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Ma qual è il "Libro dell'Energia"? (L'energia partecipata e non subita) - Tullio Fanelli -

L’energia è certamente tra i temi in cui è più necessario essere attivi e non passivi, ovvero partecipare alle decisioni e non subirle, in un percorso democratico in cui debbono prevalere, ed essere accettate da tutti, le scelte della maggioranza.

E’ necessario essere attivi perché le scelte energetiche non solo hanno grande rilevanza sull’economia, sull’ambiente, sulla salute, sul lavoro, sulla ricerca, ma influenzano ogni aspetto della nostra vita quotidiana: non vi è atto o gesto, dal bere un bicchier d’acqua a cucinare, dal prendere un autobus ad accendere una luce, che non abbia come presupposto la disponibilità di energia.

Per di più, nell’energia la partecipazione non è facilmente delegabile, per disattenzione o per pigrizia, a chi riteniamo ne sappia più di noi o a chi gode della nostra fiducia.

Infatti, a differenza di molte altre tematiche, nell’energia hanno grande rilievo non solo la disponibilità di informazioni veritiere e complete ma anche alcuni importanti aspetti soggettivi; in sostanza il valore di ogni informazione varia tra individui in funzione della cultura e della sensibilità di ciascuno.

  • I FATTORI SOGGETTIVI NELLE SCELTE ENERGETICHE
    I due principali fattori soggettivi che influenzano la valutazione di un’informazione sono la “dimensione territoriale” e la “dimensione temporale” di ciascun individuo.
    Ciascun individuo può infatti porre dei limiti territoriali o temporali alla propria propensione a valutare i vantaggi e gli svantaggi di una scelta energetica.
    I limiti territoriali possono essere molto stretti o estesi ad una porzione di territorio, alla nazione, all’Europa o a tutto il mondo.
    La dimensione territoriale è in sostanza una scelta (consapevole o inconsapevole) di quali persone consideriamo più “simili” a noi stessi, per ragioni di relazioni, di lingua, di cultura, di tradizioni o di religione.
    Una tipica dimensione territoriale è naturalmente la nazione, ma è tutt’altro che insolito che la dimensione territoriale di riferimento sia ridotta ad una porzione del territorio, definita o meno da confini amministrativi.
    Una persona che ha una dimensione territoriale ristretta dà molto valore ai costi ed ai benefici di una scelta energetica (ad esempio la realizzazione di un impianto) che ricadono nel proprio territorio e scarso valore agli effetti esterni.
    Ciò genera il noto effetto “NIMBY “ (Not In My BackYard), ovvero il meno noto, almeno in Italia, effetto “LULU”  (Local Undesiderable Land Use), che consistono nel giudicare positivamente una scelta energetica solo a condizione che gli eventuali effetti negativi siano lontani dal proprio territorio.
    Una persona che ha invece una dimensione territoriale ampia (la nazione o il mondo) dà lo stesso valore ad effetti anche molto “lontani” da se stesso, come la sicurezza degli approvvigionamenti o i cambiamenti climatici.
    Analogamente, i limiti della dimensione temporale possono essere molto stretti, riducendosi al presente, o estesi alla generazione dei figli, dei nipoti, o a tutte le successive generazioni.
    Una persona che ha una dimensione temporale limitata al presente sarà più orientata, ad esempio, a non considerare il problema della esauribilità delle fonti di energia; al contrario, una persona con ampia dimensione temporale percepisce l’impiego attuale delle risorse energetiche esauribili come una sottrazione di diritti alle future generazioni. Sul fattore soggettivo della dimensione temporale ha rilievo anche la “fiducia” che una persona ripone sulla possibilità che la tecnologia garantisca alle generazioni future opportunità ulteriori rispetto a quelle disponibili nel presente.
    Consideriamo, ad esempio, una persona che pensa che i diritti delle future generazioni siano uguali a quelli della generazione attuale: questa persona può ritenere che la migliore eredità che possiamo lasciamo alle future generazioni è il progresso tecnologico; quindi utilizzare oggi risorse naturali (energetiche o ambientali) è lecito ma a patto che si impieghino adeguate risorse per sviluppare nuove tecnologie che consentano in futuro di utilizzare le stesse risorse in modo più efficiente.
    Una seconda persona, sempre con ampia dimensione temporale, può invece ritenere che l’unico modo per rispettare i diritti delle future generazioni sia quello di preservare integralmente le risorse naturali (anche a prezzo di ridurre il tasso di sviluppo dell’economia); ciò in quanto valuta che scambiare il certo (le risorse naturali) con l’incerto (le eventuali nuove tecnologie) sia un’ingiusta penalizzazione. Per questa seconda persona lo sviluppo tecnologico può essere solo aggiuntivo e non sostitutivo.
    E’ evidente che in questo secondo caso la persona attribuisce, almeno potenzialmente, alle generazioni future più diritti (risorse naturali più eventuali nuove tecnologie) rispetto alla generazione presente; tale opinione non è affatto infrequente: è il desiderio di “un futuro migliore per i nostri figli”.

