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Alice e l’Acqua delle Meraviglie: il ritorno all’antico. I falsi benefici di pubblicizzare il servizio idrico - Roberto Macrì -

Nell’esame parlamentare del disegno di legge per la liberalizzazione dei servizi pubblici la decisione più vistosa è stata quella  di sottrarre la CONCESSIONE del servizio idrico alla regola della gara pubblica e di riservare la gestione esclusivamente ad enti di diritto pubblico:è il risultato dell’impegno tenace della sinistra radicale, con il sostegno dell’opposizione, che si propone di “ripubblicizzare il servizio idrico”(Staffetta 109 del 7.6.07).

La radicalità di questo obiettivo fa supporre a chi per la prima volta ne sente parlare che l’acqua in Italia è  posseduta e gestita dai privati e che costa molto di più di  quando era gestita dal pubblico. Non sono vere ambedue le cose.
La legislazione italiana, a partire dalla legge 1775 del 1933, fissa principi e regole particolarmente severi a garanzia dell’esclusiva proprietà pubblica delle acque superficiali e sotterranee di qualsiasi origine ,della  priorità degli usi alimentari e della tutela della qualità e della quantità delle risorse idriche; la famosa legge Galli n. 36 del 1994 ha rafforzato questi principi e introdotto due concetti- chiave:la pianificazione e la gestione integrata dell’intero ciclo idrico a livello di bacini acquiferi secondo criteri di “efficienza, efficacia ed economicità”(art. 9) garantiti da una gestione imprenditoriale; precise indicazioni operative per il risparmio idrico (art.5).

A questa legge si arrivò dopo avere analizzato a fondo le carenze impiantistiche e gestionali del sistema idrico nazionale che avrebbe richiesto investimenti,secondo una stima del 1993 dell’Arel di Beniamino Andreatta, ,dai 30 ai 50 miliardi di euro per essere rimesso in condizioni di EFFICIENZA e assicurare un servizio universale.
Fino ad allora  la gestione del servizio idrico era stata per la quasi totalità in mano pubblica (a metà tra Municipalizzate e gestione diretta dei Comuni) confinando la quota dei  privati al 6% degli utenti serviti e al 5% dell’acqua distribuita.

E’ vero che le tariffe erano più basse degli altri paesi europei ma  aggiungendo i fondi conferiti dallo Stato  a copertura dei deficit delle gestioni ai primi anni ’90 la gestione del ciclo idrico costava 2.200 lire a mc quanto in Inghilterra  e Francia e però con un livello di qualità del servizio molto più basso:il 30%delle reti di adduzione di DISTRIBUZIONE erano obsolete;il 40% dell’acqua distribuita  veniva “dispersa” anche a causa di un abusivismo endemico;i pozzi abusivi erano circa 2 milioni; il 15% degli utenti era senza rete fognaria e il 65% senza depuratori; in molte aree del Paese non vi era continuità del servizio; la morosità, le assunzioni e gli appalti erano troppe volte gestiti senza rigore amministrativo.

La responsabilità di questa situazione  era diretta  responsabilità proprio  della gestione pubblica: la lamentata carenza di finanziamenti pubblici non è  sufficiente a giustificare,per la grande parte delle gestioni, lo  scarso livello di  EFFICIENZA economica e il costo troppo elevato degli appalti.
E la stessa responsabilità portano  gli Enti Locali (Regioni,Provincie e Comuni) per l’intollerabile ritardo nell’adempimento degli obblighi della legge Galli (ancora oggi non assolti in molte Regioni) in quanto alla perimetrazione dei bacini idrici, alla costituzione delle Autorità di bacino,al censimento degli impianti e della qualità della gestione,all’elaborazione dei piani operativi di investimento e dei livelli di servizio e, finalmente, all’ affidamento delle gestioni.

E in quanto a quest’ultime si è fatto troppo spesso in modo di evitare la procedura di gara con affidamenti in house  alle Municipalizzate  o a società miste a maggioranza pubblica al contrario di quanto raccomandato in proposito dall’Antitrust in una nota a Parlamento, Governo ed Enti locali(Staffetta 240 del 29.12.06) che così diceva ”i servizi pubblici locali costituiscono servizi economici offerti all’utenza in regime di monopolio ed è pertanto necessario che venga assicurato, nella forma quanto più ampia possibile, il ricorso al mercato attraverso procedure competitive per la scelta dell’impresa offerente ,attivando una concorrenza che assicuri la scelta dell’operatore più idoneo ad effettuare gli investimenti necessari e offrire il servizio al minor costo”.

In conseguenza di questo orientamento degli enti locali la gestione pubblica è rimasta largamente prevalente mentre la  situazione impiantistica e di servizio non è migliorata.
Intanto avanza la raccolta di firme sulla proposta di legge di iniziativa popolare per “la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque e disposizioni per la ripubblicizzazione del servizio idrico”, che riflette l’impostazione dell’emendamento approvato dal Parlamento e che, se attuata, peggiorerebbe ulteriormente la gestione di questo settore.

