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La politica energetica turca. Il nuovo ruolo strategico di Ankara tra Russia, Medio Oriente ed Europa - Michela Mercuri -

Un po’ di storia
Riassumere in poche righe la storia recente della Turchia vuole dire, in primo luogo, doversi dipanare in un turbinio di eventi che, tra la fine del Diciannovesimo e l’inizio del Ventesimo secolo, hanno portato al crollo dell’Impero Ottomano e segnato non solo la storia del Mediterraneo ma anche dell’Europa, i cui Paesi sono stati, in larga parte, prima colonizzatori e poi, in maniera diversa, alleati o avversari di molti Stati dell’area del Vicino Oriente e Nord Africa.  In questo contesto di profondi mutamenti, la nascita della moderna Turchia può essere fatta risalire al 1923, anno in cui venne proclamata la Repubblica turca guidata da Mustafa Kemal Ataturk.  Il “padre dei turchi” ha conferito al Paese una veste nuova e diversa rispetto a quella di molti vicini regionali, fondata su una sorta di “modernizzazione attraverso l’occidentalizzazione” in cui la religione islamica, pur non essendo espunta in toto dalla vita dello Stato, era però relegata alla sfera privata. Dal punto di vista della politica estera, la visione di Ataturk si dimostrò assai pragmatica e basata su principi di equidistanza e neutralità che si traducevano  nella ricerca di una assoluta stabilità nei rapporti internazionali, tanto con la parte occidentale, quanto con quella orientale1. L’imprinting kemalista ha segnato inevitabilmente le sorti del Paese che, durante i decenni della Guerra Fredda, ha rappresentato una sorta di avamposto occidentale sulla potenza sovietica e sull’area mediorientale. Un ruolo strategico di primo piano, quindi, che è giocoforza venuto a mancare con la caduta del muro di Berlino che per la Turchia, come per gran parte del resto del mondo, ha messo definitivamente fine al confronto bipolare, aprendo una nuova pagina della storia con nuovi scenari e nuove prospettive economiche, politiche e di sicurezza. Il contesto internazionale in cui la politica estera turca si muove negli anni Novanta è, infatti, profondamente mutato rispetto a quello dei decenni precedenti in cui il ruolo di alleato occidentale era ben definito. L’instabilità delle aree confinanti, dopo il collasso dell’Unione Sovietica, ha trasformato la Turchia in uno Stato “pivotale” poiché collocato, dal punto di vista geopolitico, in due quadranti molto instabili ma al contempo importanti da un punto di vista economico e di sicurezza: quello caucasico e quello vicino-orientale. 

Ed è da questa rinnovata centralità turca che dobbiamo partire per comprendere le nuove direttrici della politica di Ankara e quindi, più nel dettaglio, la sua politica energetica che diverrà strumento nevralgico delle relazioni diplomatiche soprattutto nell’ultimo decennio con l’avvento al potere del Governo Erdogan.

La nuova politica estera della Turchia
Quella del 3 Novembre 2002 può essere considerata una data storica nella vita politica della Repubblica turca. Le elezioni parlamentari, infatti, vedono la vittoria del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi – AKP) di Recep Taypp Erdogan,  riconfermato il 12 Giugno 2011, per la terza volta, alla guida del Paese. L’avvento dell’AKP conferisce alla Turchia una nuova connotazione, tanto da punto vista interno che internazionale. In primo luogo si tratta del primo partito al Governo nella regione mediorientale a promuovere un’agenda democratica pur avendo un background dichiaratamente islamico. Il suo programma politico sottolinea l’importanza di valori liberali - tutela dei diritti umani, rule of law, pluralismo, controllo civile sui militari,  tolleranza e rispetto per le diversità -  coniugati con il rispetto dei principi dell’islam, tanto che alcuni studiosi esperti di Turchia hanno parlato addirittura di un “islam illuminato”2.

