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Cosa è in gioco nella guerra di Acea - Roberto Macrì -

Nata come una schermaglia interna di Acea tra il nuovo presidente Cremonesi e il vecchio Amministratore Delegato Mangoni in pochi giorni è diventata guerra aperta con il socio francese: Suez-GazdeFrance.

Con le dimissioni di Mangoni i soci francesi hanno infatti visto sfumare l’accordo lungamente negoziato per realizzare una ambiziosa joint venture articolata in tre o quattro società dedicate alla produzione di energia elettrica e alla DISTRIBUZIONE e VENDITA di energia elettrica e di gas METANO:
il progetto prevederebbe una diversa partecipazione dei due soci ad ognuna delle nuove società a seconda del loro diverso peso finanziario, tecnico ed operativo; Acea con il controllo delle attività di DISTRIBUZIONE di METANO ed elettricità e i francesi in maggioranza nelle attività di produzione dell’energia elettrica e di VENDITA di gas ed elettricità.

In questo schema però il Comune di Roma conserverebbe la larga maggioranza nella holding e il business idrico rimarrebbe fuori dal progetto sotto totale controllo di Acea.
L’uso del condizionale è d’obbligo non essendo ancora disponibili informazioni complete e dettagliate ma pure in questi limiti si può ragionevolmente dire che si tratta di un progetto certamente rischioso, per la complessità gestionale e per le prevedibili difficoltà in questo tipo di “matrimoni” tra partner così diversi, ma allo stesso tempo di un progetto coraggioso, lontano dal vieto proverbio di “moglie e buoi dei paesi tuoi” e con una visione industriale di lungo periodo.

È vero infatti che così facendo Acea metterebbe in ballo tutto il suo patrimonio industriale nell’energia in una partnership dalla quale sarebbe poi difficile uscire, ma di contro guadagnerebbe le dimensioni e le competenze per diventare, al traino del socio francese, un operatore di calibro nazionale e in prospettiva per affermarsi anche sul mercato internazionale.
D’altra parte i francesi hanno dato prova di credere in questo progetto quando hanno colto l’occasione della VENDITA di Distrigaz all’Eni (obbligata dalla normativa europea per la fusione Gdf-Suez) per negoziare con lo stesso Eni l’acquisto della Romana Gas e portarla in pegno ad Acea per le promesse nozze.

Un dono che è costato più di un miliardo di euro ma di sicuro gradimento di Acea che, non è un segreto, da anni puntava a prendere la rete gas di Roma per completare il controllo delle principali reti tecnologiche della città già in sue mani: DISTRIBUZIONE elettrica, ILLUMINAZIONE pubblica e DISTRIBUZIONE idrica.

Un desiderio però sempre frustrato da Eni fino a quando Italgas aveva ancora rilievo strategico nella gestione del Gruppo e che Acea comunque avrebbe avuto difficoltà a soddisfare con il proprio cash flow.
I francesi invece, forti della plusvalenza di 1,9 miliardi di euro generata dalla fusione e degli incassi per la VENDITA di importanti consociate (più di 4 miliardi per la sola Distrigaz) e con un utile di bilancio di 6,5 miliardi di euro nel 2008, non hanno avuto difficoltà a sostenere l‘onere della acquisizione, tenuto anche conto della convenienza di questa operazione nello scambio di partecipazioni previste dalla joint venture e del fatto che il rinnovo della CONCESSIONE per RomanaGas, in scadenza a fine di quest’anno, avrebbe avuto più facile corso nella mani di Acea e del Comune di Roma.

Tutto ciò fa perciò pensare che la mossa RomanaGas era stata concordata tra i due soci come parte saliente del loro accordo.
E’ perciò comprensibile l‘irritazione dei francesi per lo smacco subito, alla vigilia della ratifica ufficiale dell’accordo, e forse anche preoccupati dei conseguenti rischi di rinnovo della CONCESSIONE in scadenza alla fine dell’anno; rinnovo che invece Acea avrebbe probabilmente ottenuto dal Comune di Roma, suo azionista di maggioranza, senza gara come è stato per le concessioni del servizio idrico nel Lazio.

