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Creato da Claudio Puliti « clicca sul nome per leggere il curriculum dell'autore

Effetti collaterali - Claudio Puliti -

Ciascuno di noi oggi ha utilizzato l’acqua per compiere azioni talmente consuete da non prestarvi più attenzione. Lavarsi le mani, farsi una doccia o dissetarsi, ad esempio, sono azioni che non lasciano ricordo, pur nella loro rilevanza non solo per il nostro benessere, ma per la nostra stessa sopravvivenza. Usi misconosciuti e generalmente poco considerati, vengono definiti “civili”, forse per rimarcare l’idea di civiltà che evocano nel nostro immaginario. Ma l’acqua gioca un ruolo fondamentale, seppur ancora sottostimato nella graduatoria dei nostri interessi, per una infinità di altri scopi che abbiamo stabilito di distinguere da quelli “civili”, certamente senza l’intenzione di ridurne la valenza. Ad esempio gli usi industriali, importantissimi e dispendiosi oltre che di complicata quantificazione. E’ infatti arduo stimare il CONSUMO SPECIFICO di acqua (water footprint) in questo settore. La ragione è che la diversità dei prodotti industriali è immensa e che le filiere produttive sono complesse e differenti tra Nazioni e Imprese. Tuttavia per avere un dato approssimativo che aiuti a capire di cosa stiamo parlando, possiamo guardare ai bisogni medi di acqua dei prodotti industriali non per unità o per kilogrammi, ma per unità di valore economico. Conosciamo il valore aggiunto a livello mondiale (PIL) del settore industriale e i relativi consumi di acqua, dati dai quali si rileva facilmente che i consumi specifici del settore industriale a livello mondiale si aggirano sui 60 litri di acqua per euro di valore aggiunto prodotto. In USA siamo intorno a 76 litri, in Germania e Olanda a 38 litri. In Italia la water footprint si attesta a 21 litri per euro di valore aggiunto, molto al di sotto della media globale, ma ancora impressionante per la sua rilevanza.

Ci sono poi gli usi nel settore agricolo, dove  si concentrano peraltro i consumi in assoluto più massicci, con numeri da capogiro che testimoniano la validità della massima secondo la quale mangiamo più acqua di quanta ne beviamo. Ogni tipologia di coltivazione necessita di mesi di irrigazione per giungere al traguardo del raccolto, con sprechi immensi dovuti all’uso di tecniche che spesso disperdono gran parte dell’acqua irrogata sul terreno.

E’ interessante a questo proposito fare una riflessione sul CONSUMO SPECIFICO di acqua che si riscontra per la produzione di alcuni beni tipici dell’agricoltura, ad esempio il grano per il pane. Produrre farina costa circa 1.300 litri di acqua per kg (a livello globale). Una fetta di pane pesa circa 30 gr, quindi per renderla disponibile al consumo sono necessari 40 litri di acqua, senza contare eventuali fabbisogni aggiuntivi rispetto alla semplice coltivazione della materia prima. Se alla fetta di pane aggiungiamo 10 grammi di formaggio per fare un panino, la water footprint sale a 90 litri.
(fonte dei dati:  http://www.waterfootprint.org)

     
Usi dell’acqua a livello planetario (%)

Questi dati potrebbero sorprendere e allarmare. Rappresentano infatti una realtà pesante, in termini di fabbisogni, comunque molto distante da quanto comunemente viene immaginato. Tuttavia va detto che le risorse di acqua attualmente disponibili a livello globale sono in grado di far fronte mediamente a tutte le necessità, qualcosa stimabile in mezzo milione di miliardi di metri cubi. E questa è senz’altro una buona notizia. La cattiva è che la risorsa idrica non è distribuita in modo uniforme sul Pianeta e non risponde sempre ai livelli minimi di qualità ai quali dobbiamo fare riferimento. In alcune zone del Pianeta esiste una estrema carenza di acqua buona;  letteralmente non ce n’è una goccia. In altre sono frequenti le inondazioni per un eccesso di disponibilità che non viene gestito correttamente.

Inoltre un eventuale aumento delle quantità di acqua dirottate verso l'agricoltura, le industrie e le città potrebbe rendere insufficiente l'acqua che resta disponibile per i processi della natura. Il totale a livello planetario infatti è praticamente costante, al netto delle dinamiche che tendono ad aumentarla - come la combustione degli idrocarburi - e a ridurla - come i processi di trasformazione chimica dell’acqua per la preparazione di materiali di sintesi. Questo POTENZIALE squilibrio tra le quantità disponibili e le quantità utilizzate per il solo sostentamento degli esseri umani,  potrebbe in effetti compromettere il funzionamento e la salute degli ecosistemi, che hanno impiegato millenni ad adattarsi alla variabilità della disponibilità naturale d'acqua (cicli di piena e di secca, allagamenti e siccità...).