Accanto alle misure interne, che rappresentano un importante elemento di cambiamento nella storia della Repubblica turca, il Governo filo-islamico di Erdogan è riuscito a implementare una politica estera, per certi versi, rivoluzionaria che ha come filo conduttore la ricerca costante di nuove relazioni politico-economiche con gli altri Paesi dello scacchiere internazionale, relazioni che, a differenza del passato, non appaiono più come “obbligate” ma frutto di una precisa ponderazione strategica, tanto sul piano regionale quanto su quello globale. Le linee essenziali di questo nuovo approccio sono state delineate dal Ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu nella cosiddetta “dottrina della profondità strategica” secondo cui la Turchia non dovrebbe dipendere da attori esterni, e in particolare dagli “ex” alleati occidentali, ma crearsi un ventaglio di relazioni diplomatiche per mantenere, come sottolineato più volte dallo stesso Ministro, “tanto un leverage a livello internazionale quanto il balance of power nella regione”3. In questo contesto l’adesione all’Unione europea, e più in generale la vicinanza all’occidente, è considerata una delle possibili alternative, ma non l’unica opzione della politica estera turca.  La Turchia decide, così, di valorizzare il proprio ruolo nel sistema internazionale,  forte anche di una collocazione geografica favorevole, a cavallo tra oriente e occidente, proponendosi come attore indipendente e svincolato da qualunque sistema di alleanze prestabilite. L’ambizioso obiettivo turco è quello di riaffermare la propria rilevanza in termini geopolitici, geoeconomici e geostrategici in diverse regioni del sistema tra le quali, oltre all’Europa, spiccano il Caucaso, il Medio Oriente, l’Asia centrale e l’area balcanica, puntando soprattutto sul cosiddetto soft power che consiste nello stabilimento di una rete di relazioni tra Stati basate sulla diplomazia e l’economia. Per questo negli ultimi anni il governo turco ha intessuto una fitta rete di iniziative politiche e diplomatiche che, a loro volta,  hanno ampliato gli spazi di manovra per la realizzazione di accordi di libero scambio utili all’instaurazione di  rapporti commerciali con numerosi Paesi, dal nord del mondo, al Medio Oriente, all’Asia.  In questo contesto la questione energetica è divenuta uno degli snodi fondamentali della nuova politica estera turca.

Ankara al centro del “risiko energetico”
Per comprendere l’importanza strategica della Turchia nel più ampio spettro della questione energetica è necessario allargare il nostro orizzonte di analisi al sistema internazionale e agli interessi e bisogni energetici di alcune delle  principali potenze che lo compongono.

In primo luogo dobbiamo considerare che l’Unione europea non arriva a produrre neppure la metà dell’energia che consuma, dipendendo in larga parte da pochi fornitori, Russia e Algeria  in primis4. Ora, se di per sè la DIPENDENZA ENERGETICA non deve essere considerata necessariamente un problema, esiste però un certo margine di rischio se gli approvvigionamenti  si concentrano in pochi Paesi produttori, soprattutto se retti da regimi relativamente instabili da un punto di vista politico e di sicurezza. Per questi motivi, e per limitare la propria DIPENDENZA ENERGETICA da Mosca, l’Europa negli ultimi anni ha guardato con sempre maggiore interesse ad altre aree di approvvigionamento, prima tra tutte quelle situate nella zona  del Mar Caspio che possiede risorse di petrolio e GAS NATURALE stimate intorno al 7% e 4% del totale mondiale5. Proprio per rafforzare un corridoio energetico  est-ovest,  bypassando le rotte russe a nord ed iraniane a sud, l’Europa e gli Stati Uniti hanno investito nella costruzione di un asse energetico tra Azerbaigian, Georgia e Turchia che ha visto la nascita di due nuove e strategiche pipeline: l’oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan (BTC) e il gasdotto Baku-Tblisi-Erzurum (South Caucasus Pipeline)6.  In questa stessa ottica può essere spiegato anche il colossale progetto del Nabucco che prevede la costruzione di un gasdotto di circa 3.300 km che, partendo dalla Turchia, si snoderebbe attraverso Bulgaria, Romania e Ungheria per arrivare in Austria, dove il gas sarebbe poi stoccato e distribuito ai vari Paesi dell’Ue, fino a raggiungere, una volta a pieno regime,  una capacità di 31 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Al di là delle considerazioni di natura tecnico-politica sulla concreta realizzabilità del progetto7, resta comunque evidente come,  anche in questo caso, l’obiettivo principale che l’Europa intende conseguire è il rafforzamento della sicurezza in termini di approvvigionamento di gas svincolandosi, ancora di più, dalla Russia.