Queste però sono considerazioni di ordine generale che non sono sufficienti per una valutazione approfondita del progetto e quindi è del tutto legittimo che il nuovo management di Acea , nato dal cambio della guardia al Campidoglio, ne abbia preteso la verifica nonostante avesse già superato l’esame degli advisors e degli organi societari: un piano di impresa non è un atto notarile ma una scommessa sul futuro e nonostante la professionalità dei managers e degli esperti chiamati a redigerlo appare non solo legittimo ma anche prudente che i nuovi amministratori vogliano rivederne tutti gli aspetti per valutare l’attendibilità delle previsioni e gli effetti sugli interessi dei due soci prima di assumersene la responsabilità.

Quello che però è apparso imprudente e dannoso per la reputazione della società, con effetti molto negativi sulla quotazione in Borsa, è stato il modo polemico con cui il problema è stato sollevato sulla stampa: le interviste del Presidente di Acea, del socio Caltagirone e le battute ermetiche del Sindaco non hanno fatto una buona impressione nella opinione pubblica e negli osservatori indipendenti; così posta è sembrato che la questione della Romana Gas e dei rapporti con il socio francese fossero il pretesto per regolare i conti con l’AD e affermare il potere dei nuovi amministratori piuttosto che un motivato dissenso sul progetto.

Al merito del progetto il Presidente infatti ha soltanto fatto un rapido cenno dicendo che non sono dimostrate le sinergie tra i due soci, che ad Acea non conviene relegarsi nella gestione della DISTRIBUZIONE del gas lasciando ai francesi le attività più redditizie di produzione di energia elettrica e di VENDITA di gas ed elettricità e che ad Acea converrebbe investire nei termovalorizzatori e nell’acqua piuttosto che nella rete gas.

Argomenti assai rilevanti ma che meritano molto più di più di due righe in una intervista per essere dimostrate e mettere in discussione un progetto lungamente elaborato; non è una questione solo di stile ma di sostanza professionale e di responsabilità verso azionisti ed utenti.
Una contestazione così radicale richiedeva prima un esame approfondito all’interno della società ripassando per advisors e organi sociali in modo da arrivare ad una definitiva conclusione che doveva poi essere comunicata agli azionisti per chiarire le prospettive future dalla società, con o senza il socio francese.

Se questo non è stato ancora fatto, come sembra evidente dallo svolgimento della vicenda, allora è lecito chiedere ai nuovi amministratori se il vantaggio ottenuto dalle dimissioni “forzate” di Mangoni pareggiano il danno per Acea di una grave crisi in un’alleanza che ha funzionato bene per sette anni e di una conseguente crisi borsistica proprio nel mezzo di una eccezionale crisi di fiducia del mercato azionario.

Come si può uscire da questo impasse? Solo facendo chiarezza sulla sostanza del progetto.
È urgente prima di tutto analizzare la portata gestionale della partnership valutando accuratamente gli apporti dei due soci, le regole di governance e le prospettive di investimento e redditività: sono questi gli aspetti indispensabili per giudicare se la divisione dei compiti e degli impegni tra i due soci rispetta l’ equilibrio effettivo dei loro assets tangibili e intangibili.
L’altro aspetto fondamentale da guardare è quello strategico per due profili essenziali: uno è l’evidente squilibrio di forza tra i due partners che certamente peseranno sul futuro della alleanza;
l’altro riguarda il vantaggio che Acea riceverebbe dalla partnership in termini di crescita e diversificazione di mercato, di accrescimento delle proprie competenze e tecnologie, di miglioramento della produttività, del valore aggiunto e della redditività.

In quanto al primo argomento va ricordato che l’alleanza data dal 2002 quando Electrabel entrò in partecipazione in Acea e assieme entrarono nella generazione della energia elettrica partecipando alla privatizzazione di Enel; nel 2005 però Electrabel, che allora capitalizzava attorno ai 20 miliardi di euro, fu assorbita da Suez che a sua volta l’anno scorso si è fusa con Gaz de France giungendo ad una capitalizzazione di 90 miliardi di euro, oggi ridotta sotto i 70 dalla crisi delle Borse.

A questo paragone la capitalizzazione di Acea è inferiore di tre ordini di grandezza considerando che era sotto i 3 miliardi di euro l’anno scorso quando ad aprile la quotazione sfiorava i 14 euro mentre ora supera di poco 1,5 miliardi con il titolo sceso in meno di un anno attorno agli 8 euro; per avere un confronto preciso all’8 di agosto dell’anno scorso Acea capitalizzava 2,4 miliardi di euro mentre SGF ne capitalizzava quasi 84: esattamente 35 volte di più.