Se gli aspetti soggettivi possono determinare una diversità di opinione anche laddove l’informazione fosse tutta disponibile, certa e veritiera, ne deriva che nell’energia è importante partecipare direttamente alle decisioni.

Ma per partecipare alle decisioni il punto di partenza è disporre dell’informazione adeguata a potersi formare delle opinioni. Ma quando è “adeguata” l’informazione sull’energia? E qual è il “libro” dell’energia dove reperire queste informazioni? Non è il libro di scienze e neppure il libro di fisica o quello di chimica: lì si parla di energia, ma solo di quella, pure utilissima, che serve a comprendere le regole ed i fenomeni della natura. Ma allora qual è il “libro” dell’energia? Dove possiamo capire come funzionano le fonti RINNOVABILI o le smart grids, quanto inquinano una centrale elettrica o un pozzo di petrolio o se sono pericolosi una rete ad ALTA TENSIONE o un rigassificatore di METANO? In realtà di libri ce ne sono tanti, così come di corsi e convegni, per fortuna qualche volta anche a scuola; soprattutto, c’è il web con infiniti siti pieni di dati, spiegazioni, analisi e commenti. Ma c’è un problema: come si fa a scegliere tra tante informazioni diverse e contrastanti ed opinioni spesso opposte? Ad esempio è vero o no che il petrolio e il METANO stanno per finire? E le fonti RINNOVABILI sono ancora così costose?

Per imparare a cercare le risposte occorre tener presente due fatti:
• il primo è che l’energia è un settore nel quale gli enormi interessi economici in gioco fanno sì che l’informazione sia fortemente condizionata o guidata dagli operatori economici: solo in Italia ogni anno le imprese spendono centinaia di milioni di euro in comunicazione, più che in ogni altro settore;
• il secondo è che nell’energia la complessità tecnica rende di fatto le informazioni poco disponibili o poco comprensibili alle persone che non dispongono di adeguate conoscenze di base.

Da ciò deriva che nell’energia (e non solo nell’energia) esistono due tipi di comunicazione:
• la prima è quella che mira a persuadere la gente a comprare un prodotto o un servizio o ad accettare un impianto sul territorio o a condividere delle scelte energetiche; insomma è un mezzo per raggiungere uno scopo.
• la seconda è quella che mira a fornire alle persone le informazioni necessarie affinché ciascuno possa formarsi una propria opinione sulle scelte energetiche.

La principale differenza tra i due tipi di comunicazione è quindi nell’obiettivo: la prima è tesa a conseguire una finalità del comunicatore (o meglio del committente della comunicazione), mentre la seconda è un’attività fatta nell’interesse degli utenti.

Naturalmente la differenza degli obiettivi influenza anche i contenuti.

Nel primo caso l’informazione è, più o meno consapevolmente, manipolata per mettere in evidenza le ragioni a favore dell’obiettivo da conseguire. Manipolare non vuol dire necessariamente mentire, ma anche omettere o selezionare le informazioni, dare per certi dati che non lo sono, amplificare o sminuire rischi e opportunità di una scelta; in casi limite si può persino sostenere che eventi casuali siano invece relazioni causali (un famoso paradosso: “tutti coloro che hanno un incidente mangiano pane, quindi mangiare pane è una causa degli incidenti ”).

