Lo scorso anno, in Giappone, i Paesi del G8 ammonivano contro i pericoli derivanti dal forte innalzamento del prezzo del petrolio.
Il greggio si avviava in effetti a toccare la cifra, davvero senza precedenti, di oltre 140 dollari al BARILE. Ma come è noto, il prezzo dell’oro nero è fra le variabili più difficili da prevedere in economia.
Un anno dopo le emergenze percepite sono diverse e le priorità energetiche del G8 2009, in programma in Italia la prossima estate, riguardano alcuni aspetti della sicurezza energetica che si potrebbero definire “strutturali”, ben più che contingenti.
In particolare, vi sono tre aspetti che interessano i paesi dell’UE membri del G8, la Russia e il Giappone.
In primo luogo, la discussione ripartirà da dove era terminata a Tokyo: le prospettive per l’energia nucleare e le strategie per far fronte al mutamento climatico globale.
Nel 2008 il “revival” dell’ATOMO era suggerito soprattutto dall’insostenibilità del prezzo del petrolio; oggi invece l’accento cade più sulla compatibilità fra nucleare civile e abbassamento delle emissioni di CO2.
Il problema dell’energia atomica, a parte la questione tecnica (ma di forte impatto sociale) dello smaltimento delle scorie, è il suo carattere cosiddetto “dual-use”.
Ciò significa che con le competenze e gli investimenti adatti è teoricamente possibile indirizzare il processo produttivo a scopi militari. Con rischi enormi di proliferazione e POTENZIALE perdita di controllo sugli equilibri strategico-militari regionali e globali.
Per tale ragione, le nazioni del G8 – non solo gli USA ma anche gli europei, i giapponesi e i russi – cercheranno di legare ogni discorso sugli investimenti in energia atomica a regole precise per inibire la capacità di replicare infrastrutture e tecnologie in modo sganciato da un rigido controllo.
Inoltre, una priorità assoluta è evitare di fornire materiale e competenze a stati che non vogliano sottostare a tali condizioni.
In secondo luogo, il Regno Unito è deciso ad assumere la leadership della “svolta verde”. Londra ha da tempo intuito che la questione del CAMBIAMENTO CLIMATICO globale è particolarmente sentita in Europa e in Giappone, e che l’iniziativa diplomatica per favorire politiche basate su energie RINNOVABILI apre ai britannici la possibilità di ampliare la propria influenza.
Ciò è dovuto in gran parte alla diffidenza manifestata dagli USA (ma anche dalla Cina) verso il PROTOCOLLO DI KYOTO e le politiche ambientaliste.
Un fatto, questo, che ha creato una frattura culturale fra Washington e le altre grandi potenze capitalistiche.
Londra, ponendosi come leader della “rivoluzione verde”, mira anche a guadagnare maggiore influenza presso la nuova Amministrazione americana, molto più sensibile della precedente alla questione.
È preventivabile che temi quali energia eolica, solare, fotovoltaica, idrica, così come anche il RISPARMIO ENERGETICO saranno fra i più sostenuti da parte degli europei, con Londra in primo piano ma con francesi e tedeschi sulla stessa lunghezza d’onda.
In terzo luogo, terrà banco il tema della diversificazione degli approvvigionamenti di idrocarburi.
Il cuore del problema è l’uso politico delle forniture d’energia da parte russa.
Questione delicata e molto attuale, essa sarà probabilmente egemonizzata dalle proposte che proprio Mosca sembra sul punto di lanciare.
A inizio marzo, il presidente russo Dmitrij Medvedev ha lanciato l’idea di una nuova “Carta europea per l’energia” che coinvolga tutti i paesi fornitori e tutti i compratori, tenendo conto dei rispettivi interessi.
In passato, quando Mosca aveva avanzato simili prospettive, più di un osservatore in Occidente aveva parlato di trappola tesa da parte russa, per forgiare rapporti diplomatico-energetici in linea con gli interessi egemonici di Mosca.
Inoltre non è un segreto il fatto che i paesi baltici e la Polonia abbiano accolto con irritazione il progetto russo-tedesco di gasdotto Nord Stream, che elude i loro territori, ormai prossimo a entrare in fase di realizzazione.
A ciò si aggiunge la competizione fra il progetto di gasdotto Nabucco, spalleggiato anche dagli USA, e il concorrente South Stream, ideato da Gazprom.
Ma le aperture diplomatiche della NATO e degli USA al Cremlino potrebbero creare un clima più disteso e permettere, eventualmente, un qualche avanzamento verso un maggiore coordinamento fra Mosca e i paesi dell’Europa occidentale che dipendono in buona parte dalle forniture di GAS NATURALE russo.
Tratto da Agi Energia