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La radioprotezione - Sandro Sandri -

PREMESSA
La radioprotezione è una disciplina che si è sviluppata nel secolo scorso con lo scopo di preservare lo stato di salute e di benessere di lavoratori ed individui della popolazione riducendo i rischi derivanti dall’ESPOSIZIONE alle radiazioni ionizzanti. La salvaguardia deve essere attuata soprattutto nei confronti delle radiazioni prodotte nelle attività umane, ma si considerano anche le radiazioni di origine naturale, e le attività finalizzate alla produzione di energia sono una componente importante tra quelle responsabili di generazione di radiazioni ionizzanti.
La radioprotezione presenta aspetti multidisciplinari che includono contenuti di carattere biologico, medico, fisico, ingegneristico e naturalistico, inoltre non sono poche le discipline peculiari di questa materia come ad esempio la dosimetria delle radiazioni ionizzanti.
La storia della radioprotezione rappresenta un esempio, forse il primo per la società moderna, di come debbano essere affrontate le problematiche di sicurezza introdotte dall’avvento di nuove tecnologie. La cultura della sicurezza e della salvaguardia verso i rischi provocati dalle attività umane derivano infatti in buona parte da questa disciplina che oggi ha raggiunto un elevato grado di accuratezza ed estensione sia in ambito tecnico-scientifico che in quello normativo.
Dal punto di vista dell’armonizzazione internazionale si tratta probabilmente dell’esperienza più completa del secolo scorso. Le raccomandazioni scientifiche, tecniche e normative sono infatti affidate a due organismi internazionali la cui autorevolezza è indiscutibile: l’International Commission on Radiation Protection (ICRP) e l’International Commission on Radiation Units (ICRU). Esistono poi altri organismi di carattere internazionale che hanno compiti diversi correlati con aspetti tipici della radioprotezione e delle radiazioni ionizzanti.
In tutto il mondo civile sono diffuse legislazioni e norme tecniche dedicate all’impiego in sicurezza delle radiazioni ionizzanti che si rifanno alle raccomandazioni emanate dai due organismi citati in precedenza.
La normativa italiana ha recepito le direttive europee in materia di impiego pacifico delle radiazioni ionizzanti con l’emanazione dei D.Lgs. 26 maggio 2000, n. 241, e 9 maggio 2001, n. 257, con i quali è stato modificato il precedente D.Lgs 17 marzo 1995 n. 230. Per citare questa norma integrata costituita dai decreti citati si usa spesso la sigla D.Lgs 230/95 e s.m.i..
Oggi parlando di radioprotezione si intende la protezione da tutte le radiazioni elettromagnetiche e non solo da quelle ionizzanti ma il settore delle radiazioni non ionizzanti presenta aspetti molto diversi e la relativa radioprotezione costituisce una disciplina ben distinta da quella che si occupa delle ionizzanti.
Una distinzione importante riguarda poi la definizione di “Radioprotezione Fisica” e di “Radioprotezione Medica”. La prima si occupa principalmente dello studio delle radiazioni ionizzanti e delle metodiche di protezione dalla loro ESPOSIZIONE, la seconda invece studia gli effetti delle radiazioni ionizzanti sui tessuti umani e indica i livelli di radiazione compatibili con il benessere dell’individuo.

