianti nucleari può essere portata a 50 anni (attualmente è convenzionalmente stabilita in 40 anni, inizialmente, all’atto della progettazione, era stabilita in 20 anni).

I costi dell’energia elettrica da nucleare sono i più bassi: il nucleare è conveniente.
In realtà i costi dell’energia elettrica da nucleare sono sconosciuti e in pratica non conoscibili. Ciò che si può conoscere (e si conosce) sono i prezzi a cui l’energia elettrica da nucleare viene venduta (ma è una cosa diversa). Ad esempio sappiamo che da anni la Francia vende energia nucleare a prezzi assai bassi (ma la situazione sta cambiando). Ciò dipende dalla struttura dei costi dell’energia elettrica da nucleare, che presenta costi variabili bassissimi e costi fissi assai elevati. Data questa struttura – in una situazione di capacità sovrabbondante (come si è trovata la Francia negli scorsi anni) - produrre e vendere, anche a prezzi assai bassi, conviene comunque: infatti è sufficiente che il prezzo superi il costo variabile perché si produca un margine di contribuzione.
Perché, come appena affermato, i costi dell’energia nucleare sono in pratica non conoscibili?
Una centrale nucleare è un investimento che ha una struttura di “cash flow” del tutto particolare, direi unica rispetto a qualsiasi altro investimento industriale.
Vi sono prima alcuni anni di cash flows  fortemente negativi (la spesa per la costruzione della centrale), poi un lungo periodo di cash flows positivi (la produzione : inizialmente previsto in 20 anni, questo periodo è stato allungato a 40 e forse a 50 anni), poi un altro lungo periodo di cash flows negativi, modesti ma non trascurabili, corrispondenti al lungo periodo (30 -50 anni ) in cui la centrale, cessata la produzione, rimane tal quale in decontaminazione (e ha costi di sorveglianza e custodia) ed infine la demolizione vera e propria e la bonifica del sito che hanno costi elevati.
Quali siano i costi del “decommissioning” (decontaminazione+demolizione) è una questione ancora assai incerta, anche perché ancora nessun grande impianto ha concluso questa fase. Basti qui ricordare che la UK Nuclear Decommissioning Authority ha valutato in “almeno”70 miliardi di sterline il costo del decommissionig dell’intero parco nucleare inglese. E’ una cifra enorme : si pensi che il costo di ricostruzione odierno, secondo la tecnologia più moderna disponibile, dell’attuale parco nucleare inglese (circa 12.000 MW) si può valutare intorno ai 12 miliardi di sterline.
Ciò premesso, chiunque abbia un minimo di confidenza con i metodi con cui normalmente si valutano gli investimenti industriali (DCF, present value etc.) , tutti basati su uno sconto dei flussi di cassa futuri, capisce immediatamente come questi metodi rendano trascurabili costi che insorgono a 50 o addirittura a 100 anni dall’anno iniziale : e questi costi invece sono certamente tutt’altro che trascurabili. Ma anche chi non ha confidenza con questi metodi credo possa intuire immediatamente come sia difficile – diciamo pure impossibile – valutare credibilmente costi ingentissimi che intervengono a 50 o 100 anni di distanza.

Il nucleare è un buon affare?
Dalle poche e rapide cose che si sono sin qui dette sembra proprio che la risposta sia : no.
Si noti per inciso che nelle considerazioni fatte si è del tutto trascurato il problema delle scorie che – anche restando sul piano solo economico – comportano costi notevoli per il trattamento e lo STOCCAGGIO.
D'altronde se guardiamo ai paesi con una lunga, consistente e consolidata storia di nucleare i segnali che ne giungono vanno in questa direzione.
Negli Stati Uniti è ormai dal lontano 1979 che non si hanno ordini per nuovi impianti : l’industria delle costruzioni nucleari è stata in pratica smobilitata.
In Gran Bretagna all’atto della privatizzazione del settore elettrico alcuni anni fa, si è visto che il settore nucleare non era privatizzabile anche perché nessun privato lo voleva : la già citata stima  del costo complessivo del decommissioning  ne spiega subito il perché.
In Francia quando, in ottemperanza alle direttive europee, si è discusso di privatizzazione dell’EdF , è stato messo in luce il fatto che il capitale netto dell’EdF era ormai nullo.

Il nucleare ha un futuro?
Sembra che due cose emergano con chiarezza:
1)- Lo “imprenditore” del nucleare non può che essere pubblico, o quanto meno con una garanzia di “soccorso” pubblico almeno per la fase del decommissioning (ma aggiungerei senz’altro anche lo STOCCAGGIO delle scorie). Tale garanzia può essere più o meno esplicita, ma di fatto c’è in tutti i principali paesi europei (Francia, UK, Germania, Spagna) . Nessun imprenditore privato può imbarcarsi in una impresa che ha costi enormi e ancora assai incerti e che si svolgono nell’arco di quasi un secolo. E, tutto sommato, è un bene che sia così.
Ciò sembrerebbe portare alla  conclusione che negli USA il nucleare non ha futuro. Negli USA infatti ci sono resistenze probabilmente insormontabili ad un operatore pubblico o ad una garanzia dello stato su di una attività industriale.
2) Il futuro del nucleare si gioca in larga misura sul decommissioning.
Il decommissioning è un problema che tutti i paesi oggi nucleari dovranno, fra qualche anno o decennio, affrontare su larga scala. L’interrogativo è : quanti di questi paesi, una volta imboccata la lunga, problematica e costosa strada del decommissioning sostituiranno le  centrali radiate con altre centrali nucleari? Finora solo la Francia ha dato una esplicita risposta affermativa a questo interrogativo.
Per dire se il nucleare ha un futuro quindi bisogna guardare alla Francia.

Il nucleare è sicuro?
Ho lasciato per ultimo questo quesito e non a caso.
Sull’argomento sono stati versati fiumi di inchiostro. Mi limito ad una considerazione “emotiva”.
Un grave incidente nucleare (quanto volete improbabile) in una ipotetica centrale, ad esempio in Val Padana, potrebbe rendere inabitabile una regione che è luogo privilegiato di vita e di lavoro di circa 20 milioni di persone, oltre che inestimabile patrimonio di arte, di cultura e di bellezza per tutta l’umanità. E ciò per fare dell’energia elettrica. Ne vale la pena?