Nel secondo caso l’informazione è normalmente in buona fede, ma certamente risente delle opinioni e delle conoscenze, più o meno approfondite, di chi fa comunicazione; anche in questo caso quindi l’informazione può essere manipolata, sia pure in assenza di una finalità politica o commerciale. Non è sempre facile capire se ci si trova davanti a una comunicazione più o meno “finalizzata”. Certamente un primo criterio è quello di analizzare l’autorevolezza e l’affidabilità della fonte: ad esempio è evidente che un’istituzione o un ente senza fini di lucro sono, di norma, più credibili di un’impresa.

Ma purtroppo ciò non è sempre vero. Esistono casi, positivi, di imprese che investono nella comunicazione senza una finalità di breve termine perché ritengono sia anche loro interesse formare ed informare le persone; d’altra parte esistono casi, negativi, in cui anche le istituzioni svolgono attività di comunicazione finalizzate a conseguire un obiettivo di interesse di un’impresa o di un partito politico.

Un secondo criterio è allora quello della trasparenza. Trasparenza vuol dire esplicitare le finalità della comunicazione, rendere noto chi e perché finanzia la comunicazione e dare conto delle fonti da cui vengono estratti i dati e le valutazioni fornite. Anche questo criterio, però, può non essere determinante: la trasparenza non garantisce la competenza.

  • LA TRASPARENZA NON GARANTISCE LA COMPETENZA: UN ESEMPIO DI DIBATTITO VIRTUALE
    Un illustre personaggio, di cui è nota l’indipendenza finanziaria e culturale dalle imprese energetiche, afferma che il METANO è una fonte in via di esaurimento nei prossimi 60 anni e cita come fonte il World Energy Outlook 2009 della International Energy Agency; per gli interlocutori si tratta sicuramente di una fonte trasparente.
    Ma l’ing. Rossi, che lavora nel settore, fa notare a questo personaggio che negli ultimi anni alcune nuove tecnologie hanno permesso, in particolare negli Stati Uniti, di rendere disponibili quantitativi estremamente rilevanti di varie tipologie di GAS NON CONVENZIONALE: da SCISTI argillosi (shale gas), da formazioni sabbiose a bassa permeabilità (TIGHT GAS), da giacimenti di carbone (coal bed methane) e da giacimenti molto profondi (deep gas). A sostegno di quanto afferma, l’ing. Rossi cita la stessa International Energy Agency, che nel suo più recente rapporto (IEA - World Energy Outlook 2011- Special Report - Are we entering a golden age of gas?) valuta le RISERVE recuperabili (ovvero le RISERVE che si ritiene possano essere messe in produzione con profitto ai prezzi attuali e con le attuali tecnologie) di gas convenzionale e non convenzionale pari a oltre 250 volte gli attuali consumi. Da 60 anni si è quindi passati a 250 anni.
    L’ing. Rossi appare agli interlocutori meno autorevole ma certamente più competente.
    Su questo stesso tema interviene poi la dottoressa Bianchi, di un’impresa concorrente a quella di Rossi, che obietta che le risorse di GAS NON CONVENZIONALE realmente sfruttabili dipenderanno dalla sensibilità ambientale dei diversi Paesi, essendo non trascurabile l’impatto sull’ambiente di tali produzioni connesso alla necessità di utilizzare ingenti quantità di acqua additivata.
    Anche la dottoressa Bianchi appare agli interlocutori meno autorevole ma più competente.
    Ancora, il professor Verde, che insegna in una prestigiosa Università, ricorda, in una prospettiva di lungo periodo, l’esistenza degli IDRATI di GAS NATURALE. Si tratta di composti solidi formati da acqua e gas, simili all’apparenza a ghiaccio secco, diffusi in vaste aree del pianeta, e il professor Verde cita numerosi colleghi professori universitari che stimano che negli oceani vi siano quantitativi di IDRATI di gas pari ad oltre 100 volte le RISERVE recuperabili di METANO.
    Il professor Verde appare agli interlocutori autorevole e competente, ma alcune persone danno poco valore a tali informazioni perché i benefici appaiono troppo lontani nel tempo.
    Ma anche sugli IDRATI di METANO la professoressa Neri, della stessa Università, obietta che l’eventuale sfruttamento commerciale degli IDRATI di gas è tutt’altro che semplice: i problemi sono dovuti non solo all’ambiente marino e alla profondità dei depositi, ma soprattutto alla difficoltà di portare il METANO in superficie. I gas idrati, infatti, sono di natura metastabile: se si modificano le condizioni ambientali di temperatura e pressione passano con rapidità dallo stato solido a quello gassoso, dissociandosi violentemente nei due componenti acqua e METANO.
    Anche la professoressa Neri appare agli interlocutori autorevole e competente, ma alcune persone danno poco valore a tali informazioni perché ritengono che le difficoltà tecniche, prima o poi, saranno superate.
    Infine, il dottor Indaco, uno studioso del problema dei cambiamenti climatici, afferma che la questione non è quante risorse di METANO sono disponibili, perché in ogni caso dovremo sostituire l’uso dei combustibili fossili con le fonti RINNOVABILI ben prima del loro esaurimento fisico se vogliamo evitare le gravi conseguenze di una significativa crescita della temperatura terrestre.
    Il dottor Indaco appare agli interlocutori competente, ma non tutti danno valore alle sue affermazioni o perché ritengono che siano opinioni e non informazioni o perché pensano che gli effetti siano troppo lontani nel tempo.
    Alla fine del dibattito ciascun partecipante ne esce arricchito di informazioni, di convinzioni o almeno di dubbi. Ma, sebbene tutti abbiano chiaro che il METANO rimane una fonte esauribile, nessuno è certo che finirà tra 60 anni, come affermato dal primo illustre personaggio.
    Eppure era una fonte di informazione trasparente.

