
In linea con le promesse elettorali e le dichiarazioni effettuate nel suo primo discorso dopo la vittoria alle elezioni presidenziali, Barack Obama ha manifestato la sua intenzione di procedere a una radicale modifica della politica ambientale degli Stati Uniti.
In parallelo con il cosiddetto “New Deal”, varato dal governo e approvato il 13 febbraio dal Congresso, la riforma di Obama in materia di politica climatica ed energetica riguarda ampiamente il settore automobilistico piombato, negli ultimi mesi, in una delle peggiori crisi di sempre.
Per quanto riguarda i trasporti, il “New Energy for America” plan della coppia Obama-Biden prevede diverse importanti scelte, tra le quali:
Per implementare tali decisioni, il presidente Obama ha siglato il 26 gennaio due ordini presidenziali che costituiscono una “svolta epocale” per il Paese.
Nel primo si fa richiesta all'Environmental Protection Agency (EPA – l’agenzia americana per la protezione dell’ambiente) di rivedere la normativa attuale, dando la possibilità ad alcuni Stati di stabilire standard più rigidi sui gas di scarico.
A guidare la schiera degli Stati più “virtuosi” c’è la California del Governatore repubblicano Arnold Schwarzenegger, che ha subito manifestato il suo apprezzamento.
In passato la Casa Bianca, durante il mandato di George W. Bush, aveva bloccato il tentativo di California a altri 13 Stati di procedere all’adozione di norme più restrittive in materia ambientale, con particolare riguardo all’INQUINAMENTO degli autoveicoli.
La seconda decisione assunta dal presidente statunitense è ancora più significativa, sia per la rilevanza attuale che per le future possibili implicazioni: Obama ha annunciato di voler procedere verso una netta diminuzione della dipendenza petrolifera degli Stati Uniti dalle forniture estere (per circa 2 milioni di barili al giorno); inoltre, ha chiesto al Dipartimento dei Trasporti di elaborare normative miranti a rendere gli autoveicoli in circolazione nel paese più “puliti” e performanti in termini di consumi: in particolare, si fa riferimento a una normativa del 2007 mirante ad aumentare del 40% l’efficienza dei consumi di autovetture e piccoli camion entro il 2020.
Secondo le dichiarazioni di Obama, l’obiettivo è quello “…di assicurare che auto efficienti in termini di consumi verranno costruite proprio in America”.
Tale affermazione va letta alla luce della grave crisi che sta colpendo da diversi mesi il mercato automobilistico e che ha visto le maggiori case produttrici statunitensi, ad eccezione della Ford, chiedere sostegno finanziario al governo federale per evitare il fallimento e la conseguente perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro.
In dicembre, l’allora presidente Bush aveva risposto agli appelli di Chrysler e General Motors, varando un piano di aiuti d’emergenza per un valore di oltre 17 miliardi di dollari.
Le case automobilistiche, che hanno accolto con favore e un sospiro di sollievo la manovra dell’ex inquilino della Casa Bianca, si sono tuttavia fortemente opposte alle recenti decisioni di Barack Obama, ricorrendo anche ai tribunali.
In prima linea nel chiedere al governo maggiore supporto finanziario, qualche forma di protezione dalla concorrenza straniera e, soprattutto, un approccio riformista meno radicale e più attento all’attuale situazione di crisi, esse sono affiancate dalla vasta schiera di aziende che ruotano attorno al settore produttivo automobilistico: centinaia di fornitori che non sono stati beneficiati dalla manovra di fine 2008 e che rischiano la bancarotta, con la conseguenza diretta di rendere inutile quanto prodotto dal governo fino a oggi.
In totale queste aziende, contando anche sul supporto di Congressmen come il Senatore democratico Carl Levin, hanno chiesto un intervento federale per oltre 25 miliardi di dollari, suddiviso in:
La “rivoluzione verde” del Presidente Obama deve quindi fare i conti, fin da subito, con ingenti ostacoli finanziari e interessi contrapposti: infatti, lobbies automobilistiche, come l’Association of International Auto Manufacturers, quelle che supportano i produttori di etanolo e biocombustibili e organizzazioni come il Fondo per la Difesa Ambientale (EDF), hanno già attivato una forte campagna di pressione sulle istituzioni per sostenere le proprie istanze, con il risultato di frammentare opinione pubblica e forze politiche del Paese.
Tratto da Agi Energia