UN PO’ DI STORIA
La radioprotezione nasce all’inizio del secolo scorso quando nei laboratori e negli studi medici si comincia a lavorare con i raggi X e, in seguito, con alcune altre sorgenti di radiazioni ionizzanti. Verso il 1920 sono già ben noti gli effetti dannosi immediati delle alte dosi di radiazioni, mentre non si ha ancora coscienza degli effetti ritardati (essenzialmente tumori) più difficili da diagnosticare e da collegare alle radiazioni. L’evidenza degli effetti immediati delle radiazioni al di sopra di certe soglie da una parte impone la necessità di proteggere gli operatori e gli sperimentatori intervenendo essenzialmente con schermature e dall’altra porta a definire una dose “di tolleranza” al di sotto della quale non vi sono rischi ne’ per i lavoratori ne’ per la popolazione.
La dose di tolleranza è definita in modo chiaro solo verso la fine degli anni 30, ed è posta pari a 1 “roentgen” a settimana, ovvero all’incirca 500 millisievert all’anno in unità moderne (si veda nel seguito il capitolo dedicato a grandezze e unità di misura). Per avere un’idea dell’entità di tale limite si pensi che attualmente il limite annuale per la popolazione è di 1 millisievert, cioè 500 volte più basso.
Solo negli anni 40 si comincia a notare che le radiazioni ionizzanti sono responsabili anche di effetti genetici e si pensa sia necessario limitare l’ESPOSIZIONE delle gonadi ovvero le dosi geneticamente significative, che possono indurre mutazioni nella progenie.
Il concetto di rischio anche a basse dosi o meglio di rischio senza soglia inferiore ma semplicemente direttamente proporzionale alla dose si afferma definitivamente nel secondo dopoguerra, quando la sperimentazione avanzata su cavie da laboratorio prima e gli effetti conseguenti alle bombe di Hiroshima e Nagasaki poi, indicano l’esistenza di correlazioni tra dosi non elevate ed effetti tardivi non reversibili.
Nel 1958 l’ICRP fissa valori di riferimento compatibili con le nuove risultanze e quindi molto più bassi dei precedenti. In particolare si differenzia la massima dose ammissibile annuale per i lavoratori da quella per gli individui della popolazione, la prima è portata a 5 rem (50 millisievert), mentre per la popolazione il limite è dieci volte più basso, pari a 0,5 rem (5 millisievert).
Sempre nel 1958 nasce in Italia la prima associazione scientifica dedicata alla radioprotezione: l’AIRP - Associazione Italiana di Radioprotezione, che ancora oggi si occupa di diffondere la cultura in questo settore a livello nazionale e fa parte dell’IRPA – International Radiation Protection Association, nell’ambito della quale lo stesso obiettivo è perseguito a livello internazionale.
Contemporaneamente si fa strada la convinzione che sia necessario ridurre l’ESPOSIZIONE il più possibile o meglio quanto ragionevolmente ottenibile compatibilmente con i costi e le necessità. Il principio è sancito nella pubblicazione ICRP del 1965 ed è poi riproposto anche nella pubblicazione n. 26 del 1978, con la frase inglese  As Low As Reasonably Achievable il cui acronimo, ALARA, è ormai accettato a livello internazionale come sinonimo di ottimizzazione della radioprotezione o di processo di riduzione dell’ESPOSIZIONE.
Nonostante l’età non più giovane di questa disciplina, i suoi contenuti sono in continua evoluzione e la pratica, molto diffusa in tutto il mondo, dell’impiego a scopi (soprattutto) pacifici delle radiazioni ionizzanti mantiene vivo l’interesse per i relativi principi e metodiche di protezione.
Recentemente è stata pubblicata la nuova raccolta di raccomandazioni dell’ICRP contenuta nella pubblicazione n. 103 degli Annals of the ICRP che è stata diffusa alla fine del 2007. La pubblicazione 103 dell’ICRP ribadisce in pratica i principi enunciati nelle pubblicazioni precedenti e pone inoltre una particolare attenzione alla salvaguardia dell’ambiente che ci circonda.

