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Acqua emergenza mondiale: al Forum Internazionale di Istanbul un’occasione sprecata - Roberto Macrì -

Nell’antica Costantinopoli è sembrato riemergere il bizantinismo delle infinite discussioni sul sesso degli angeli che consumarono quella gloriosa storia. La lunga maratona di incontri e discussioni durata cinque giorni è stata infatti totalmente dominata da un dilemma di principio “l’acqua è un bisogno fondamentale o un diritto umano?”.
Una distinzione giuridica assai sottile, quasi metafisica, nella quale sono rimaste impigliate le energie mentali di centinaia di delegati di Governi e Imprese e dei tanti esperti del settore chiamati a discutere dell’emergenza acqua. È stata così sprecata l’occasione di un così largo e qualificato consesso per approfondire molto più utilmente le questioni pratiche che privano ancora oggi 1,2 miliardi di persone dell’acqua potabile e 2,5 miliardi dei servizi igienici: una catastrofe umanitaria tanto più grave tenendo conto che solo nel 2002 erano molte di meno: rispettivamente 1,0 e 1,4 miliardi di persone.
Ed invece il nobile dilemma, imposto dai tanti che ancora vedono i mali del mondo povero con gli occhiali del colonialismo ottocentesco, è servito solo a contrapporre ferocemente chi pensa che la colpa dell’emergenza sia dei paesi ricchi e delle multinazionali e di conseguenza pensa che l’emergenza acqua si debba risolvere con un gigantesco trasferimento di risorse a titolo gratuito e chi invece pensa che tutto dipende dagli errori e dalla cattiva politica dei Governi locali accusati di sprecare, o peggio, i finanziamenti internazionali.
Sono piene le biblioteche degli argomenti dell’una e dell’altra parte e come sempre succede tutte e due le tesi trovano conferma nelle diverse circostanze storiche ma nessuna delle due è vera in assoluto. Ma a che è servito affrontare il problema così? tanto più che il braccio di ferro si è concluso con una risoluzione che riconosce l’acqua “solo” come un bisogno fondamentale essendo prevalsi in quella sede gli interessi e i voti dei paesi ricchi preoccupati che l’affermazione contraria dell’ “acqua come diritto umano” avrebbe comportato un ulteriore trasferimento di risorse finanziarie ai paesi poveri. Non era quindi questo il modo giusto di affrontare questa terribile questione: senza acqua si muore assai prima che per fame; ed allora quello che serve chiedersi è come superare questo falso dilemma tra un bisogno vitale e un diritto umano di così larga parte dell’umanità con una visione chiara di quello che va fatto e di come va fatto.
Lo ha spiegato in poche e chiare righe il Prof. Antonio Massarutto sul sito www.lavoce.info del 29 aprile che invece ha centrato il tema affermando che “il problema non riguarda l’acqua come risorsa naturale ma semmai le infrastrutture ed i servizi” e che per questo “siamo ancora alla ricerca di un modello che ci permetta di far quadrare il cerchio” è vero che nonostante gli allarmi climatici l’acqua c’è e semmai pesano di più gli sprechi e la mancanza di infrastrutture; ed è altrettanto vero che la difficoltà è trovare un modello che garantisca ad ogni persona la disponibilità di acqua e servizi igienici ma insieme stabilisca regole efficaci per la gestione degli enormi rischi finanziari a fronte degli investimenti necessari per dotare tutto il mondo assetato di adeguate infrastrutture.
I diversi modelli finora applicati dalle iniziative volontarie, ai progetti della Banca Mondiale con i finanziamenti a fondo perduto o agevolati, alle concessioni affidate alle grandi aziende internazionali presentano tutti limiti superiori ai benefici. Il volontariato ha un enorme valore culturale nella diffusione di tecnologie adatte all’autogestione nelle piccole comunità locali ma da solo non può risolvere un problema così vasto: le immense megalopoli prive di servizi idrici richiedono ben altre risorse finanziarie, tecniche ed organizzative di quanto possa fare una Onlus. Gli interventi della Banca Mondiale possono mobilitare competenze progettuali e finanziarie per grandi progetti ma si scontrano troppo spesso con il malgoverno locale quando interferisce negativamente nella realizzazione e nella gestione dei progetti e con le esigenze delle multinazionali vincolate dall’investimento dei loro capitali nelle infrastrutture e nella gestione a realizzare un profitto; su questo aspetto non sono ammesse ingenuità e sono noti i tanti casi di multinazionali che fanno leva sulla loro competenza per condizionare i Governi ospiti, ottenere profitti eccessivi e monopolizzare il controllo dell’acqua ma questi eccessi non sono la regola e comunque il più delle volte avvengono per la complicità dei Governi e alle spalle della comunità internazionale che finanzia parte o tutti gli interventi.
Come si esce da questa situazione? Qual è , in altre parole, il nuovo modello che può funzionare a vantaggio della popolazione, rispettando i poteri locali e tutelando i capitali investiti dalle organizzazioni internazionali e dalle imprese?
La prima responsabilità è prettamente politica e va assegnata ai Governi: spetta a loro stabilire un piano di sviluppo del servizio idrico; le istituzioni internazionali non debbono invadere questa sfera, a loro spetta il compito di progettare gli interventi e i relativi piani di investimento concordando con i Governi i programmi di realizzazione e i piani finanziari per restituire i finanziamenti internazionali e ripagare gli investimenti privati. La partecipazione finanziaria dei Governi è un punto critico del modello considerando lo stato di estrema povertà di questi Paesi ma appare necessaria, sia pure in misura limitata in funzione del reddito nazionale e della sua DISTRIBUZIONE, per evitare la sperimentata deresponsabilizzazione conseguente alla pratica dei finanziamenti a fondo perduto. E su questo punto è da condividere la indicazione del Prof. Massarutto sulla opportunità che i Paesi finanzino la gestione del sistema idrico attraverso la fiscalità generale con imposizione progressiva e non attraverso le tariffe; nello stato di povertà in cui versano quei paesi è la sola via praticabile e solo quando il processo di sviluppo sarà stato avviato e la popolazione interessata sarà uscita dallo stato di povertà sarà possibile e giusto stabilire un sistema tariffario proporzionale al consumo. In questo schema delle responsabilità le Imprese concorreranno con i propri capitali e sulla base di un piano di gestione riconosciuto non solo dalle istituzioni finanziatrici ma anche dai Governi interessati. E naturalmente in questo schema è opportuno che la comunità internazionale rispettando il potere politico degli Stati mantenga però il diritto di valutare la finanziabilità dei progetti presentati dai Paesi interessati in base al doppio requisito: di universalità del servizio ed efficacia del sistema fiscale per il parziale finanziamento della gestione; di promozione dello sviluppo economico. È bene infatti che la disponibilità di acqua non venga vista solo come alimento vitale ma anche come primo fattore economico, particolarmente importante per lo sviluppo dell’economia rurale che rappresenta spesso la sola forma di sussistenza e la sola leva disponibile per avviare la prima fase di un’economia di scambio.

Tratto da Staffetta Quotidiana – 15 MAGGIO 2009 - n. 85