Già nel 2002 Acea valeva circa 10 volte di meno di Electrabel ma ora il socio francese si è fatto assai più ingombrante e questo aspetto non può essere trascurato nel lungo periodo: dalla accuratezza delle
previsioni delle redditività dei singoli business e dei relativi fabbisogni di investimento dipende infatti il mantenimento nel tempo dell’equilibrio iniziale tra i due soci nella partecipazione alle diverse attività; nel caso infatti in cui l’andamento reddituale fosse inferiore alle attese diventerebbe inevitabile che il socio francese aumenti progressivamente il controllo del business mano a mano che si renderà necessario aumentare la capitalizzazione delle società in joint venture.

L’altro argomento da analizzare riguarda i previsti vantaggi imprenditoriali che Acea potrà trarre da questa alleanza; ed è questa l’analisi decisiva tra tutte perchè solo la certezza di consistenti vantaggi nell’allargamento dei confini geografici e nella redditività può giustificare per l’azionariato di Acea un‘alleanza così dispari; in altre parole ad Acea l’alleanza conviene se potrà crescere come impresa globale sotto l’ombrello francese e allo stesso tempo se potrà mantenere il controllo delle attività delle quali avrà il controllo azionario ed operativo.
L’insieme di questi argomenti fa capire che se i dati e le analisi non fossero considerati sufficienti dal nuovo management la rilevanza del progetto è però tale da non potere per questi dubbi rischiare il fallimento anticipato della alleanza.

In altre parole se si è convinti che la alleanza non convenga e si è deciso di romperla allora ci si prepari alla guerra di Francia con tutte le conseguenze che ciò comporterà e si presenti agli azionisti un’alternativa altrettanto importante e convincente; ma se così non fosse allora ci si prepari subito alla pace prima che sia troppo tardi.

Le guerre non si fanno per caso ma a ragion veduta e dopo attenta ponderazione delle forze in campo: SGDF ha tale esperienza tecnica, commerciale e tale forza finanziaria da non temere certo il rischio di trovarsi sola a gestire RomanaGas; e anche il problema del rinnovo della CONCESSIONE troverà probabilmente una soluzione conveniente per i francesi se non altro perchè non si vede chi tra gli operatori italiani ha oggi le risorse per acquistare la società e finanziare il rinnovo della rete, che è ancora per una larga parte obsoleta.

E del resto la reazione ufficiale della SuezGDF è stata netta nel riaffermare il loro disegno di sviluppare la loro presenza in Italia con o senza Acea.
Fin qui gli argomenti di ordine industriale che meritano di essere tenuti in conto nella valutazione di questa vicenda.

Ma c’è un altro aspetto che non deve essere trascurato anche se non ha una specifica rilevanza nelle analisi del contestato progetto: si tratta della supposta influenza della lobby dei costruttori romani nella decisione di allontanare Mangoni per indebolire l’alleanza con i francesi e avere mano libera nelle scelte strategiche di Acea; questa tesi ha avuto larga eco nella stampa come fosse la sola motivazione che ha portato alla crisi di vertice e alla crisi con SuezGDF.

È impossibile trovare la dimostrazione di ciò senza ricorrere a valutazioni strettamente politiche che sono però estranee all’ambito professionale della Staffetta ma è evidente un fatto: l’estrazione del Presidente Cremonesi che era a capo della Associazione dei Costruttori Romani e i vasti interessi nel campo delle costruzioni del socio Caltagirone.

Questo fatto è oggettivamente assai rilevante per una società come Acea che svolge le proprie attività in CONCESSIONE e molte di queste sono controllate e regolate dal potere pubblico per la determinazione delle tariffe.
Ebbene in una società bene ordinata è regola generalmente seguita che gli interessi dei soci non debbano interferire con gli interessi della società: nel caso specifico è bene che l’influenza del Presidente e del socio Caltagirone non venga spesa per assicurare appalti di Acea ad aziende dello stesso socio o ad aziende loro collegate.

