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La eco-idrologia - Fabio Gea -

È uno dei settori più promettenti per lo sviluppo tecnologico in materia di gestione delle acque: si occupa di conservare la qualità delle risorse recuperando la funzionalità degli ecosistemi, imparando dalla natura stessa e integrando adeguatamente le nostre tecnologie nelle dinamiche fluviali e nel ciclo naturale delle acque.

La maggior parte dei recenti studi mettono in luce che le più grandi contaminazioni organiche in aree rurali (tipicamente elevate concentrazioni in coliformi) vengono riscontrate nei contenitori per lo STOCCAGGIO domestico delle acque, in aree dove le acque risultano pressoché potabili se analizzate alla fonte.

Il problema è dunque da ricondursi, nella maggior parte dei casi, alle problematiche igieniche che caratterizzano la gestione delle fonti di approvvigionamento, in modo particolare nell’intervallo tra il recupero dell’acqua e il consumo della stessa.

I diversi punti d’acqua, e soprattutto i pozzi, dovrebbero essere gestiti e mantenuti in condizioni che preservino dalla progressiva contaminazione delle acque.

Non è sufficiente costruire opere di approvvigionamento idrico senza che vi sia un corretto e attento atteggiamento di consapevolezza da parte delle comunità locali sui rischi che una cattiva gestione comporta.

L’INQUINAMENTO antropico (umano e animale) è tra le prime cause di contaminazione.

Un pozzo a largo diametro, per esempio, dovrebbe essere dotato di copertura, di un secchio fisso alla corda (in modo che non vengano introdotti altri contenitori potenzialmente sporchi), di un recinto con un diametro almeno di 30 m che tenga distanti gli animali dal pozzo e di un abbeveratoio canalizzato per gli stessi animali fuori dal recinto; la periodica manutenzione dovrebbe inoltre prevedere una pulizia interna annuale attuata in modo opportuno così da non contaminare ulteriormente le acque.

L’informazione e la sensibilizzazione sulle tematiche igienicosanitarie e ambientali è da considerarsi assolutamente centrale nei Paesi in via di sviluppo e i grandi progetti di cooperazione internazionale purtroppo spesso non danno abbastanza importanza a questo ambito.

Bisognerebbe invece concentrare gli sforzi su questo fronte, valorizzando le attività formative nei villaggi e assecondando metodologie più familiari di protezione e conservazione della potabilità delle acque.

Notevoli passi avanti si stanno fortunatamente compiendo in nuove direzioni tecnologiche, dati anche gli stati di terrore creati dai recenti disastri naturali accaduti: più efficienti e tempestive misure di depurazione delle acque dovrebbero infatti esistere in tutti in Paesi, compresi quelli più ricchi, dove il rischio di calamità naturali, come uragani, terremoti, tsunami ecc. potrebbe creare d’improvviso disperati bisogni di acqua potabile su ampi territori.

Il

Journal of Water and Health racconta dei risultati eccezionali raggiunti in svariati ambienti da Pur, un piccolo kit per rendere potabile l’acqua in maniera estremamente semplice e rapida, dalle attività di sviluppo rurale in Kenya e Guatemala agli stati di emergenza creati dalle tempeste tropicali di Haiti.

Basta un semplice strappo e la polverina in questione, un interessante miscuglio di agenti flocculanti e ipoclorito di calcio, è pronta per essere versata e miscelata (una piccola dose basta per 10 litri d’acqua).

In qualche secondo ogni materiale sospeso inizierà ad aggregarsi progressivamente in gruppi fino a precipitare interamente sul fondo.

In non meno di cinque minuti tutta l’acqua sarà limpida e dopo circa 20 minuti sarà completamente disinfettata.

Il turismo nelle aree a rischio

È bene che un turista occidentale, date le sue abitudini anche forse troppo sane, osservi un particolare comportamento una volta che decida di intraprendere un viaggio verso un Paese tropicale o comunque non particolarmente avanzato sotto il profilo igienico-sanitario.

Dal punto di vista delle norme di prevenzione, il primo problema da affrontare riguarda l’acqua potabile.

Purtroppo in molti di questi Paesi neanche l’acqua delle condutture domestiche è da ritenersi completamente sicura. Sarebbe bene quindi evitare di bere l’acqua dei rubinetti e tanto meno quella delle fonti pubbliche. Per dissetarsi e per lavarsi i denti sarebbe meglio usare solamente acqua minerale, preferibilmente gasata, contenuta in bottiglie di plastica sigillate.

Acquistando acqua minerale gasata infatti si ha qualche garanzia in più che non si tratti di normale acqua di rubinetto venduta per acqua minerale.

Allo stesso modo bisogna diffidare dell’aggiunta di ghiaccio nelle bevande, a meno che non si abbia l’assoluta sicurezza che esso provenga da acqua non contaminata e che la manipolazione sia stata eseguita da mani pulite.

In caso di escursioni prolungate è quindi bene ricordarsi sempre di portare al seguito una quantità sufficiente di acqua minerale. In ogni caso è assolutamente sconsigliato il consumo, anche in piccole quantità, di acque superficiali (pozzanghere, sorgenti a terreno), l’acqua dei torrenti, l’acqua dei fiumi e dei laghi.

I viaggiatori più intraprendenti potranno tuttavia provvedere loro stessi alla potabilizzazione dell’acqua, nel caso avessero a disposizione solo acqua di rubinetto o di pozzo.

Per rendere potabile l’acqua vi sono tre possibili metodi:

  • bollitura per almeno 15 minuti (se non viene consumata subito, l’acqua va conservata nello stesso recipiente in cui è stata bollita o versata in contenitori sterili);
  • disinfezione con l’aggiunta di appositi prodotti chimici, ad esempio a base di cloro (euclorina, amuchina, steridrolo), che vanno diluiti nelle dosi e nei modi indicati sull’etichetta e lasciati agire per almeno 30 minuti;
  • uso di appositi filtri speciali.

Tratto dalla rivista INQUINAMENTO, Novembre 2006