Si apre pertanto in tutta la sua ampiezza, il grande tema del rischio di perdita di biodiversità che l’Umanità deve fronteggiare da qualche decennio. Certamente una delle più grandi minacce che gravano sul nostro futuro. La biodiversità è qualcosa di molto semplice da comprendere: è niente altro che quello straordinario campionario di differenti specie viventi  che si sono adattate e sincronizzate tra di loro in milioni di anni per sfruttare al meglio le risorse disponibili sul nostro pianeta. L’energia e il cibo fluiscono ordinatamente da una specie all’altra in una lunga catena di reciproca sussistenza, nella quale lo scarto metabolico di una specie diventa l’alimento di un’altra. Come se la Natura avesse voluto costruire intelligentemente un efficientissimo carosello che trasforma continuamente tutto senza modificare nulla, sostenendo in questo modo anche la vita dell’Uomo, totalmente dipendente dal meraviglioso e armonico meccanismo. Per quanto inquietante possa apparire il concetto, è necessario comprendere che senza biodiversità la vita semplicemente non esisterebbe. Neanche la nostra, ovviamente. Ed è per questo che l’impegno dei governanti, chiamati a reggere le sorti delle Nazioni, non deve mai venire meno su questo fronte ma anzi deve intensificarsi, per realizzare un contrasto sempre più efficace di quel processo di lento ma inesorabile scivolamento verso livelli sempre più bassi di biodiversità di cui gli scienziati non si stancano mai, preoccupati, di informarci.

Tornando al tema dell’acqua per gli usi civili, quelli per intenderci più nobili e meno impattanti dal punto di vista quantitativo, le disponibilità dipendono da quanta ne esiste in natura, in rapporto alla popolazione che ne usufruisce. Il Brasile è il luogo nel mondo dove questa disponibilità è massima. Ma il problema non è solo questo. Va infatti considerata anche la nostra capacità di renderla effettivamente utilizzabile, averne cura attraverso capacità di gestione, salvaguardarne le caratteristiche attraverso un’attenta opera di tutela. L’acqua buona può infatti essere captata a centinaia di km di distanza dal luogo di utilizzazione e trasportata attraverso apposite condotte, gli acquedotti, fino a località remote dove la disponibilità in situ potrebbe essere ridotta al punto da non consentire l’insediamento di comunità umane stabili e numerose. Pechino, in Cina, è un esempio di città densamente abitata (oltre 15 milioni di abitanti) costruita in una località relativamente secca, ed approvvigionata da ricche fonti idriche poste a sud a grandi distanze dalle aree di consumo.

E’ facile immaginare la complessità e l’importanza che le attività collaterali di gestione della risorsa idrica rivestono nell’economia generale del processo di utilizzazione dell’acqua. Si passa dalla sfida per l’individuazione delle RISERVE da cui attingere, che implica l’esistenza di una situazione geologica favorevole e quindi di disponibilità materiale dell’acqua, alla soluzione del problema di come captarla in modo sostenibile, cioè nel rispetto nei tempi di ripristino fissati dal ciclo idrogeologico particolare, fino alla sua conduzione su distanze più o meno grandi  per giungere alla DISTRIBUZIONE capillare dentro le case e i luoghi di lavoro dove deve essere misurata e fatturata con precisione in ragione del suo consumo. E non finisce qui. Tutta l’acqua utilizzata per scopi civili è sporca e recherebbe un danno grave al sistema naturale che vi venisse direttamente in contatto: un fiume, un lago o il mare. Deve quindi essere prima raccolta in apposite condotte, le fognature,  e trasportata in complessi industriali, i depuratori, che ne ripristinano le condizioni di qualità minime, perché possa essere re immessa nell’ECOSISTEMA ricevente senza alterarlo.

Tutto questo implica forza lavoro di qualità, capacità manageriali, disponibilità di capitali spesso ingenti per realizzare opere infrastrutturali che contribuiscono a cambiare i territori interessati. L’impatto generato dalle azioni finalizzate a rendere effettivo e tangibile il diritto di ciascuna persona al godimento del bene essenziale che l’acqua rappresenta è sicuramente forte e difficilmente contenibile. Siamo in presenza di attività umane che si sentono sul territorio in modo non dissimulabile. Tuttavia il bilancio complessivo dell’eterna sfida per la sopravvivenza sul Pianeta è positivo ancora oggi, come sempre, anche se in equilibrio instabile e precario.