Nonostante ciò, però, la primacy russa sul mercato energetico è ancora forte e il territorio turco resta ancora la strada preferenziale per le vie energetiche del Paese. Basti pensare al Blue Stream, un gasdotto che trasporta complessivamente 16 miliardi di metri cubi all’anno di  gas siberiano dalla Russia alla Turchia e al progetto di oleodotto Samsun-Ceyhan, una pipeline che, se realizzata, potrebbe arrivare a trasportare 1-1,4 milioni di barili al giorno di greggio russo attraverso il Mar Nero fino al porto turco di  Samsun e da qui a raggiungere il terminale di Ceyhan sulle coste del  Mediterraneo.  Dagli stati caspici, proverrà, poi,  il gas che la Russia ha intenzione di distribuire in Europa attraverso il gasdotto South Stream, con l’obiettivo di collegare Europa e federazione Russa e che si dislocherà in parte nelle acque territoriali turche del Mar Nero e in parte su terra.  Da non dimenticare, infine, lo scenario mediorientale, in cui la Turchia sembra intenzionata a rafforzare il dialogo con numerosi Stati della regione, dalla Libia all’Egitto, dall’Iraq all’Iran8, per implementare  lo sviluppo  di un asse energetico nord - sud che ne sostanzi il ruolo di hub regionale dell’energia. A titolo semplificativo basti ricordare gli oleodotti di Kirkuk-Yumurtalık che portano il petrolio iracheno in territorio turco, scorrendo attraverso il Kurdistan iracheno (da Kirkuk fino a Mosul), passando per il sud est  della Turchia  e arrivando al porto turco di Yumurtalık-Dortyol sul Mediterraneo, quasi al  confine con la Siria. Inoltre la Turchia ha siglato alcuni importanti accordi energetici con l’Iran, sia per sviluppare il GIACIMENTO di gas di South Pars, situato in parte nelle acque iraniane del Golfo Persico, sia per la costruzione di gasdotti per l’esportazione di gas turkmeno verso la Turchia, attraverso condotte iraniane e per l’afflusso di gas iraniano verso l’Europa, attraverso la Turchia. In quest’ultimo caso, però, si tratta di un’opzione poco gradita all’Europa che non intende scendere a patti con Teheran  fintanto che non verrà risolta la spinosa questione del nucleare. Oltre a ciò è necessario ricordare che a rafforzare l’interesse turco nei confronti dell’Iran vi è anche il fatto che quest’ultimo esporta verso Ankara circa 10 miliardi di metri cubi di gas all'anno, attestandosi come secondo fornitore di gas del Paese dopo la Russia9.

Pur non avendo esaurito la lunga lista di gasdotti e oleodotti che transitano in territorio turco (rif. Fig. 1), da questi brevi cenni è già possibile comprendere come la Turchia, situata a cavallo tra la Russia, il Caspio e il Medio Oriente, diventi lo snodo essenziale di questo “risiko energetico”, punto nevralgico di passaggio delle principali pipeline che collegano i Paesi esportatori a quelli importatori e, dunque, Stato nevralgico non solo per l’economia ma anche per le  strategie politico-diplomatiche di alcune delle maggiori potenze mondiali.

La pipeline diplomacy
Nel corso degli ultimi anni, e in particolare con l’avvento al potere di Erdogan e della già ricordata dottrina della profondità strategica del “suo” Ministro degli esteri, la Turchia sembra avere compreso la propria rilevanza energetica. Per questo motivo, in particolare nell’ultimo decennio, la politica energetica è divenuta un principio cardine della diplomazia di Ankara, vettore dei rapporti con molte potenze, in particolare con l’Europa e la Russia, senza però tralasciare altri importanti attori - mediorientali in primis-  tanto da poter parlare  di una vera e propria “pipeline diplomacy”10. Esemplificativo da questo punto di vista il ruolo ambivalente giocato da Ankara nei confronti di due dei più importanti progetti di corridoi energetici, i già menzionati South Stream e Nabucco. Seppure, sia la Commissione europea sia lo stesso governo di Mosca abbiano sovente ricordato come i due gasdotti non siano in competizione, molti osservatori considerano i progetti South Stream e Nabucco come rivali, sottolineando come il primo perpetui la dipendenza europea dalle forniture russe mentre il secondo le apra una fonte di approvvigionamento alternativa nel Caspio (rif. Fig. 2).

In questa importante partita tra Europa e Russia, la Turchia si è trovata a poter ricoprire il ruolo di “ago della bilancia”, poiché concedendo o meno il passaggio nei propri territori ai due gasdotti avrebbe potuto fungere da argine alle ambizioni russe di esercitare un monopolio sulle vie di trasporto o, al contrario, contribuire a mantenere il primato russo nel settore energetico. Davanti a queste due opzioni, però, la Turchia ha mantenuto una posizione piuttosto ambivalente, concedendo da un lato il passaggio nelle proprie acque territoriali al South Stream e dall’altra siglando gli accordi necessari per la realizzazione del Nabucco.

Osservando la diplomazia di Ankara sulla questione Nabucco-South Stream appare evidente come la Turchia non voglia e non possa permettersi di scegliere tra Russia ed Ue, perché scegliere significherebbe perdere uno dei due fondamentali partner, mettendo da un lato a rischio il negoziato per l’adesione turca all’ Ue e dall’altro minando i rapporti con il suo principale fornitore energetico.

