L’indipendenza energetica come ritornello stanco della politica americana. Robert Bryce, direttore del periodico “Energy Tribune”, affronta il tema in tutte le sue implicazioni, nelle quasi quattrocento, scoppiettanti pagine di “Gusher of Lies. The Dangerous Delusions of Energy Independence” (Public Affairs, 26,95 dollari). “Ogni presidente americano da Richard Nixon in poi ha sottolineato l’esigenza di conquistare l’indipendenza energetica – scrive Bryce – Nel 1974, Nixon ha promesso che avrebbe potuto essere raggiunta in sei anni. Nel 1975, Gerald Ford l’ha promessa in dieci. Nel 1977, Jimmy Carter ha messo in guardia gli americani che l’offerta globale di petrolio avrebbe cominciato a prosciugarsi nel giro di un decennio e che la crisi energetica a cui gli Usa si trovano di fronte era l’equivalente morale della guerra”. Di tutte queste promesse è rimasta solo l’eco sbiadita, eppure esse continuano a essere rilanciate. Anche nella campagna elettorale in corso.
È anche questa nota di stretta attualità che rende il lavoro di Bryce interessante. Il suo scopo è duplice. Da un lato, smascherare l’impossibilità, e l’indesiderabilità, dell’indipendenza energetica, intesa come la soddisfazione della domanda di energia unicamente con fonti nazionali (siano esse gli idrocarburi esistenti nel sottosuolo americano oppure le mitiche fonti RINNOVABILI). Dall’altro, l’autore intende proporre una prospettiva diversa: la dipendenza dalle fonti importate – che andrebbe correttamente interpretata come interdipendenza di ciascun paese del mondo da tutti gli altri, vista la liquidità e la complessità dei mercati energetici – non solo non è un’inevitabile condanna, ma è un’opportunità. Dopo tutto, lasciare la soluzione del rebus energetico al mercato significa anche porre le condizioni per trovare la via più efficiente e meno costosa e dunque garantire alla società americana (ed europea) la possibilità di saziare la sua fame nel modo migliore. Ricorrendo di volta in volta alle risorse più efficaci e appropriate. Anche perché la via dell’indipendenza è necessariamente lastricata, più che di buone intenzioni, di sprechi di denaro pubblico: “dovrebbe essere ovvio su quale strada gli Stati Uniti dovrebbero concentrare i propri sforzi – ragiona Bryce – Gli Usa non controllano più i mercati globali del petrolio, gas, URANIO e prodotti raffinati… Anziché ritirarsi nel protezionismo e nell’isolazionismo che vanno di pari passo con gli argomenti a favore dell’indipendenza energetica, gli Usa dovrebbero abbracciare il commercio globale di energia e accettare che ogni nazione possa vendere quello che produce meglio (o più economicamente) rispetto ai concorrenti. Ciò, tra l’altro, porterà a una più pronunciata interdipendenza economica, e l’interdipendenza riduce i rischi di conflitti”.
Il volume si conclude con una lunga appendice, che riporta una lista virtualmente infinita di risorse naturali essenziali alla civiltà contemporanea – dal petrolio al silicio, dalla bauxite al rame – che gli Stati Uniti non sono in grado di produrre autonomamente, ma che devono almeno in parte importare (in molti casi, addirittura il 100 per cento del consumo americano è importato). Il sottinteso, neppure troppo implicito, è che l’interdipendenza rende tutti più ricchi. Conviene agli esportatori, ma senza di essa gli importatori non potrebbero godere di tutti i frutti migliori della modernità.
Tratto da Agi Energia