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Il Risparmio Energetico - Paola Girdinio -


Il RISPARMIO ENERGETICO consiste nella riduzione dei consumi di energia a fronte di una modifica di sistemi o impianti che utilizzano energia, e che, a fronte di tale modifica, non subiscano alterazioni del loro funzionamento tale da pregiudicarne intollerabilmente l’utilità.

Questa è una possibilità interessante ai fini della riduzione dei consumi energetici, a condizione che, come già visto più volte in questi articoli, ogni volta che viene applicato venga preventivamente svolta una corretta analisi costi-benefici: ad esempio esistono impianti chimici molto vetusti in Russia in cui una riprogettazione ha permesso di ottenere un RISPARMIO ENERGETICO  dell’ordine di grandezza dei consumi della Svizzera.
Possibilità simili, anche se meno appariscenti, sono presenti anche negli USA ed in UE, specialmente nei grossi impianti chimici e siderurgici; tutt’altro discorso per quanto attiene ai piccoli interventi domestici: certamente la cosa ha senso in prospettiva (per esempio con la classificazione energetica degli elettrodomestici, le norme sulla coibentazione, la diffusione della COGENERAZIONE distribuita di energia elettrica e termica).

Occorre tuttavia evitare di riporre aspettative miracolistiche nelle possibilità offerte dal RISPARMIO ENERGETICO, in particolare per quanto attiene all’evitare di aumentare i consumi di energia primaria, o di costruire nuove infrastrutture energetiche, adducendo come motivazione che i risparmi ottenibili sarebbero tali di rendere inutile la nuova infrastruttura.

Ricordiamo, per l’ennesima volta, che l’energia non è un lusso sfrenato, ma semplicemente una materia prima che è doveroso trattare con rispetto e parsimonia; normalmente ciò è fatto “automaticamente” in ambito industriale, perché come tutte le materie prime, anche l’energia ha un costo. Risparmiarla significa abbattere i costi, e non c’è industriale che sia insensibile a questa considerazione.

Evidentemente occorre valutare i minori costi comportati dal risparmio dato da migliorie agli impianti, ed i costi di investimento: se in un anno di esercizio il risparmio è di 10.000 €, ma per ottenerlo servono investimenti pari a un milione di € evidentemente, a meno di incentivi, nessuno propenderà per le modifiche impiantistiche.
Viceversa, se il risparmio annuale fosse pari a 200.000 €, nel giro di qualche anno l’investimento iniziale sarebbe coperto, e poi si otterrebbe un guadagno netto.

A questo punto, paradossalmente, la situazione che di per sé sarebbe molto favorevole si complica: di regola impianti con un forte consumo energetico possono presentare un significativo impatto ambientale.
Esistono casi in cui esso non è particolarmente significativo, ma comunque può essere percepito come tale dalle popolazioni circostanti.
Per poter attuare modifiche sostanziali agli impianti è necessario richiedere una serie di autorizzazioni a Ministeri ed Enti Locali.

In questa delicata situazione può accadere che le proteste popolari, opportunamente cavalcate da qualcuno, portino addirittura alla sospensione dei lavori di ammodernamento, e che l’impianto venga esercito in deroga, soggetta a continue proroghe.
Da notare che la cosa è insensata sotto tutti i punti di vista: in primo luogo le autorizzazioni ambientali (“esclusione V.I.A.”) in questi casi dovrebbero essere sostanzialmente scontate, perché l’ammodernamento tecnologico degli impianti riduce i consumi energetici e le emissioni nocive; in secondo luogo perché l’impianto, consumando meno energia a parità di prodotto, riduce i costi, diventa più redditizio e versa più imposte all’Erario; in terzo luogo, se l’impianto è una centrale per la produzione di energia elettrica, l’ammodernamento degli impianti ne aumenta l’affidabilità e riduce la possibilità di blackout.

Ma la popolazione vuole “la difesa dell’ambiente”; il risultato è, nel caso di impianti generici (chimica, siderurgia, etc.) la chiusura dello stabilimento ed il suo trasferimento in qualche Paese in via di sviluppo, con tanti saluti al RISPARMIO ENERGETICO.
Nel caso di impianti non delocalizzabili, come le centrali elettriche, si arriva al paradosso della proprietà che ha in cassa i denari da investire negli ammodernamenti, ma le pressioni popolari non lo permettono, e quindi si continua a bruciare (male) combustibile in impianti che hanno più di quarant’anni.

Almeno fino a quando la proprietà deciderà che la via italiana alla gestione ambientale è incompatibile con una normale strategia industriale, chiuderà gli impianti, licenzierà il personale, e considererà l’Italia come un Paese ottimo, al più, per trascorrere le ferie.