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Il Diritto dell'Acqua - Tullio Fanelli -

L’esito del referendum ha reso chiaro che la grande maggioranza degli italiani ritiene, ed io sono d’accordo, che l’acqua sia un diritto, ovvero un bene collettivo.
Questo concetto non è né scontato né ovvio, perché ad esso si contrappone una diversa visione dei beni naturali che, anche se non condivisa,  va compresa .

L’approccio privatistico
Per una persona che ritiene che non esistano beni collettivi l’utilizzo dei beni naturali è limitato solo dall’obbligo di non ledere la proprietà di altri.
Ad esempio una persona può ritenere che l’acqua disponibile in un territorio di sua proprietà, ad esempio una sorgente, un pozzo  o un lago, è un proprio bene su cui non riconosce diritti agli altri (se ho pagato per essere proprietario del territorio anche l’acqua è mia). Quindi può cederne una parte o a fronte di un corrispettivo o, eventualmente, per la sua  propensione alla solidarietà.
Di conseguenza questa persona ritiene che il costo dell’acqua debba essere sopportato da ciascuno in relazione al valore del bene fornito, secondo una logica di mercato, ed il servizio debba essere svolto da privati in un quadro di piena libertà di impresa.
Lo Stato, in questa logica, dovrebbe quindi limitare il suo intervento solo ad un ruolo di “giudice” o “garante” del fatto che le regole del mercato e della concorrenza siano rispettate; questa funzione “antitrust” è necessaria per evitare che un soggetto abusi della sua disponibilità di beni non replicabili o della sua dimensione (posizione dominante) per impedire che nel mercato si sviluppi concorrenza. 
Per chi non è in grado di pagare la fornitura dell’acqua, in quanto bene di importanza primaria, connesso alla sopravvivenza, possono poi intervenire strumenti di solidarietà, motivati non solo dalla propensione ad aiutare il prossimo, ma anche dalla consapevolezza che essi riducono i conflitti che inevitabilmente sorgerebbero nella comunità in caso di carenza di beni indispensabili alla sopravvivenza.
Un tipico esempio di strumento di solidarietà accettato di norma dalle persone che non riconoscono l’esistenza di beni collettivi è il “buono” o “bonus”, ovvero quell’insieme di meccanismi che consentono un trasferimento di denaro finalizzato all’acquisto di particolari beni o servizi.
In Italia esistono numerosi strumenti di questo tipo (bonus elettrico, bonus gas, carta acquisti, etc.) e molti altri sono stati proposti (buono-scuola, buono-sanità, etc.).
La caratteristica comune di questi strumenti è di sostituire, totalmente o parzialmente, la fornitura di un bene (o servizio) da parte dello Stato con una erogazione in denaro che dovrebbe consentire alle persone più povere di ottenere lo stesso bene dal mercato.
Tale caratteristica consente di minimizzare l’intervento dello Stato nella “gestione” del bene, che può rimanere affidata completamente al mercato.
Per questo tali strumenti sono considerati da alcuni più efficienti rispetto ad un intervento diretto dello Stato.

L’approccio del diritto collettivo
L’acqua può essere percepita come un bene collettivo sia perché è fornita dall’ambiente naturale (la pioggia, i fiumi, i laghi possono non essere di tutti?) sia perché è essenziale alla vita (può essere negato un bene essenziale per la vita?).
Per una persona che considera l’acqua un bene collettivo ogni strumento teso a sostituire la fornitura del bene con una erogazione in denaro è considerato insufficiente o inadatto. Ciò in quanto la monetizzazione di un bene che è considerato un diritto non può, da sola, garantire in tutti i casi il diritto stesso.
Ad esempio se a tutti, o ai più poveri, venisse dato un buono-acqua ed i prezzi dell’acqua venissero determinati dal mercato, verosimilmente sarebbero escluse, totalmente o parzialmente, dal diritto all’acqua le persone che si trovano in luoghi dove la fornitura è più costosa (case isolate, zone lontane da fonti di approvvigionamento) e dove quindi i prezzi sarebbero più alti. Anche differenziando il valore dei buoni in base alla località, al reddito, alla numerosità del nucleo familiare o a qualunque altro parametro utile ad approssimare il costo del servizio, il buono non può garantire che in tutti i casi il diritto all’acqua sia rispettato senza discriminazioni; l’unica possibilità sarebbe porre il valore del buono-acqua ad un  livello talmente elevato da garantire l’acquisto del servizio in ogni situazione ipotizzabile, ma ciò sarebbe naturalmente molto inefficiente. 
Quindi per chi ritiene che l’acqua sia un bene collettivo il diritto alla fornitura non può essere sostituito da una erogazione in denaro.

