Ingrediente immancabile di ogni crisi finanziaria che si rispetti è l’incertezza. Anche in questo caso non poteva mancare una buona dose di perplessità su cosa sta accadendo e, soprattutto, su cosa succederà dopo.
Tutti si domandano se questa fase sia l’inizio della fine o la tanto sospirata conclusione dell’onda lunga di una debacle finanziaria e istituzionale, che ha avuto il suo esordio con la crisi dei mutui subprime negli Stati Uniti.
Obiettivo di questo contributo vuole essere quello di cercare di diminuire l’asimmetria informativa che sta caratterizzando l’attuale fase, tentando, da un lato, di analizzare gli strumenti messi in campo dalle Istituzioni, dall’altro lato, introdurre alcune riflessioni sulla prevedibilità di quello cui stiamo assistendo.
Prima di tutto inizieremo con l’analizzare cosa sta accadendo, come le istituzioni stanno reagendo al crack delle istituzioni finanziarie degli ultimi giorni. Da questo punto di vista, l’elemento più significativo riguarda il piano, stanziato dal Tesoro degli Stati Uniti, di 50 miliardi di dollari e la c.d. “iniezione di liquidità”.
L’azione del Governo statunitense, in accordo con quella delle Banche Centrali, in primis la FED, si ispira a un vecchio strumento regolatorio: il Credito di Ultima Istanza (CUI). L’obiettivo principale è quello di impedire che l’ente creditizio in sofferenza debba smobilizzare rapidamente parti del suo attivo in caso di corsa agli sportelli.
Tramite l’immissione di liquidità nel sistema, attraverso il rifinanziamento degli Istituti di credito in difficoltà, si vuole evitare la diffusione del panico tra i risparmiatori. In sostanza, ci si vuole sottrarre al rischio di probabili bank runs, i quali avrebbero effetti deleteri sulla stabilità dell’intero sistema finanziario.
In altre parole, l’intervento delle Banche Centrali vuole garantire i risparmiatori sulla solvibilità delle banche nelle quali hanno investito. In questi casi, il pericolo più grande risiede proprio nella probabilità che i risparmiatori, insicuri sulla solvibilità della propria banca, decidano simultaneamente di ritirare i propri risparmi; in tal modo un fallimento che poteva sembrare probabile diventa certo. La logica del first come first served, che guida l’azione dei risparmiatori nel panico, rende istituzioni finanziarie con soli problemi di liquidità in banche insolventi.
La prima lezione derivante da questa crisi finanziaria è che, in netto contrasto con il sentir comune, non è possibile basare l’assetto regolatorio esclusivamente su basi prudenziali. L’Accordo di Basilea e gli strumenti di regolamentazione prudenziale sono importanti e devono continuare a essere migliorati ma, è un errore grave sostenere che la regolamentazione c.d. “di vecchio stampo”, come quella che prevede l’utilizzo del CUI, sia sorpassata e “fuori moda”. Come si apprende in questi giorni vecchi strumenti risultano efficaci anche per nuove crisi.
Il secondo aspetto che vorrei approfondire con questo contributo riguarda la prevedibilità di quanto sta accadendo. Più precisamente, il fatto che il dissesto di istituzioni creditizie più o meno importanti sia avvenuto in un paese come gli Stati Uniti non sia affatto da addebitare al caso, era solo questione di tempo.
Come si può pensare che con mercati finanziari così integrati e con un grado di internazionalizzazione così elevato non si abbia un framework regolatorio altrettanto integrato.
La regolamentazione dei mercati finanziari non è un elemento che esula dal mercato finanziario regolamentato, come è stato possibile pensare di essere immuni da crisi bancarie con regolamentazioni segmentate per Paese o per Aree geografiche. Era palese, e lo è ancora di più oggi, che un siffatto assetto regolatorio è del tutto inefficace.
Per poter fronteggiare le future crisi finanziarie è necessario elaborare soluzioni e, soprattutto, istituzioni che regolamentino il mercato con respiro globale, è fondamentale avere organismi che vigilino sull’intero mercato finanziario, non solo su una parte di esso.
Tale principio è evidente da due punti di vista: il primo riguarda il concetto dell’internazionalizzazione dei mercati, già affermato in precedenza. Il secondo punto di vista fa capo a un principio base della teoria della regolamentazione e, se vogliamo, dell’economia in generale: quello dell’ARBITRAGGIO. I soggetti con attività più rischiose investiranno nei Paesi con la regolamentazione meno stringente, quella più permissiva.
In altre parole, l’assenza di regole comuni ha un effetto di selezione avversa nel mercato; nel senso di garantire un vantaggio competitivo a quei Paesi con regolamentazione più “leggera”. Il problema fondamentale è che l’esternalità negativa, derivante da una crisi finanziaria, si ripercuote anche su quei Paesi che avevano adottato misure regolatorie adeguate.
La seconda lezione che questa crisi ha fornito è appunto quella di riaffermare che per massimizzare le capacità allocative del mercato è fondamentale basarsi su regole condivise che, come si è soliti dire in campo di tutela della concorrenza, creino un effettivo common level playing field.
Tratto da Agi Energia