Misurare la libertà economica di un paese significa misurare, da una parte, la competitività e l’efficienza di un sistema, dall’altra le possibilità dei cittadini di entrare liberamente in un mercato. Il benessere del consumatore, quindi, ma anche le possibilità di crescita e le opportunità: la libertà di entrare in un mercato senza incontrare impedimenti di natura legale o regolamentare.
Con questo obiettivo, l’Istituto Bruno Leoni pubblica quest’anno la seconda edizione dell’Indice delle Liberalizzazioni, disponibile su http://www.liberalizzazioni.it/. Lo studio dell’economia italiana si arricchisce di quattro nuovi settori, arrivando a coprire dodici mercati.
La metodologia utilizzata e di tipo realistico-comparativo: non evanescenti modelli di concorrenza perfetta, ma esperienze reali, di paesi appartenenti all’aerea europea, che hanno saputo riformare e aprire i loro mercati e possono quindi fungere da modello e indicare soluzioni per i problemi di un paese che arranca.
Per Carlo Stagnaro, Direttore Ricerche e Studi dell’Istituto Bruno Leoni, l’Indice 2008 ci consegna l’immagine di «un’Italia con l’artrosi», ovvero un paese che non riesce a cambiare e aprirsi alla concorrenza, perché «ogni scossone, ogni cambiamento, causa sofferenze crescenti». La valutazione complessiva mostra infatti un lieve arretramento, dal 52 al 47%.
In parte ciò è dovuto a un effetto statistico, perché i nuovi settori introdotti abbassano la media. Ma, riconducendo a base comune, i valori 2007 e 2008 sarebbero, rispettivamente, 52% e 50% per lo studio a 8 settori, 48% e 47% per lo studio a 12.
Variazioni inferiori al 5%, considerando la metodologia utilizzata, non sono statisticamente significative: ci mostrano però un percorso di apertura al mercato incompleto, e che per di più non manifesta più alcuna spinta propulsiva. Il che è tanto più grave in un mondo in cui gli altri paesi, ormai diretti concorrenti, spesso si muovono rapidamente.
Fanalino di coda dell’Indice 2008 sono i servizi idrici, con un misero 27%, strappato, peraltro, per demerito del paese benchmark, l’Inghilterra, su alcuni parametri: in questo settore, il ruolo degli operatori privati è fortemente limitato e la regolamentazione farraginosa.
A seguire, le telecomunicazioni (35%), in flessione del 5% rispetto all’edizione precedente, essenzialmente a causa dell’affaire Telecom, e della commedia napoletana sulla gestione della rete che ne è seguita. Il mercato del lavoro (35) presenta invece l’arretramento più considerevole, del -15 %, dovuto a un efficace lavoro di guerriglia normativa e interpretativa contro la legge Biagi.
Fra le novità di questa edizione, l’analisi della Pubblica Amministrazione in termini di dimensione, EFFICIENZA e indipendenza politica: variabili che influenzano direttamente l’intera economia, e in base alle quali la nostra P.A. si guadagna un misero 39%.
Nel settore postale, purtroppo, non è stato approvato il progetto di legge che prevedeva l’istituzione di un’autorità di regolazione indipendente, che avrebbe portato il quadro regolatorio del nostro paese attorno alla sufficienza: dobbiamo accontentarci invece del 39%.
La situazione è statica per le Professioni Intellettuali (46%) e il Trasporto Ferroviario (49%). Il Trasporto pubblico locale (46%) si presenta come poco concorrenziale e con dei costi operativi molto elevati, procedure competitive di assegnazione del servizio, pur previste dalla riforma Burlando, sono ancora poco utilizzate, mentre i sussidi pubblici sono ingenti.
La new entry Fisco si attesta al 52%, analizzando il livello di complessità, la distorsività e il peso complessivo del sistema fiscale italiano in comparazione a quello inglese.
Il settore del gas è in lieve flessione, a causa del forte ridimensionamento dello switching rate annuale della domanda italiana. A superare la sufficienza, solo il Trasporto aereo (70%), nonostante Alitalia e grazie all’implementazione delle direttive comunitarie, e l’elettricità (74), che già nel 2007 aveva realizzato la performance migliore.
Una fotografia poco esaltante, certo: ma importante per capire che abbiamo un disperato bisogno di cambiare.
Tratto da Agi Energia