LA DOSIMETRIA
Uno dei primi obiettivi della radioprotezione è stato quello di quantificare in qualche modo l’azione delle radiazioni ionizzanti sul corpo umano. Si voleva cioè definire uno strumento adeguato che fosse in grado di mettere in relazione la modalità e la quantità di ESPOSIZIONE alla radiazione con l’effetto dannoso prodotto o probabile. Uno strumento di questo tipo è oggi disponibile ed è la grandezza di misura, denominata genericamente dose, che quantifica la radiazione proprio dal punto di vista degli effetti da questa prodotti. In termini scientificamente più rigorosi la grandezza richiamata è la dose efficace che rappresenta l’energia ceduta dalla radiazione alla materia moltiplicata per dei coefficienti che tengono conto sia del tipo di radiazione ionizzante che ha colpito i tessuti sia della rilevanza organica dei tessuti colpiti. In pratica i diversi tipi di radiazione ionizzante, a parità di energia ceduta all’organismo, possono provocare danni più o meno gravi a seconda della loro natura fisica (semplici radiazioni elettromagnetiche, elettroni, protoni, neutroni, ecc.), inoltre, a seconda del tessuto o dell’organo colpiti lo stesso tipo di danno può comportare conseguenze più o meno gravi all’intero organismo.  In effetti si può comprendere come una ferita su un arto sia molto meno pericolosa per l’organismo di una ferita generata in un organo interno, ad esempio nell’intestino.
La dose efficace si misura in sievert (Sv), dal nome del fisico svedese Rolf Sievert (vissuto fino al 1966) che fu uno dei pionieri della radioprotezione. Una dose efficace di 1 mSv (millisievert, ovvero la millesima parte del sievert) è quella a cui mediamente tutti gli esseri umani sono esposti a causa del fondo naturale di radiazioni ionizzanti (non dovute cioè all’azione dell’uomo) ed è quindi considerata una dose innocua per l’organismo. Chi lavora con le radiazioni, in base alle norme italiane, può essere esposto ad una dose efficace totale annuale massima di 20 mSv. Sono questi i livelli di dose per i quali si valuta oggi che il rischio di incorrere in un effetto dannoso durante l’intera vita sia paragonabile a quello di altri lavoratori non esposti a particolari sorgenti inquinanti. Un singolo esame medico diagnostico effettuato con impiego di radiazioni ionizzanti comporta l’ESPOSIZIONE del paziente ad una dose efficace variabile tra 1 mSv (radiografia al polmone) e oltre 10 mSv (scintigrafia cardiaca). La dose efficace può essere letale, a causa degli effetti deterministici da radiazioni, quando supera 1 Sv ed è sicuramente letale quando supera i 10 Sv. Sono ad esempio queste le dosi che hanno determinato la morte di alcune (poche) persone direttamente esposte, nel momento del disastro, alle radiazioni di Chernobyl.
Oltre agli effetti deterministici le radiazioni ionizzanti provocano effetti stocastici, o probabilistici, dovuti alla relazione tra intensità della radiazione e probabilità di insorgenza di malattie neoplastiche. Questo secondo tipo di effetto va considerato soprattutto quando si ha a che fare con le basse dosi da radiazione, inferiori ad alcune centinaia di millisievert, che non producono assolutamente effetti deterministici.
In tutti i casi i danni delle radiazioni ionizzanti sulle cellule sono legati proprio all’effetto ionizzante sugli atomi che può portare alterazioni importanti sul DNA, che hanno come conseguenza o la morte della cellula o una sua deformazione. Nel caso di alte dosi e morti cellulari, quando queste interessino settori abbastanza estesi di tessuto organico, si hanno effetti deterministici con danni immediatamente visibili. Quando l’intensità della radiazione, ovvero la dose, è tale da indurre solo delle alterazioni cellulari si ha allora la possibilità che queste cellule modificate divengano maligne e generino così degli effetti stocastici che richiedono però tempi lunghi per essere evidenziati. Gli effetti di tipo stocastico che interessano l’apparato riproduttivo possono portare delle conseguenze ai figli (la progenie) dell’individuo che è stato esposto a radiazioni, dando così luogo ad un ulteriore possibile danno dovuto alle radiazioni ionizzanti, il danno genetico.

