I dati relativi ai primi mesi dell’anno hanno confermato la gravità della recessione a livello mondiale e l’eccezionalità degli interventi di politica economica messi in campo per contrastare questa crisi.
Con l’esclusione di Cina e India, nel primo trimestre dell’anno le grandi economie industrializzate ed emergenti hanno registrato una caduta del PIL e anche il commercio mondiale si sta contraendo: siamo certamente nel mezzo della peggiore recessione del dopoguerra.
Ciò nonostante, sembra essere opinione comune che la corsa al ribasso delle previsioni per il 2009 sia terminata ed effettivamente i segnali anticipatori dell’arresto della caduta, già intravisti negli ultimi mesi, non sono stati contraddetti in modo significativo nelle ultime settimane.
Dalla quantificazione dell’intensità della caduta dell’attività economica, l’attenzione si sta così progressivamente spostando al percorso di uscita dalla crisi: sulla sua velocità, sui rischi di ricadute, sulla configurazione dell’apparato produttivo al suo termine.
Innanzitutto, la ripresa che si materializzerà sul finire dell’anno in corso sarà molto modesta. Dopo una ulteriore caduta, decisamente inferiore alle precedenti, del PIL nel secondo trimestre, nel corso dell’estate prevediamo un assestamento dell’attività produttiva sui medesimi livelli del trimestre precedente.
Solo nel corso del quarto trimestre, un ciclo di accumulo di scorte e un risveglio della domanda a livello globale consentiranno un moderato recupero dell’attività economica. Ma ci vorrà un altro anno, il 2010, perché si possa dire effettivamente avviata la fase espansiva del ciclo, rimanendo ancora da trascorrere un periodo in cui trimestri in crescita si potranno alternare a trimestri in caduta.
Un passo molto lento imposto innanzitutto dalla necessità di ripristinare condizioni di fiducia e piena operatività nei mercati finanziari internazionali e nell’erogazione del credito, come dalla necessità di ridurre i livelli di indebitamento delle famiglie, in primo luogo statunitensi e inglesi ma non solo, in una situazione in cui il calo del valore di mercato degli immobili e della ricchezza finanziaria ostacola il riequilibrio degli stock.
Nel caso dell’economia italiana, vi sono anche vincoli interni a contenere il passo dell’uscita dalla crisi, innanzitutto per gli spazi limitati che l’elevato debito pubblico lascia alla possibilità di intraprendere politiche fiscali di stampo più nettamente espansivo.
Le misure appena varate vanno soprattutto nella direzione di sostenere gli investimenti delle imprese manifatturiere e in misura marginale a sostegno degli ammortizzatori sociali, ma senza prevedere un allargamento dei potenziali beneficiari. Dati i tempi tecnici di implementazione, risulteranno comunque più efficaci nella prima metà del prossimo anno.
Che nel corso del prossimo anno e mezzo questo incerto processo di ripresa possa risultare più accidentato ed eventualmente interrompersi, con un profilo che assumerebbe la forma di una W, affidandosi alle lettere dell’alfabeto con le quali si è oramai usi descrivere i profili ciclici, non solo non può essere escluso ma risulterebbe piuttosto probabile, specialmente nel caso in cui i riflessi sul mercato del lavoro dovessero rivelarsi peggiori del previsto, con ricadute sulla fiducia e dunque sulla spesa delle famiglie.
Probabilmente l’interrogativo oggi maggiore è sull’eredità che questa recessione lascerà alla struttura delle economie avanzate, alle loro potenzialità di crescita o, detto in altri termini, al loro prodotto POTENZIALE.
Infatti, ciò che caratterizza questo ciclo economico rispetto al passato è la velocità della crescita nella fase di uscita dalla recessione, lenta al punto che alla fine del 2012 non si saranno recuperati i livelli di produzione precedenti la crisi.
Questa fattispecie, che accomuna l’Italia ai principali paesi europei, assume nel nostro paese i connotati peggiori, nel senso che la perdita di output al termine della recessione sarebbe per l’Italia la più elevata.
Altrettanto elevata sarebbe la perdita di posti di lavoro, perdita che si concentrerebbe in modo particolare nel settore manifatturiero.
Il faticoso percorso di ristrutturazione che il nostro sistema industriale aveva intrapreso nello scorso decennio e che cominciava a dare frutti in termini di tenuta (se non proprio di recupero) di quote sui mercati esteri e di ripresa di peso del settore, rischia dunque di subire una battuta d’arresto che va ben al di là della fase ciclica.
Si sta configurando una perdita netta di capacità produttiva che si concentrerebbe nell’industria, poiché le imprese, nella prospettiva di una lunga fase di crescita moderata, dovrebbero riposizionarsi su una scala di produzione inferiore.
In questo processo, la crisi, che origina sui mercati esteri, e le difficoltà del credito rischiano di penalizzare di più le imprese con una maggiore vocazione all’export, quelle che negli scorsi anni hanno investito di più e che, per ciò, si sono appesantite di oneri finanziari ma che sono probabilmente anche le più competitive e produttive, favorendo relativamente le imprese che operano più al riparo della concorrenza estera ma la cui scarsa produttività sappiamo essere uno dei vincoli strutturali alla crescita della nostra economia.
È su questo rischio, su come scongiurarlo, che si concentrerà la riflessione nel prossimo futuro.
Tratto da Agi Energia