Se quindi l’autorevolezza, l’affidabilità e la trasparenza della fonte non sono sufficienti rimane allora un solo metodo per capire e partecipare: essere capaci di verificare la correttezza e la completezza delle informazioni. Non si tratta di diventare tutti dei grandi esperti di energia, ma di acquisire gli elementi fondamentali necessari a comprendere e valutare criticamente le informazioni. Ad esempio è necessario conoscere le unità di misura: sapere cosa sono un kW, un kWh, una kcal, una TEP etc. è il presupposto per poter interagire con qualunque fonte di informazione energetica. In base poi alla volontà di ciascuno di conoscere e partecipare alle decisioni è possibile acquisire elementi riguardo le fonti energetiche, i prodotti energetici che consumiamo e le tecnologie energetiche che utilizziamo. Molti di tali elementi saranno oggettivi e vi aiuteranno a comprendere, ad esempio, la differenza tra un pannello solare termico ed uno FOTOVOLTAICO, tra una caldaia normale ed una a condensazione, tra il GPL ed il METANO. Altri elementi saranno invece solo opinioni o ipotesi della vostra fonte di informazione: tanto maggiori saranno le vostre conoscenze e tanto più sarete capaci di distinguerle dalle informazioni.

Di chi è il compito di fornire gli strumenti, le risorse, le conoscenze per discernere, da parte di chi riceve la comunicazione, fra l’essere informati ed educati e l’essere manipolati e istruiti? Certamente della scuola e delle Istituzioni. Possono essere attività costose, ma le scelte energetiche partecipate saranno migliori, o, almeno, saranno scelte più democratiche. Tuttavia il compito più importante spetta a voi, ed è quello di acquisire le informazioni necessarie, filtrarle attraverso la vostra soggettività e formarvi una vostra opinione sull’energia.

Ma allora qual è il libro dell’energia? La risposta è che il vostro libro dell’energia lo deve scrivere ciascuno di voi.