Il benessere delle società moderne dipende dalla presenza di “schiavi meccanici” (le macchine, gli elettrodomestici, i computer…) alimentati da fonti energetiche nonché dalla fornitura di servizi energetici che soddisfano alcuni bisogni primari (come il riscaldamento o l’ILLUMINAZIONE).
In breve: senza energia niente benessere e niente società così come la conosciamo noi. In un mondo globalizzato, nel quale gli stili di vita tendono a omogeneizzarsi, nessun dubbio che la ricerca di energia da mettere a disposizione dei cittadini sia uno dei problemi cruciali a livello mondiale. Ha ragione quindi Alberto Clô quando parla di fame di energia e di necessità di investimenti per farvi fronte.
1. La domanda di energia
Uno sguardo più di dettaglio di ciò che sta accadendo ed è accaduto a livello mondiale ci può aiutare a definire meglio i contorni del problema (vedi tabella seguente).
I consumi energetici mondiali stanno crescendo a un ritmo blando nei paesi sviluppati, ma crescono in misura molto più forte nei paesi in via di sviluppo (PVS) anche se permangono profonde disuguaglianze.
I cittadini dei paesi OCSE, genericamente assimilati ai paesi ricchi industrializzati (anche se Messico e Turchia appartengono all’OCSE e hanno un Pil pro-capite paragonabile o inferiore a paesi come Brasile, Argentina o Russia), rappresentano il 18% della popolazione mondiale ma consumano un po’ più della metà dell’energia primaria a livello mondiale.
Tuttavia è in atto un processo di avvicinamento con un’accelerazione rispetto a quanto accadeva in passato. Nei venticinque anni dopo la prima crisi energetica del 1973, la distanza nei consumi pro capite tra il resto del mondo e i paesi OCSE si era ridotta di meno di tre punti percentuali (dall’86 all’83%). In soli otto anni, dal 1998 al 2006 questa distanza è scesa di più di 15 punti (dall'84,4 al 68%).
È a tutti noto che questo fenomeno è dovuto soprattutto agli straordinari tassi di crescita dell’economia cinese e un po' meno di quella indiana.
Si tratta però di poco meno di 2,5 miliardi di persone. Se, a titolo di esempio, i cinesi raggiungessero nel 2030 il 60% del consumo energetico pro capite attuale dei paesi OCSE e gli indiani il 40%, farebbero crescere la domanda mondiale di 4,9 miliardi di TEP (tenendo conto anche della crescita attesa della loro popolazione).
Questo dà un'idea di che cosa significa fame di energia: necessità che i paesi industrializzati riescano a ottenere crescita economica senza crescita dei consumi per lasciare spazio alla crescita dei consumi energetici dei paesi in via di sviluppo in modo da ridurre le distanze ancora abissali che li separano.
L'altro tema che merita di essere messo a fuoco è quello della domanda di elettricità. Anche in questo caso è in atto un’accelerazione della crescita negli ultimi 8-10 anni e una riduzione delle distanze tra paesi ricchi industrializzati e resto del mondo (vedi tabella precedente).
Tuttavia il tasso di crescita mondiale dei consumi elettrici è decisamente più elevato di quello dei consumi energetici: ciò dipende dal fatto che l’elettricità è “energia intelligente”, cioè energia corrispondente alle esigenze di funzionamento di una società sempre più basata sulla conoscenza e sull’informazione.
In secondo luogo le distanze tra paesi OCSE e resto del mondo in questo campo rimangono ancora più marcate di quelle dei consumi energetici (proprio a indicare il valore segnaletico dello sviluppo di una società moderna che ha il consumo elettrico): ancora oggi i cittadini del “resto del mondo” consumano annualmente solo il 17,5% di elettricità rispetto ai cittadini dei Paesi OCSE. Per questo è presumibile una rincorsa ancora più lunga e impegnativa.
Tratto da Agi Energia