Essa infatti non aggiunge nulla ai principi della legge Galli ,anzi definisce genericamente i concetti di bilancio idrico e di bacino, non parla di risparmio idrico e stabilisce l’incredibile principio secondo cui “il servizio idrico integrato è da considerarsi servizio pubblico locale privo di rilevanza economica”; mentre per quanto riguarda le regole di gestione  prevede: una tortuosa procedura assembleare per la definizione del  piano d’ambito che toglie il riferimento di responsabilità alle A utorità di Bacino; l’affidamento del servizio senza gara e solo ad enti pubblici ;i costi di gestione in parte  e gli investimenti in toto finanziati dalla fiscalità generale.
E’ un ritorno all’antico di cui è facile prevedere gli effetti: si tornerebbe al sistema di  coprire i costi a piè di lista, deresponsabilizzando così i gestori su produttività ed EFFICIENZA;gli investimenti ,visto lo stato della finanza pubblica, diminuirebbero ulteriormente, sono in calo da anni, aumentando l’obsolescenza degli impianti e degradando qualità e universalità del servizio.

In questa logica anche l’obiettivo della socialità che anima la proposta appare inconsistente per tre evidenti motivi: gli utenti vedrebbero di nuovo diminuire la bolletta ma ritornerebbero a pagare con le imposte le perdite dei gestori e il costo totale tornerebbe “opaco” e fuori controllo; oggi la TARIFFA più alta è di tre lire al litro con un’incidenza esigua anche sui redditi medi mentre le famiglie con un reddito basso o al di sotto della sussistenza possono essere meglio tutelate da una TARIFFA sociale o, nei casi estremi, assicurando loro la fornitura gratuita del fabbisogno idrico per gli usi civili (è semmai il costo dell’energia che ha un impatto sociale molto più rilevante e meritevole di tutela per la grande parte dei nuclei familiari); tornare al costo “politico” dell’acqua avrebbe un effetto paradossale avvantaggiando molto di più i grandi consumatori di acqua, compresi quelli che ne fanno un uso non produttivo, cosicché una parte dei loro costi verrebbe coperta dalla collettività.
Comunque la si guardi è una storia surreale da meritare l’occhio incantato di Alice che visiterebbe il nostro Parlamento come un luogo di assoluta Meraviglia.

L’assegnazione delle gestioni  mediante gara e in base ad un preciso capitolato,la selezione degli operatori migliori,privati o pubblici ,misurati  per competenza tecnica e capacità finanziaria,l’attribuzione esclusiva al potere pubblico della potestà di modulazione della tariffa,fatto salvo l’equilibrio economico, a protezione delle fasce sociali più povere e degli usi più utili dell’acqua,il finanziamento degli investimenti ad esclusivo carico dei gestori ,il controllo puntuale dell’Autorità di Bacino sui costi, sugli investimenti  e sui livelli di servizio costituiscono il solo meccanismo virtuoso per sviluppare gestire il settore con razionalità ed EFFICIENZA.
Di contro il potere pubblico manterrebbe tutti gli strumenti e le prerogative per programmare e controllare  la gestione del servizio svolta dalle aziende affidate e scelte a prescindere dalla natura pubblica o privata del capitale: è questa la sfera di responsabilità  propria della politica e non quella di assumere in proprio la gestione di attività economiche.

In questo quadro l’assegnazione all’Autorità dell’Energia della competenza di regolazione anche di questo settore, come  prevista dal ddl sul riordino delle Authority anch’esso all’esame del Parlamento, è un fatto positivo se porterà al riordino dei poteri dei vari soggetti pubblici (lo anticipa il Presidente Ortis al punto 8 della Relazione al Parlamento pubblicata dalla Staffetta del 2.6.07 come un punto cruciale) e se riuscirà a promuovere un modello di gestione che realizzi i requisiti di “efficienza, economicità e trasparenza nonché i diritti dei consumatori ”indicati dall’art 4 dello stesso ddl, facendo accettare la compatibilità tra i principi del servizio pubblico e la logica imprenditoriale della gestione.
A garanzia di ciò è però  fondamentale che l’Autorità svolga anche un ruolo tecnico super partes nella definizione di metodologie uniformi per l’elaborazione del Capitolato di Gara e nella vigilanza sullo svolgimento delle gare e sul rispetto degli impegni assunti in Convenzione: in questo senso può essere utile l’esempio del Registro Italiano Dighe che svolge un’attività di controllo sull’intero ciclo operativo dalla progettazione alla gestione.

Tratto da: Nota 56 Staffetta Quotidiana n.121 del 23 Giugno 2007