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Nebbia fitta su Acea - Gdf Suez e Caltagirone scoprano le carte - Roberto Macrì -

La partita di Acea è sotto osservazione della Staffetta da ormai più di un anno, dopo l’avvicendamento del Sindaco e del management e il clamoroso ritiro dall’altare a pochi passi dal matrimonio con i soci francesi: da allora nonostante tanti annunci e interviste rassicuranti Acea sembra navigare nella nebbia fitta, incapace finora di indicare una rotta e di concertare con i due soci privati che contano, i francesi di Gdf Suez e il gruppo Caltagirone, azioni e obiettivi comuni.

Il matrimonio progettato da Mangoni, il precedente ad bruscamente giubilato dopo l’approvazione del bilancio 2008 in aprile, aveva il pregio del realismo e della chiarezza; il realismo perché prendeva atto della impossibilità della società a sviluppare da sola un portafoglio di attività divenuto troppo ampio ed impegnativo finanziariamente e organizzativamente; la chiarezza perché semplificava la governance del Gruppo distinguendo le responsabilità di Acea e dei francesi nei diversi business attraverso una reDISTRIBUZIONE delle partecipazioni che rispecchiava meglio la forza relativa dei due partner in ragione degli investimenti da fare e delle competenze prevalenti.

In cambio i francesi avrebbero portato in dote ad Acea la tanto sospirata Romana Gas, corteggiata per decenni da sindaci e Acea, rafforzando così la presenza industriale di Acea nella città di Roma che assieme all’acqua rappresenta la pietra d’angolo dell’intero gruppo: certo si trattava di una scelta senza ritorno considerata la dimensione del socio francese, qualche multiplo più grande di Acea, ma di una scelta che avrebbe dato ad Acea la dimensione internazionale che non ha e una solidissima piattaforma finanziaria e tecnologica per continuare a svilupparsi.

Questo giudizio peraltro non sottrae la precedente direzione da una valutazione meno che mediocre della gestione operativa che ha peggiorato fortemente economicità ed equilibrio finanziario.
Ma dato a Cesare quel che è di Cesare va però detto che la nuova direzione aveva sì tutta la legittimità per cambiare strada rispetto alla precedente gestione ma una volta rotto con la vecchia gestione aveva la responsabilità di tracciare subito la nuova rotta chiarendo per primi gli obiettivi e il disegno del nuovo progetto e di conseguenza i rapporti con i soci privati.

Ed invece evitata per un pelo la guerra con i francesi il nuovo management e il nuovo sindaco non hanno risparmiato dichiarazioni e interviste per riconfermare le grandi ambizioni di sviluppo della società e i buoni propositi di accordo con i due soci privati senza però precisare il progetto su cui misurare queste generiche intenzioni e cadendo in continue contraddizioni: ne è prova il progetto Romana Gas prima affondato bruscamente come estraneo al core business della società e poi riaffermato come obiettivo prioritario quando ormai Suez aveva rinunziato al preliminare di acquisto da Snam Rete Gas; un balletto di parole confuse che hanno detto tutto e il contrario di tutto.

Né la nuova direzione si è distinta per una particolare attenzione al miglioramento della gestione operativa dopo i deludenti risultati della semestrale 2009.
L’afasia strategica e la mediocrità operativa della nuova gestione spiegano più di ogni altro motivo la crescente sfiducia del mercato finanziario dimostrata dalla frana del titolo Acea dai 17,11 euro del 28 maggio 2007 ai 7,6 euro del 10 febbraio 2010; un cedimento che ha più che dimezzato (-55,585%) la capitalizzazione della società e non ha ancora invertito la tendenza.

Un cedimento molto più forte della media del settore delle utilities e che se ha colpito duramente i piccoli risparmiatori in possesso del 28% del flottante ha invece favorito il rafforzamento a prezzi di saldo degli azionisti che contano: Caltagirone è salito di due punti dal 7 al 9% ad un’incollatura dalla rivale Suez con il 10% e la fiduciaria svizzera Pictet ha aumentato la propria partecipazione “nascosta” dal 3 al 4%(*).

In questa situazione non sono più tollerabili ritardi nell’interesse della società; è ormai venuto il tempo per scoprire le carte sulle proposte del management sulle possibili alternative strategiche e sulle scelte conseguenti del Comune.
In questo senso la proposta ora avanzata dal sindaco e dal presidente di anticipare la riduzione della quota di maggioranza in mani del Comune a favore di soci privati in ottemperanza ad un recente obbligo di legge appare anch’esso un espediente per sfuggire ancora una volta al dovere di definire, prima di prendere decisioni così rilevanti, un progetto strategico a cui adeguare organizzazione ed alleanze.

Entrando nel merito l’obbligo di cui si tratta si riferisce all’art.15 del cosiddetto decreto Ronchi recentemente convertito in legge che impone l’obbligo alle società a maggioranza pubblica di cedere in tre anni la quota eccedente il 30% a soci privati se vogliono evitare la scadenza anticipata delle concessioni in essere al 2012 e il loro affidamento con gara pubblica europea ottenendo in cambio il prolungamento del contratto fino alla scadenza contrattuale; è una legge fortemente criticabile per vari aspetti e soprattutto perché elude ancora una volta la trasparenza richiesta dalla gara pubblica e realizza un connubio perverso tra pubblico e privato a spese della concorrenza.

Ma anche a prescindere dal giudizio di merito la decisione di procedere ad una cessione anticipata è stata prevalentemente criticata perché svenderebbe il capitale ai minimi storici di Borsa, rinunciando ai tre anni concessi dalla legge per preparare una ripresa della società e del titolo, e perché secondo il Comune il socio ideale sarebbe da scegliere tra gli imprenditori radicati nel territorio facendo ancora una volta intravedere la preferenza per il socio Caltagirone piuttosto che per il rivale francese certamente più accreditato per mestiere e forza finanziaria.