LE SORGENTI
Le radiazioni ionizzanti possono essere emesse sia da sostanze che da macchine, oppure possono derivare da origini talmente remote al punto che non è immediato identificare chi o cosa le ha generate. Le sostanze o materie che emettono radiazioni sono dette normalmente radioisotopi a causa della particolare natura del nucleo dei loro atomi.
In sintesi le sorgenti di radiazioni ionizzanti che possono dar luogo ad ESPOSIZIONE dell'uomo sono pertanto:
• sorgenti radioisotopiche (naturali, artificiali, modificate dall'uomo);
• macchine radiogene
• sorgenti extraterrestri (raggi cosmici)
• Sorgenti radioisotopiche e decadimenti radioattivi
Le sorgenti radioisotopiche sono costituite da materiali di origine naturale o artificiale (anche solo parzialmente) i cui atomi sono caratterizzati dall’instabilità dei loro nuclei. In pratica per cause naturali o provocate dall’uomo i nuclei delle sostanze radioisotopiche tendono spontaneamente a cambiare il loro stato e nel fare questo emettono radiazioni ionizzanti di vario genere.
Un nucleo che emette una radiazione segue un processo denominato decadimento radioattivo (si dice che decade ed il processo è denominato semplicemente decadimento) con il quale si modifica in modo anche molto rilevante cambiando la sua composizione. I costituenti del nucleo atomico sono i ben conosciuti (o per lo meno spesso citati) protoni e neutroni che insieme sono chiamati nucleoni. I protoni hanno carica elettrica positiva, di entità pari a quella degli elettroni, mentre i neutroni non hanno carica elettrica. Il numero totale di nucleoni in un nucleo è detto numero di massa di tale nucleo mentre il numero dei soli protoni è detto numero atomico e caratterizza l’ATOMO dal punto di vista chimico. Per identificare immediatamente un nucleo atomico con le sue caratteristiche si usa un semplice simbolo: una lettera maiuscola eventualmente seguita da una minuscola precedute da due numeri uno in alto e l’altro in basso (in apice e in pedice).
Le lettere rappresentano l’abbreviazione del nome dell’ATOMO, che identifica anche il numero atomico, lo stesso che precede le lettere come pedice, mentre in apice è il numero di massa. Un materiale identificato da un solo ATOMO è detto elemento ed ha un numero atomico ben definito. Ad esempio il numero atomico dell’ossigeno è 8 mentre quello dell’idrogeno è 1.
Due nuclei che differiscono per il numero di massa ma che hanno lo stesso numero atomico appartengono a due isotopi diversi dello stesso elemento. In genere per ogni elemento catalogato si conoscono uno o più isotopi radioattivi.
Dal punto di vista della radioprotezione è necessario e sufficiente indicare un radioisotopo con il simbolo letterale dell’elemento e con il suo numero di massa, il numero atomico è univocamente definito e le caratteristiche radioattive sono ricavabili dalla estesa letteratura esistente in materia.
La grandezza che rappresenta il numero di decadimenti radioattivi nell’unità di tempo dovuti ad una certa quantità di radioisotopo è l’attività .
L’attività di una massa di radioisotopo diminuisce nel tempo secondo una legge di tipo esponenziale e si dimezza in un tempo caratteristico per ogni radioisotopo denominato appunto tempo di dimezzamento.
L’unità di misura dell’attività è il becquerel. Un becquerel equivale ad una transizione, o un decadimento, per secondo ed il suo simbolo è Bq.
I radioisotopi possono essere generati da attività umane sia intenzionalmente che a causa di attivazione non desiderata. Il primo caso riguarda principalmente la produzione di sostanze radiomarcate per impiego sanitario diagnostico o terapeutico, mentre la produzione indesiderata si ha solitamente nell’impiego di acceleratori di alta energia o di reattori nucleari o di armi nucleari. In genere la produzione incontrollata di maggior peso nell’ambiente che ci circonda è causata proprio da esplosioni nucleari a scopo di test o da incidenti verificatisi presso centrali nucleari (es.: Cernobyl).
