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Le centrali nucleari. L'energia che scaturisce dal bombardamento dell'uranio con neutroni. Il processo di 'fissione/fusione nucleare'. Il problema della radioattivitą e delle scorie.

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Le centrali nucleari occidentali e il trattamento delle scorie - Ettore Ruberti -

Le centrali nucleari occidentali
Le centrali nucleari occidentali, e quelle russe di origine non militare, dispongono principalmente di tre barriere per la radioattività: la prima linea di difesa è costituita dalle stesse barrette di combustibile, incamiciate in una lega di zirconio (zircalloy), che trattengono i prodotti di fissione radioattivi prodotti nelle pasticche (pellets) di ossido di uranio; la seconda barriera consiste del recipiente in pressione (wessel) e del circuito primario, che rappresenta il sistema di raffreddamento del reattore; la terza barriera è formata dal sistema di contenimento, un edifico alto 60 metri in cemento armato al boro e lastre d’acciaio con pareti spesse 120 centimetri.

L’unico incidente di fusione del nocciolo di un reattore nucleare occidentale, verificatosi il 28 marzo 1979 a Three Mile Island in Pennsylvania, frutto di una serie di errori umani talmente plateale da far pensare quasi ad un sabotaggio, ha provocato danni solo all’interno del reattore, con l’emissione all’esterno di quantità risibili di radioattività.

Il trattamento delle scorie radioattive
Alcune considerazioni vanno dedicate alla gestione dei rifiuti radioattivi. Mentre in Giappone e nei Paesi occidentali lo STOCCAGGIO di questi rifiuti viene effettuato in previsione di una loro definitiva sepoltura in siti geologici stabili, in Italia esso risulta distribuito in 146 siti provvisori.

Sull’argomento è opportuno ricordare che non tutti i rifiuti radioattivi sono dovuti alla produzione energetica, ma provengono anche da ospedali ed industrie; la gestione degli stessi, pertanto, costituisce una necessità per tutte le nazioni moderne e non soltanto per quelle dotate di centrali nucleari.

Il discorso è molto diverso, evidentemente, per quanto concerne i rifiuti radioattivi dovuti agli armamenti nucleari; ma questo problema non ci riguarda in quanto non facciamo parte dei Paesi dotati di armamenti di quel genere.

Attualmente il sistema giudicato migliore per la gestione di questa specifica tipologia di rifiuti è rappresentato da siti geologicamente stabili nei quali confinarli, previa loro vetrificazione ed inserimento in appositi contenitori di acciaio a doppia parete rivestiti di rame.

In passato alcune nazioni come la Gran Bretagna utilizzavano il sistema di disperdere i contenitori in mare, sistema simile a quello utilizzato per anni dalla Svizzera che li gettava nel Lago Maggiore.

Recentemente, invece, era allo studio un sistema, sviluppato dal Prof. Carlo Rubbia, in fase di sperimentazione presso il Centro di Ricerca ENEA Casaccia, che avrebbe dovuto consentire di abbassare la radioattività di questi materiali, ricavandone al contempo energia, tramite loro “bombardamento” con particelle cariche.

In parole povere, è come connettere un ACCELERATORE con un impianto nucleare per la produzione energetica. Purtroppo, tale ricerca non è stata più finanziata, ne dal Governo Prodi che da quello guidato da Berlusconi.

Ma torniamo a discutere la problematica italiana attuale. Con esclusione di Italia e Grecia, tutti i Paesi occidentali hanno già scelto da tempo – e stanno preparandosi a renderlo operativo – un loro sito geologico nazionale. D’altra parte le normative internazionali impediscono di esportare tali rifiuti in Paesi terzi se non per un loro ritrattamento, come peraltro fa anche l’Italia mandandoli a Sellafeld in Gran Bretagna.

In Italia un gruppo di Ricercatori dell’ENEA, sulla base di una serie approfondita di studi svolti dal 1976 al 1989, aveva indicato ben 217 siti adatti a questo scopo.

Per affrontare questa spinosa situazione, nel 1999 il Ministro dell’Industria Bersani del Governo D’Alema costituì un’apposita società – la Sogin – per lo più formata da specialisti provenienti dall’ENEA.

Quattro anni dopo, con la criticità raggiunta anche nel nostro Paese dal pericolo terroristico (e la conseguente preoccupazione di un possibile attentato in uno dei depositi sparsi sul territorio), l’allora Presidente del Consiglio dei Ministri Berlusconi nominò come Commissario Straordinario di Governo il Gen. Carlo Jean.

Successivamente, la Commissione Ambiente della Camera votò all’unanimità una risoluzione in cui si chiedeva al Governo di individuare il sito nazionale; e poiché la procedura prevedeva il passaggio alla Conferenza Stato-Regioni, il Gen. Jean inviò alle Regioni un documento di avanzamento.

Un mese dopo i Presidenti delle Regioni restituirono il documento dichiarandosi disposti a prenderlo in considerazione unicamente nell’ambito di un confronto di discussione a tutto campo con il Governo. A questo punto il Governo diede mandato alla Sogin di andare avanti; e questa, basandosi sui lavori di ricerca prodotti negli anni precedenti, indicò il sito al Governo.

Quest’ultimo, ai primi di novembre dello stesso anno (2003), indisse una riunione dei Ministri competenti, i quali, considerato che lo studio presentato era pienamente convincente sul piano tecnico-scientifico, decisero all’unanimità di emanare il Decreto Legge per metterlo in atto.

Tale Decreto fu scritto in maniera da assicurare le massime garanzie ma, purtroppo, senza prevedere un’adeguata informazione dell’opinione pubblica. Fu scelto il sito di Scanzano Jonico, in quanto dall’alto verso il basso, esso è caratterizzato da 300 metri di argilla seguiti da 300 metri di salgemma e da altri 300 metri di argilla, per cui i fusti sarebbero stati confinati a 900 metri di profondità sotto questi depositi.

La zona dove era ubicato il sito inoltre non presentava rischi di natura idrogeologica. Si è parlato invece di rischio sismico. Quello che non è stato detto è che, dopo il verificarsi del terremoto in Molise (che determinò numerosi danni, compreso il crollo di un’intera scuola uccidendovi i bambini che la frequentavano), le autorità si sono spaventate ed hanno preteso che tutto il territorio nazionale venisse inserito nella classificazione sismica, sia pure nella terza fascia.

Ma valutiamo cosa potrebbe succedere nel caso altamente improbabile che si verificasse un sisma: l’argilla ed il salgemma sono materiali autosigillanti, quindi il peggio che possa succedere è che a 900 metri di profondità tutto si autosigilli e nessuno possa più accedervi.

Comunque, in seguito alla sollevazione popolare che rifiutava un deposito nazionale a Scanzano Ionico, il Governo di allora ritirò il Decreto e dichiarò di prendersi un anno di tempo per ulteriori studi.

A questo punto due rimangono le strade praticabili: una di scegliere un nuovo sito nazionale; l’altra di aggirare le norme internazionali e conferire i rifiuti radioattivi ad un Paese terzo compiacente.

Probabilmente quest’ultima corrisponde alla strada che verrà intrapresa, considerando che l’Italia ha già chiesto ed ottenuto a Bruxelles una deroga all’esportazione, sia pure con la clausola di non scegliere un Paese in via di sviluppo (si è parlato del Canada e della Russia).