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Quali scenari energetici per l'Italia di domani? - Riccardo Casale -

La complessità degli scenari energetici che si prospettano per il nostro futuro e per quello delle generazioni che ci seguiranno deriva dagli anni ’90.

Gli anni della “fine della storia” di Fukuyama ma soprattutto, per quello che ci riguarda più da vicino, il periodo del petrolio a 9 dollari e di insensate previsioni di diminuzione dei fabbisogni energetici.

Se si aggiunge poi che il primo documento dell’IPCC che parla di impatti delle attività antropiche sul clima è datato 1993 si capisce come la frittata sia stata preparata: si è preferito ascoltare i falsi profeti che teorizzavano l’alba del nuovo millennio come inizio dell’era delle energie alternative anziché investire in ricerca per nuove tecnologie energetiche, disincentivati anche dal basso costo del petrolio, ed attivare per tempo coraggiose politiche di contenimento delle emissioni.

Oggi un fatto è chiaro: questo non sarà il secolo delle alternative che, con un po’ di onestà intellettuale ed un po’ di opportunismo, hanno lentamente cambiato nome e si chiamano oggi RINNOVABILI.
Se ci va bene questo sarà il secolo di uscita dal FOSSILE, se ci va male sarà il secolo del carbone e delle SABBIE BITUMINOSE con buona pace della riduzione delle emissioni sacrificate sull’altare della crescita di chi non può permettersi di non uscire dal sottosviluppo.

In tal senso, gli scenari del WEC (World Energy Council, la più autorevole organizzazione indipendente non governativa del settore, che riunisce 94 Paesi al fine di promuovere l'uso sostenibile dell'energia), non sono tranquillizzanti: nello studio più recente “Deciding the Future” è scritto che, sulla spinta di un boom demografico che farà balzare gli utilizzatori da sei a nove miliardi di unità, la domanda energetica mondiale raddoppierà prima del 2050.

Che strada prendere quindi per avviare, nella quota che compete al nostro Paese, una realistica, non traumatica e non antitetica con scenari di crescita e sviluppo uscita dal FOSSILE?

La risposta è articolata e complessa, proveremo a delineare solo alcune tracce di risposta.
Innanzitutto una roadmap che individui i tempi che non potranno che essere graduali e progressivi.

Quindi l’approccio che dovrà essere, a differenza di quello che è stato negli ultimi vent’anni, deideologizzato ma basato su politiche serie e realiste.
E veniamo alle politiche che, come da tempo scriviamo su questo giornale, devono portarci ad un “energy mix” maggiormente differenziato che si ponga l’obiettivo di almeno un 60% di energia elettrica prodotta da fonti non fossili e di uno spostamento di un buon 25% dei trasporti di persone e merci dalla gomma al ferro.

Per essere concreti e realisti poi dobbiamo dire che quel 60% dovrà essere più o meno equamente distribuito tra fonti RINNOVABILI e nucleare da fissione di nuova generazione.
E qui entra ancora in campo la necessità di non ideologizzare le scelte: non ha senso la contrapposizione creata ad arte tra RINNOVABILI e nucleare, sono due fonti complementari e non alternative (almeno per questo secolo), non va perso di vista l’obiettivo vero che è quello di diminuire sensibilmente il consumo di combustibili fossili.

Nucleare e RINNOVABILI, che insieme ci daranno la possibilità di aspettare con meno ansia fusione e tecnologie per l’idrogeno che arriveranno verso fine secolo, per loro natura ci garantiscono la fruibilità dell’energia in maniera assolutamente complementare, il nucleare copre il carico di base (base load) che le RINNOVABILI non possono coprire mentre le RINNOVABILI assicurano la copertura dei picchi di domanda (peak load) dove il nucleare non può arrivare; coloro che sostengono che malgrado la geografia sfavorevole la Germania ha il 25% di RINNOVABILI dicono il vero ma il malafede, perché i tedeschi possono permettersi quella quota proprio perché hanno il 25% di nucleare ed il 25% di carbone che insieme abbassano i costi e stabilizzano la rete.

Allo stesso modo va subito smorzata sul nascere la contrapposizione, ancora una volta tutta italiana, tra nucleare di terza e quarta generazione: per arrivare alla quarta, che senza dubbio è l’orizzonte più promettente, occorre riavviare oggi il sistema con quello che è disponibile sul mercato mondiale,  mentre in parallelo si rinverdiscono le competenze, si rilanciano le aziende, si ricreano le autorità pubbliche di controllo.

Per entrambi i settori è infine più che mai necessario, pena il colonialismo scientifico tecnologico, investire in ricerca e sviluppo: senza adeguati investimenti in RST non vedremo mai nulla di tutto questo e sostituiremmo soltanto il costo integrale dell’importazione del combustibile con quello dell’importazione degli impianti (che a quel punto non saremo nemmeno capaci di gestire).

E tutto questo andrà attuato anche se il prezzo in discesa del petrolio dovesse per qualche anno far risultare tali investimenti poco redditizi sul breve periodo, occorre traguardare un orizzonte più lontano verso il quale le migliori previsioni degli economisti perdono completamente senso.