Le dimensioni del diritto all’acqua
Chi ritiene l’acqua un diritto non sempre tende a specificare e qualificare tale diritto.
Questo diritto andrebbe infatti analizzato almeno sotto tre punti di vista: quantitativo, territoriale e temporale.
Sulla dimensione quantitativa la misura “equa” di tale diritto può essere molto diversa: il diritto all’acqua può essere riconosciuto da una misura minima, come ad esempio la disponibilità  di acqua ad uso collettivo (una fontana o un’autobotte) in misura sufficiente solo per gli  usi potabili, ad una massima, come può essere la disponibilità continuativa in ogni abitazione di acqua in quantità adeguata per tutti gli usi  possibili (inclusa quella per innaffiare il giardino). 
Anche sulla dimensione territoriale lo stesso diritto può essere riconosciuto in misura assai diversa. Ad esempio una persona che vive in una zona del Centro o del Nord Italia può ritenere suo diritto (e degli altri che vivono nella stessa zona) che l’acqua sia erogata nella propria abitazione senza alcuna limitazione o interruzione; la stessa persona può tuttavia ritenere equo che in alcune zone del Mezzogiorno in Italia  l’acqua potabile sia disponibile nelle abitazioni solo per qualche ora al giorno e  che in alcune zone dell’Africa o dell’Asia sia equo avere pochi litri di acqua potabile al giorno ad un chilometro di distanza.
Infine, sulla dimensione temporale, c’è chi ritiene giusto utilizzare le risorse di acqua (ad esempio da falda) anche compromettendo le disponibilità future, e chi invece non è d’accordo.
E’ evidente che ad ogni misura del diritto riconosciuto corrisponde un costo che è tanto più rilevante quanto più ampio è tale diritto nelle tre dimensioni.
Chi deve sopportare questo costo?
La persona che riconosce agli altri (ed a se stesso) il “diritto all’acqua” ritiene che il costo lo debba sopportare la collettività, quindi lo Stato attraverso le imposte, almeno per chi non è in grado di pagare la fornitura del bene.
Infine molti ritengono che nessun privato possa essere arbitro dei beni altrui; ne deriva che solo la collettività, ovvero lo Stato, può “gestire” i beni collettivi.
Tale conclusione può dare luogo tuttavia a più soluzioni alternative; infatti  il termine “gestire” può avere solo il significato di sovraintendere oppure anche quello di svolgere direttamente  le attività del servizio.
La prima alternativa è sostenuta da chi ritiene che la concorrenza e il riconoscimento del merito siano essenziali per aumentare l’efficienza e quindi la ricchezza collettiva. Se un privato ottiene profitto da tali attività, ciò non è considerato un fatto negativo a condizione che almeno altrettanto profitto sia ottenuto dalla collettività grazie alla maggiore EFFICIENZA indotta dalla concorrenza.
In questo caso, quindi,  una persona:
• riconosce agli altri (e a se stesso) il diritto dell’acqua;
• ritiene che lo Stato attraverso le imposte debba sostenere almeno in parte l’onere della fornitura;
• reputa necessario che lo Stato sovraintenda alla fornitura;
• ritiene anche che l’acqua debba essere fornita in  modo efficiente, ovvero minimizzandone il costo attraverso la concorrenza.
La seconda alternativa è sostenuta invece da chi ritiene che non esista una connessione tra concorrenza e ricchezza collettiva; per questo è necessario che lo Stato svolga direttamente  le attività del servizio, per evitare che un privato estragga profitto dalla fornitura di un bene collettivo; tale profitto è ritenuto infatti solo un costo aggiuntivo per la collettività.
L’utilizzo della concorrenza è quindi un ulteriore discrimine tra coloro che ritengono l’acqua un diritto; ma non solo: utilizzare la concorrenza può infatti implicare che:
• solo alcune attività (ad esempio la realizzazione o la manutenzione delle tubazioni dell’acqua)  siano svolte tramite gare;
• l’intera attività sia assegnata tramite procedure concorrenziali, sotto il controllo e sulla base di criteri definiti dallo Stato, direttamente o  tramite una Amministrazione appositamente dedicata (Autorità indipendente).
Solo nel secondo caso una persona è favorevole alle liberalizzazioni ed anche alle privatizzazioni nella misura in cui siano funzionali alle liberalizzazioni.

Conclusioni
Dalle brevi riflessioni che precedono credo si possa evincere che il referendum, anche se ha reso evidente che la grande maggioranza degli italiani ritiene che l’acqua sia un diritto, non ha chiarito né la misura di tale diritto né le modalità per rendere disponibile tale diritto.
Rimane quindi nella responsabilità del Parlamento disciplinare il diritto dell’acqua nell’interesse dei cittadini, per evitare che esso rimanga un diritto astratto, vanificato dalla carenza di investimenti e da gestioni poco efficienti.
Come spesso accade nel caso delle privatizzazioni o liberalizzazioni che coinvolgono proprietà o monopoli pubblici, un importante freno alle riforme risiede nel fatto che lo Stato è al tempo stesso il soggetto decisore ed anche il soggetto che si dovrebbe privare delle sue proprietà o dei suoi diritti esclusivi, ovvero che dovrebbe perdere i poteri connessi.
Si tratta di un conflitto di interessi tipico delle decisioni che riguardano i poteri o l’assetto dello Stato (si pensi, ad esempio, all’eventualità che il Parlamento decida di ridurre il numero dei propri membri) e che spesso impedisce riforme anche ampiamente condivise dai cittadini.
La speranza è che, almeno nel caso dell’acqua, lo Stato sappia agire nell’esclusivo interesse dei cittadini per rendere effettivo un loro diritto: l’acqua.