Esistono comunque tutta una serie di radioisotopi prodotti da ditte specializzate e dedicati ad usi industriale, sanitario e di ricerca. Queste sorgenti artificiali possono essere essenzialmente di due tipi: sigillate o non sigillate. Le prime sono sorgenti formate da materie radioattive solidamente incorporate in materie solide e di fatto inattive, o sigillate in un involucro inattivo che presenti una resistenza sufficiente per evitare, in condizioni normali di impiego, dispersione di materie radioattive superiore ai valori stabiliti dalle norme di buona tecnica applicabili (D.Lgs. 230/95). Le sorgenti non sigillate sono solitamente di tipo liquido e non hanno le caratteristiche di tenuta delle sorgenti sigillate.
Gli isotopi naturali in base alla loro origine si possono distinguere in due tipi: radioisotopi primordiali e cosmogenici. I primi sono presenti sulla CROSTA terrestre da quando si è formato il nostro pianeta, mentre i secondi sono formati dall’attivazione dovuta ai raggi cosmici (si veda nel seguito). I radioisotopi primordiali appartengono principalmente ad una delle tre serie radioattive aventi rispettivamente come capostipiti: 238U, 235U e 232Th. Altro importante radioisotopo primordiale presente in grandi quantità è il 40K.
Sono macchine radiogene tutti quei dispositivi che per applicazioni diverse producono radiazioni ionizzanti. Si va dai semplici tubi a vuoto per la produzione di raggi X agli acceleratori di particelle impiegati per la radioterapia ospedaliera o nei grandi centri di ricerca. Le più diffuse sono le macchine che accelerano elettroni producendo poi raggi X a causa del fenomeno del frenamento. Tra queste si possono ricordare:
• Tubi RX per indagini diagnostiche
• Apparati per diffrattometria
• Acceleratori per radioterapia
• Apparati per indagini non distruttive su materiali
• Apparati per controllo di merci
Altre macchine radiogene abbastanza diffuse sono gli acceleratori di particelle impiegati principalmente in ambito di ricerca ma ormai di non raro impiego anche in ambito ospedaliero. L’uso degli acceleratori di protoni sta infatti diffondendosi per la produzione di radioisotopi a breve vita media da utilizzare con particolari tecniche diagnostiche.
Una importante sorgente naturale di radiazioni ionizzanti sono i raggi cosmici che giungono a contatto dell’atmosfera terrestre dopo viaggi di lunghezza inimmaginabile. La principale origine di raggi cosmici è il nostro Sole, ma una componente minoritaria arriva da altri corpi stellari. La radiazione che giunge a contatto dello strato esterno dell’atmosfera terrestre è formata essenzialmente da protoni e da elettroni positivi. Solo la componente di più alta energia ha la possibilità di attraversare l’atmosfera esterna ed arrivare, potenzialmente, fino al suolo terrestre. Le particelle di più bassa energia rimangono confinate a migliaia di chilometri dalla superficie, catturate dal campo magnetico terrestre, e formano le cosiddette fasce di Van Allen. Neppure le particelle di alta energia arrivano normalmente indenni fino al suolo, nella maggior parte dei casi formano infatti le radiazioni cosmiche secondarie in seguito all’urto con gli atomi dell’atmosfera. In pratica già a circa 20 km dal suolo la radiazione cosmica è completamente formata da particelle secondarie che sono essenzialmente: mesoni (particolari particelle elementari generate in interazioni di alta energia), elettroni, fotoni (raggi x e gamma), protoni e neutroni. Al suolo la radiazione cosmica si può dividere in componente direttamente ionizzante e neutroni. Questi ultimi sono responsabili della maggior parte della dose efficace dovuta ai raggi cosmici che come media mondiale è pari a 0,38 mSv all’anno (oltre 0,2 microSv all’ora) al livello del mare ma cresce all’aumentare della quota. Sugli aerei a 8000 m la media è pari a circa 3 microSv all’ora mentre a 15000 m arriva a 30 microSv all’ora.