E’ un tema delicato che richiama il noioso problema del conflitto di interessi ma in questi tempi difficili dove è stata invocata da tante parti l’esigenza di un’etica degli affari non si può nascondere che la prima condizione etica è che gli interessi degli Amministratori e dei Soci rappresentati in Cda non siano in conflitto con l ‘interesse della società.

Per un’azienda concessionaria come Acea l’esigenza è ancora più evidente dal momento che i costi si riversano in TARIFFA a carico dei cittadini utenti: se sono le aziende di un socio a ricevere in appalto i lavori della società partecipata chi garantirà agli utenti che il costo di tali lavori è quello più conveniente? e chi garantirà ai piccoli azionisti che la gestione della società non ne venga danneggiata a scapito del valore del titolo?

Sono per ora solo domande di principio senza riscontri operativi noti ma per ragioni di trasparenza e di governance si può notare come impropria la presenza di soci costruttori negli organi sociali di una società concessionaria e se proprio ci hanno da essere che almeno si stabilisca in Cda la regola che i soci costruttori non possono concorrere come fornitori a nessun appalto e nessun acquisto della società partecipata.

Questo lungo ragionamento si può concludere costruttivamente osservando il silenzio istituzionale in cui questa delicata ed importante vicenda si è svolta.

Il Campidoglio si è limitato a precisare che la questione è di competenza del Cda, come se non fosse il principale azionista e soprattutto l’ente responsabile delle concessioni affidate ad Acea; vale allora la pena di ricordare che le società municipalizzate nate nel 1903 per merito del Governo Giolitti erano dedicate ad assicurare alla cittadinanza quei servizi essenziali per la vita civile (acqua, energia, ILLUMINAZIONE, rifiuti, trasporti) allora non disponibili per mano dei privati; ora che quei servizi sono garantiti in tutto il Paese i Comuni non possono accontentarsi di riscuotere un dividendo e nominare gli Amministratori (sembrano essere le loro uniche preoccupazioni anche nelle altre alleanze societarie tra municipalizzate) ma hanno la piena responsabilità di controllare che il servizio venga reso nelle migliori condizioni di qualità e di costo e soprattutto che la gestione di questi servizi progredisca al passo con lo sviluppo delle tecnologie.

Ebbene è a questi aspetti che il Campidoglio dovrebbe prestare attenzione nell‘interesse primario dei cittadini: come evitare che il paventato connubio con la lobby dei costruttori danneggi la società, gli azionisti e gli utenti? il progetto con i francesi è un progetto utile alla città e alla crescita imprenditoriale di Acea?

Anche la Consob è apparsa silenziosa salvo un soprassalto di interesse in occasione della caduta del titolo in Borsa seguita alle notizia di stampa su questa vicenda.
La Consob avrebbe invece ragione per esercitare i suoi poteri di controllo in modo molto più incisivo a tutela del mercato.

Innanzitutto pretendendo da Acea informazioni complete e dettagliate sul progetto in questione e sulle verifiche programmate dalla società in modo da rassicurare la Borsa sulla efficacia con cui il nuovo management conduce la società a tutela del patrimonio industriale e finanziario.

E poi per tutelare gli azionisti senza rappresentanza negli organi societari i quali possiedono circa il 30% del capitale mentre per il restante 70% è nelle mani di soli quattro grandi azionisti, tutti tutelati da adeguata rappresentanza nel Cda: per il 51% il Comune ed il restante 20% diviso in ordine tra SuezGDF, Caltagirone e Schroeder; è evidente allora l’esigenza di tutelare il popolo del flottante con comunicazioni sociali e della stessa Consob esaurienti e tecnicamente adeguate e e da possibili manovre al ribasso sul titolo da chi ha interesse a rafforzarsi come socio “che conta”.
E per ultimo colpisce il silenzio della Politica che avrebbe il dovere e il potere per risolvere molti dei problemi istituzionali emersi da questa vicenda: primo fra tutti quello della trasparenza che deve connotare la gestione di una società, importante come Acea, per la responsabilità che ha non solo verso i propri azionisti ma verso la comunità in cui vive e prospera.

Inutile riempire il vocabolario delle aziende di termini anglosassoni – stakehoders, target, governance, accountability – e sprecare inchiostro sul tema della “responsabilità sociale delle imprese” e poi alla resa dei conti vedere all’opera i soliti modi reticenti e oscuri di larga parte della comunicazione delle imprese, anche pubbliche.