Accanto agli impatti negativi che l’invasività di un acquedotto o di un serbatoio sopraelevato comporta, ci sono impatti positivi che vanno ben al di là di quelli legati alla fornitura di un bene essenziale per la vita umana.  A Roma questi impatti positivi, definiti “effetti collaterali” per evidenziarne la scaturigine negativa rivolta al positivo, sono stati approfonditi nel 2010, anno dedicato dalle Nazione Unite alla tutela della biodiversità, e anno di ingresso di Acea nel suo secondo centenario di attività.

Certamente cento anni fa un’azienda come Acea, impegnata nella fornitura di un servizio idrico in una grande città in rapida espansione, avrebbe avuto priorità diverse. Difficilmente avrebbe potuto dedicarsi con attenzione  al tema della biodiversità, stante la povertà dei mezzi all’epoca a disposizione, l’inconsapevolezza e l’incoscienza diffusa sui rischi ambientali che potevano essere corsi e soprattutto l’urgenza di dare risposte concrete alla sete della gente. Sarebbe stato semplicemente inconcepibile nel contesto di bisogno in cui si muoveva la società italiana all’inizio del XX secolo.

Eppure Acea su questo particolare aspetto ha dimostrato di saper precorrere i tempi, ponendo sempre la tutela dell’ambiente naturale in cima alle proprie preoccupazioni gestionali. La salvaguardia delle sorgenti di acqua potabile e la compatibilità ambientale del complesso delle strutture deputate alla sua conduzione capillare fino alle più remote utenze cittadine, sono state sempre punti di riferimento per l’intera organizzazione, con risultati che possono essere facilmente osservabili sul territorio della città di Roma, in termini di ricchezza naturale e vitalità dell’ECOSISTEMA che vi abita.

Nel rimandare alla lettura del testo “Effetti collaterali” che è stato pubblicato alla fine del 2010 per gli approfondimenti e le curiosità di chi volesse esercitarsi su questo aspetto poco conosciuto della città Eterna, si vuole qui solo ricordare che la grande disponibilità di acqua di altissima qualità realizzata a Roma con competenza e dedizione da generazioni di tecnici ha consentito lo sviluppo di una città tra le più verdi del mondo, con una vitalità straordinaria in continua crescita.

Una vitalità che scorre a getto continuo dai 2.500 nasoni pubblici, dalle 280 fontane artistiche situate nelle piazze, nelle strade e nei parchi e dalle oltre 2.000 fontane e fontanelle nascoste nei cortili delle ville e delle abitazioni private. A molti potrà sembrare uno spreco di risorse, ma sono proprio queste fontane a rendere unica e fresca l’acqua della quale i cittadini si servono per dissetarsi.

Come migliaia di valvole di sfogo, queste fontane e questi nasoni lasciano correre l’acqua restituendole movimento, facendo in modo che non rimanga immobile e stagnante nelle condotte e nelle cisterne, perché sia sempre pronta per essere utilizzata per soddisfare non solo i bisogni degli Umani, ma anche quelli della numerosa e variegata comunità animale e vegetale che popola le strade. Una sapiente gestione della rete di DISTRIBUZIONE che contribuisce alla tutela delle biodiversità fuori e dentro le mura cittadine.

Non è un caso, quindi, che Roma si sia aggiudicata il titolo di Città più verde d’Europa, con il 40% dell'intero territorio comunale destinato alle aree agricole e un patrimonio che raggiunge un’estensione di oltre 40mila ettari - pari al 30% della superficie totale del Comune di Roma - composto da parchi, ville storiche e aree protette dove trovano rifugio volpi, gabbiani reali, tassi, germani reali, tartarughe. Se si presta attenzione, nei parchi urbani della Capitale si può ancora assistere allo spettacolo di una natura primitiva.  È la varietà stessa dell’“offerta” ambientale e paesaggistica di Roma e del suo territorio, così ricco di acqua sapientemente gestita, a preservare spontaneamente le biodiversità.

Roma, che custodisce all’interno dei propri confini 1.300 specie vegetali, è lo specchio di una buona convivenza tra Uomo ed ECOSISTEMA generatrice di bellezza; convivenza resa possibile da una saggia e competente azione di gestione della fondamentale fonte di ogni bellezza: l’acqua.