LA RADIOPROTEZIONE IN PRATICA
I possibili interventi per proteggere se stessi e gli altri dall’ESPOSIZIONE alle radiazioni ionizzanti derivano dalla proporzionalità diretta degli effetti con il tempo di ESPOSIZIONE, dalle modalità di diffusione della radiazione e dal percorso più o meno lungo effettuato nell’attraversare i materiali. I parametri sui quali è possibile intervenire sono pertanto il tempo, la distanza e le schermature. I primi due sono piuttosto semplici da considerare mentre il terzo costituisce una vera e propria materia di studio che porta a stilare progetti diversi per i diversi tipi di sorgenti da schermare. Nel parlare di distanza bisogna anche tenere conto della contaminazione, ovvero della dispersione delle sostanze radioattive che può diventare rilevante quando si usano sorgenti non sigillate o quando si producono radioisotopi attraverso reazioni di attivazione.
L’effetto delle radiazioni sul corpo è di tipo cumulativo: più tempo si rimane esposti e più aumentano le probabilità che le conseguenze siano dannose. In ogni caso la dose assorbita e di conseguenza la dose efficace aumenta con il tempo di ESPOSIZIONE. Bisogna pertanto effettuare le operazioni in un campo di radiazioni il più velocemente possibile senza dilungarsi in attività inutili.
La distanza è molto efficace nell’attenuare l’effetto delle radiazioni ionizzanti emesse da una sorgente radioisotopica. La situazione è un po’ più complicata per l’emissione da una macchina radiogena ma rimane essenzialmente la stessa se si considera una macchina RX.
In pratica la radiazione emessa da un punto si propaga nello spazio in modo uniforme distribuendo la sua energia su superfici sferiche concentriche. L’energia totale su ogni superficie, via via più grande, è uguale a quella della superficie precedente. L’energia all’unità di superficie, ovvero quella che determina in pratica la dose efficace, diminuisce invece in modo inversamente proporzionale all’aumento della superficie sferica e dipende quindi dall’inverso del quadrato della distanza, r, dall’origine della radiazione.
La schermatura tra sorgente radioattiva e punto di interesse è un metodo sicuro per ridurre la dose efficace a valori accettabili. Gli schermi sono usati presso quasi tutte le installazioni dove sono impiegati radioisotopi o macchine radiogene per motivi di lavoro. Il materiale più impiegato quale schermatura è il piombo ma molti altri composti possono essere impiegati a questo scopo.
La valutazione della schermatura necessaria a ridurre la dose efficace nelle quantità desiderate è un aspetto altamente specialistico che richiede conoscenze a volte avanzate della materia.
Gli aspetti da considerare nel calcolare una schermatura sono molteplici e riguardano principalmente:
• La tipologia delle radiazioni da attenuare,
• La distanza tra la posizione della sorgente e il punto di interesse oltre lo schermo,
• L’intensità delle radiazioni all’origine,
• Il materiale da impiegare come schermo,
• La dose efficace massima ammissibile nel punto di interesse.
La valutazione consiste nel calcolare lo spessore necessario per ogni materiale impiegato ed eventualmente l’ordine con il quale ogni materiale deve essere interposto tra sorgente e punto di interesse.
Una metodica semplificata per la valutazione degli spessori delle barriere per radiazioni x e gamma si basa sulla definizione per ogni materiale e per intervalli di energia dell’entità degli spessori che determinano la riduzione della densità di flusso di fattori due o dieci. Tali spessori sono denominati rispettivamente emivalenti o decivalenti.
Un altro metodo pratico per la valutazione dello spessore di uno schermo omogeneo per l’attenuazione di radiazione x e gamma di energia non superiore a 10 MeV è stato diffuso da un noto organismo statunitense denominato NCRP (National Council on Radiation Protection and Measurements) nella sua pubblicazione n. 49.
La contaminazione si verifica quando le sostanze radioattive impiegate o prodotte in una certa pratica si diffondono nell’ambiente di lavoro, sia durante la normale attività che durante situazioni incidentali. Normalmente la possibilità di contaminazione è considerata sin dalle fasi progettuali e non coglie impreparato il radioprotezionista, ma non per questo risulta meno insidiosa. La pericolosità della contaminazione radioattiva risiede principalmente nella POTENZIALE mobilità degli isotopi che ne sono responsabili. Questa caratteristica fa sì che il rischio maggiore riguardi la possibilità di incorporare i radioisotopi determinando una contaminazione interna all’organismo umano con importanti conseguenze sanitarie.
Spesso i composti radioattivi incorporati sono rilasciati dall’organismo in tempi brevi ma per alcuni di essi questi tempi sono particolarmente lunghi e comportano una lunga ESPOSIZIONE degli organi interessati alle  radiazioni emesse. L’ingestione di specifiche quantità di un certo radioisotopo in una certa forma chimica determina in media una dose equivalente all’organo o agli organi bersaglio che può essere valutata in via teorica con complessi modelli matematici. Si tratta di una materia molto specialistica di competenza di un numero limitato di esperti. L’incorporazione può avvenire attraverso tre modalità principali: ingestione, inalazione e attraverso la cute.
Ridurre il rischio di contaminazione vuol dire essenzialmente limitare la diffusione e rimuovere i radioisotopi diffusi nell’ambiente lavorativo o esterno intervenendo su superfici, atmosfera ed effluenti liquidi. Si deve operare quindi attraverso le tecniche di monitoraggio e decontaminazione.