Oltre a ciò però valgono nel merito tre altre osservazioni ancora più rilevanti per tracciare un’alternativa: la prima è che la scelta di un socio privato prima ancora di avere definito il progetto strategico rischia di ridurre ancora di più la fiducia degli investitori e del mercato finanziario in genere, un rischio da evitare in vista delle necessarie ricapitalizzazioni e delle previste emissioni obbligazionarie; la seconda è che non è vero che il Comune di Roma è costretto dalla nuova legge a cedere parte delle azioni a soci privati in quanto può scegliere di conservare la maggioranza di Acea accettando il rinnovo anticipato delle concessioni mediante gara pubblica e scegliendo in quel momento le alleanze più adatte; la terza è che l’obbligo si riferisce alle concessioni idriche e quindi la condivisione delle partecipazioni con i privati può essere riferita soltanto alla proprietà degli asset di questo settore.

Questa terza scelta richiederebbe quindi di riunire in un’unica società le attività possedute da Acea in questo settore e gestite in regime di CONCESSIONE procedendo alla quotazione in Borsa e riservando al Comune il 30% del capitale e il 70% a privati; e anche in questo modo il Comune manterrebbe la maggioranza di Acea riorganizzata come holding di partecipazioni in poche società messe a capo dei diversi settori di attività. Il vantaggio evidente e immediato di questa soluzione è che una tale società dell’acqua quotata in Borsa richiederebbe necessariamente di definire impegnativi obiettivi di sviluppo e conseguenti previsioni economico-finanziarie costituendo così i riferimenti necessari per selezionare i soci privati più adatti all’impresa e dando fiducia al mercato finanziario.

L’altro dilemma strategico riguarda la questione sospesa della Romana Gas: esclusa la possibilità di acquisire l’intero pacchetto, pari all’intera capitalizzazione di Acea, una via d’uscita plausibile sarebbe quella di una partecipazione di minoranza, coerente con i vincoli di capitalizzazione e con il ricorso al mercato finanziario.
E in questo senso la partecipazione maggioritaria di un socio del mestiere e con ampie risorse finanziarie renderebbe la situazione di Acea non solo più gestibile sul piano operativo, ma più credibile per il mercato finanziario che avrebbe la garanzia di una partnership solida.
E in questa logica Gdf Suez e Snam sarebbero i due soci ideali.
Un altro scenario naturalmente è possibile, se si pensa alla ventilata partecipazione di Cassa Depositi e Prestiti, di fondazioni bancarie e magari del Fondo F2i già entrato in Enel Gas: soci questi certamente ricchi di risorse finanziarie ma senza alcuna esperienza industriale per orientare e sostenere lo sviluppo della società. Scelta difficile dunque tra una strategia industriale con soci esperti e incisivi nelle scelte gestionali ma adatti a sviluppare tutte le potenzialità di Acea oppure una strategia finanziaria che permette di conservare una maggiore autonomia ed un ancoraggio all’economia del territorio ma senza grandi prospettive di sviluppo e di innovazione; per chi scrive è chiara la preferenza per una scelta nettamente industriale guidata dalla tecnologia e dalla dimensione internazionale, il richiamo al territorio è troppo spesso un comodo rifugio per sottrarsi ai rischi di impresa e penalizzare alla lunga le potenzialità della società.
Ma la campana è suonata anche per gli altri personaggi della commedia ancora in cerca di autore.

I due soci forti, Gdf Suez e Caltagirone, dovranno prima o poi manifestare chiaramente i loro obiettivi: Gdf Suez intende ancora impegnarsi in Romana Gas?
E’ ancora interessata ad Acea?

E’ ingenuo pensare che una azienda di quel calibro possa dare una risposta chiara a domande così esplicite volendo ancora conservare le carte nascoste per la partita finale ma le domande sono legittime sapendo che dalle scelte di Gdf Suez dipende molto il futuro di Acea.

Anche Caltagirone è un lupo di mare abituato a non scoprire le carte prima del tempo; in tutto questo periodo ha rilasciato una sola intervista e intanto affila le armi rafforzando la sua posizione nella lobby romana e in Borsa: ma anche a lui una domanda è legittima, “cosa intende fare della partecipazione in Acea?
E’ solo finanza o intende svolgere un ruolo operativo? E quale? Oppure mira agli appalti?

Ci sono poi gli altri due giocatori nascosti: la fiduciaria Pictet che detiene una partecipazione sinora silenziosa potrebbe diventare l’ago della bilancia del nuovo assetto proprietario e sorprende in proposito la distrazione della Consob e del Legislatore; in una partita così delicata non sarebbe appropriato un intervento della Consob per conoscere i nomi degli azionisti nascosti o per pretendere in subordine la neutralizzazione del voto?

E il Parlamento a tutela della trasparenza di una società titolare di concessioni di pubblico servizio non potrebbe legiferare per impedire la partecipazione di soci occulti?

L’ultimo personaggio di questa commedia pirandelliana è il popolo del flottante, quello che volgarmente viene chiamato “popolo bue” tra il compassionevole e il sarcastico; ebbene questo popolo detiene quasi il 30% delle azioni e non ha voce in Cda; non è questa una materia interessante per un legislatore attento che voglia migliorare la governance delle società quotate?
Soprattutto in casi come questi, quando la maggioranza è pubblica e la società è titolare di concessioni di pubblico servizio.
Il silenzio è d’oro ma questa volta una qualche risposta sarebbe meglio.

(*) errata corrige: il 15 gennaio la Consob ha comunicato invece la diminuzione della partecipazione sotto la soglia del 2%.

STAFFETTA QUOTIDIANA – 13 FEBBRAIO 2010 – N. 30