Il governo turco, però, non  ha utilizzato la carta del gas e del petrolio soltanto nella gestione dei rapporti politico-diplomatici con Russia ed Europa ma anche per rafforzare la propria leadership regionale, in particolare proprio con quegli Stati produttori, Iran in primis, considerati decisamente poco affidabili da parte delle potenze europee e dagli Stati Uniti che, come già sottolineato, hanno apertamente biasimato gli accordi turchi con Teheran per il trasporto di gas verso l’Europa. In altre parole, per conseguire i suoi obiettivi di politica estera, la Turchia ha bisogno di sfruttare la propria posizione energetica agendo contemporaneamente su più fronti: mantenere buoni rapporti con l’Europa, evitare conflittualità con la Russia, anche a causa della elevata domanda energetica turca in prevalenza soddisfatta proprio da Mosca e, infine, allacciare o consolidare special relationship con i propri vicini mediorientali. Non da ultimo, poi, va ricordato che, per riaffermare il proprio ruolo  internazionale,  la Turchia vuole divenire un grande hub energetico, capace di far confluire nel proprio territorio gasdotti ed oleodotti provenienti da tutti i grandi bacini di idrocarburi che la circondano e per questo necessita di una politica finalizzata al mantenimento di buone relazioni con tutti i possibili partner, con un piede in Medio Oriente, l’altro in Asia, ma con lo sguardo sempre ben dritto verso l’Europa.

Fig. 1 Gasdotti e oleodotti dello snodo energetico turco


 
Fonte: http://www.aytuna-consulting.com/aboutturkey.aspx


Fig. 2 I progetti di Nabucco e South Stream


 
Fonte: BBC news: http://news.bbc.co.uk/2/hi/europe/8051921.stm#map


1- Nella presente trattazione la storia della Turchia non potrà essere approfondita con la necessaria dovizia di particolari. Per questo si rinvia alla lettura di alcuni testi quali, ad esempio, BIAGINI A., Storia della Turchia contemporanea, Bompiani, Milano, 2002 e anche NOCERA L., La Turchia contemporanea, dalla Repubblica kemalista al Governo dell’AKP, Carocci, Roma, 2011.
2- CINAR M., The Justice and Development Party and the Kemalist Establishment,  in CIZRE U. (a cura di) Secular and Islamic Politics in Turkey. The Making of the Justice and Development Party, Routledge, New York - London, 2008,  pp. 109-131, qui cit. p. 110.
3- Dichiarazione del Ministro  riportata da: TALBOT V., La Turchia riscopre il Medioriente, in www.ispionline.it, 12 Dicembre 2009.  Sulla dottrina della profondità strategica e sulle sue linee guida si veda anche DAVUTOGLU A., Turkey’s Foreign Policy Vision: An Assessment of 2007, in “Insight Turkey”,  n. 1, 2008, pp. 77-96.
4- In particolare gli Stati dell’Unione europea importano l’82% del petrolio e il 57% di GAS NATURALE che utilizzano.  Quest’ultimo, in particolare, proviene per il 44% da giacimenti ubicati in territorio russo. Elaborazione dell’autore su dati Eurostat, http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page/portal/statistics/search_database
5- Le percentuali fanno riferimento ai giacimenti presenti in Kazakistan, Turkmenistan, Azerbaigian ed Uzbekistan e fanno riferimento a: BP Statistical Review  of World Energy, June 2012, p. 8 e ss.
6- L’oleodotto é entrato in funzione nel maggio del 2006 e può trasportare 1 milione di barili al giorno dall’Azerbaigian attraverso la Georgia raggiungendo il porto turco di Ceyhan. Accanto al BTC scorre il gasdotto BTE, anche detto South Caucasus che trasporta gas proveniente dall’Azerbaijan in Turchia, passando per la Georgia.
7- A mettere a rischio la concreta realizzabilità del Nabucco contribuiscono fattori diversi:  problemi di budget, di progettazione e, non meno importante, di determinazione della provenienza delle forniture di gas. Per una analisi dettagliata del tema si rinvia tra gli altri a: OSSERVATORIO DI POLITICA INTERNAZIONALE, Politica europea dell'energia: il Corridoio Sud, n. 56, Giugno 2012, pp. 17 e ss., disponibile alla pagina web: http://www.iai.it/pdf/Oss_Polinternazionale/pi_a_0056.pdf
8- Nel momento in cui si scrive i rapporti tra Turchia e Iran sembrano comunque a una fase di stallo a causa delle diverse posizioni dei due Paesi sulla “crisi siriana”.  Per un approfondimento del tema si rinvia, tra gli altri, a DI PERI R., Damasco - Tehran: una fragile alleanza, in “ISPI Commentary”, 17 Aprile 2012, disponibile alla pagina web:  http://www.ispionline.it/it/documents/Commentary_Diperi_17.04.2012.pdf
9- Elaborazione dell’autore su dati Bp Statistical Review of World Energy 2011.
10- Letteralmente politica degli oleodotti, ma il termine è spesso utilizzato anche per indicare la politica dei gasdotti e più in generale la politica energetica.