LA LIMITAZIONE DELLE DOSI NEL POSTO DI LAVORO
La filosofia attuale della radioprotezione si basa sull’assunzione che a dosi via, via più piccole corrispondono danni cellulari sempre più piccoli o meno probabili ma non considera l’esistenza di una soglia inferiore al di sotto della quale non si verifichi alcun effetto dannoso. L’ipotesi è detta normalmente di linearità senza soglia e sebbene oggi questa ipotesi sembri molto meno attendibile rimane ancora formalmente valida. L’assunzione dell’assenza di una soglia inferiore comporta evidenti e gravi difficoltà per la individuazione di un sistema di limitazione delle dosi universalmente accettabile. La metodologia di limitazione delle dosi proposta dalla ICRP (International Commission on Radiological Protection) anche nella sua ultima raccolta di raccomandazioni e accettata dalle principali normative nazionali ed internazionali, si basa su due esigenze : la prevenzione degli effetti deterministici, la limitazione della probabilita’ di effetti probabilistici entro valori considerati accettabili
Per il perseguimento dei predetti obbiettivi l’ICPR ha introdotto i seguenti tre principi fondamentali della radioprotezione:

• GIUSTIFICAZIONE,
• OTTIMIZZAZIONE,
• LIMITAZIONE DEL RISCHIO INDIVIDUALE.

Alla luce del primo principio “nuovi tipi o nuove categorie di pratiche che comportano un'ESPOSIZIONE alle radiazioni ionizzanti debbono essere giustificati, anteriormente alla loro prima adozione o approvazione, dai loro vantaggi economici, sociali o di altro tipo rispetto al detrimento sanitario che ne può derivare” (D. Lgs. 230/95 art. 2 comma 1).  In altre parole è necessario fare un accurato bilancio tra i benefici di ogni tipo, inclusi quelli economici, ottenibili per mezzo delle attività in esame, e i rischi ad essa connessi, ritenendo giustificate le sole attività che comportino un beneficio netto e dimostrabile per la società o per gli individui esposti.  
Per ottimizzazione si intende che per ogni pratica che sia stata preliminarmente giustificata, dimostrando che la sua introduzione comporta un beneficio netto e dimostrabile, debba valere il seguente principio “Qualsiasi pratica deve essere svolta in modo da mantenere l’ESPOSIZIONE al livello più basso ragionevolmente ottenibile, tenuto conto dei fattori economici e sociali” (D. Lgs. 230/95 art. 2 comma 3).
Secondo l’impostazione dell’ICRP una corretta applicazione dei primi due principi dovrebbe essere sufficiente a garantire un’efficace protezione dalle radiazioni, soprattutto ai fini della tutela della sanità a livello generale. Poiché ciò in taluni casi potrebbe non garantire una sufficiente protezione del singolo, specie per le esposizioni dovute alla combinazione di più di una pratica, è stato introdotto il terzo principio, secondo cui, sempre nella forma recepita dalla legislazione italiana : “la somma delle dosi derivanti da tutte le pratiche non deve superare i limiti di dose stabiliti per i lavoratori esposti, gli apprendisti, gli studenti e gli individui della popolazione” (D. Lgs 230/95 art. 2 comma 4).
I principali limiti di dose per i lavoratori esposti e per la popolazione previsti dalla normativa vigente corrispondono sostanzialmente a quelli raccomandati dalla ICRP e sono raccolti nella tabella seguente

Limiti di dose previsti dalla legge italiana

GRANDEZZA

LIMITI PER I LAVORATORI

LIMITI PER LA POPOLAZIONE

Dose efficace

 

 

      Corpo intero

20   mSv/anno

1  mSv/anno

Dose equivalente

 

 

      cristallino dell’occhio

150  mSv/anno

15  mSv/anno

      pelle

500  mSv/anno

50  mSv/anno

      mani e piedi

500  mSv/anno

50  mSv/anno

I limiti sono riferiti alle sole pratiche lavorative e si considerano additivi alle dosi dovute al fondo naturale di radiazioni ed a quelle dovute alle esposizioni mediche.
Il primo fondamentale adempimento di tipo organizzativo ai fini della radioprotezione sul posto di lavoro consiste nella classificazione dei lavoratori e delle aree. Questa operazione permette di individuare le fasce di lavoratori per i quali devono essere garantite specifiche salvaguardie e le aree da sottoporre ai vari tipi di controlli protezionistici. 
La classificazione prevede, secondo la normativa italiana, le seguenti categorie di individui:

• lavoratori esposti : sono considerati tali i soggetti che per il loro lavoro sono suscettibili di un’ESPOSIZIONE a radiazioni ionizzanti superiore ai limiti fissati per le persone del pubblico; nell’ambito dei lavoratori esposti si distinguono due categorie:
• categoria A, comprendente  i lavoratori esposti suscettibili di superare uno dei seguenti valori in un anno:
• 6 mSv di dose efficace;
• i tre decimi dei limiti di dose fissati per cristallino, pelle,
mani, avambracci, piedi e caviglie (Allegato III, punto 3.1., D.Lgs n. 230/1995).
• categoria B, comprendente i lavoratori esposti non classificati in Categoria A ;
• lavoratori non esposti
• persone del pubblico
L’assegnazione di un individuo della popolazione a uno dei gruppi sopraindicati, individua le azioni di radioprotezione da svolgere  nei suoi confronti.
Una seconda incombenza di pari importanza in fase di pianificazione della protezione è la classificazione delle aree, che determina il tipo di controlli ambientali da mettere in atto in ciascuna di esse. Ogni area di lavoro sottoposto a regolamentazione per motivi di radioprotezione costituisce una zona classificata. Le zone classificate sono suddivise in:
• Zone Controllate : sono le aree in cui, sulla base degli accertamenti, sussiste la possibilità che i lavoratori in essa operanti superino i valori previsti per la classificazione in Categoria A;
• Zone sorvegliate : sono le aree in cui sussiste, per i lavoratori in essa operanti, la possibilità di superamento di uno dei limiti previsti per le persone del pubblico
Tutte le zone classificate (Zone Controllate e Sorvegliate) devono essere evidenziate con apposita segnaletica. Le Zone Controllate sono inoltre delimitate e le modalità di accesso in esse sono opportunamente regolamentate.

CONCLUSIONI
La radioprotezione rappresenta una disciplina scientifica applicata che attualmente fa parte delle norme di condotta adottate per garantire la sicurezza del lavoro in tutti quei luoghi in cui esista la possibilità di essere esposti in modo significativo alle radiazioni e a quelle ionizzanti in particolare. In ambito lavorativo Norme, regole e vigilanza sulla loro applicazione sono azioni demandate oltre che al legislatore anche a organismi tecnici di alto livello scientifico. Pensando al nostro Paese è necessario citare almeno l’ENEA (Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie, l’Energia e lo Sviluppo Economico Sostenibile), l’ISS (Istituto Superiore di Sanità), l’ISPESL (Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza sul Lavoro) e l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale). Questi Enti sono attivi nella ricerca nel campo della radioprotezione e intervengono in molte procedure autorizzative e di controllo per l’impiego delle radiazioni ionizzanti in ambito lavorativo e per il contenimento della loro diffusione in ambiente anche a causa delle sorgenti naturali.