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Creato da Paolo Pasquinelli « clicca sul nome per leggere il curriculum dell'autore

Alcuni aspetti delle recenti tragedie climatiche. “Il tutto” come contraddizione.

In questi giorni è stato ampiamente dibattuto e documentato sulla stampa in merito alle tragedie climatiche che hanno sconvolto intere regioni d’Italia. Personalmente inquadrerei il problema in un sistema complesso che è andato fuori controllo in molti dei suoi parametri.
A poco sono valsi gli studi anticipatori, gli avvertimenti e persino gli allarmi segnalati dagli uomini di Scienza e, a scalare, perfino dai Cittadini. Questo tipo di società (parlo da Biologo e come componente del Lab. di Ricerca Sociale UNIPI) ha permesso lo scempio di un territorio che ora si sfalda e si rimodula (o vendica) facendoci pagare un conto salatissimo. Antropocene dunque! Un’Era legata all’uomo e le sue attività consapevolmente dannose per il Pianeta Terra. Se l’evoluzione dell’umanità procede alla ricerca di un welfare migliore attraverso scoperte e innovazioni sostenibili, parallelamente esiste un’azione distruttiva in atto che al momento risulta preponderante e, oserei dire, dominante: tutto orchestrato a favore di un’insensata speculativa crescita che si abbatte come un boomerang sugli stessi abitanti del Pianeta. La prendo larga prima di parlare dell’Italia perché questi fenomeni atmosferici riguardano l’umanità intera e a poco vale aver studiato René Thom con la matematica delle catastrofi naturali o interpretare le previsioni satellitari, esatte alla mezz’ora, se poi non ci sono mezzi e mentalità adeguate a prevenirli o almeno a limitarne i danni.
Manca dunque comunicazione tra Scienza e Società? Direi che esiste un gap tra due velocità: 1) progressione evolutiva, 2) realizzazione.
La prima (progressione evolutiva), quella dei ricercatori e degli scienziati, è di gran lunga (come del resto in tutti i settori) maggiore della seconda. In questo caso, l’ essere più veloci non vuol significare trasferire del buon welfare.
La seconda (velocità di realizzazione) è ridotta da compromessi, incapacità politiche, speculazioni e quant’altro di peggio sia riferibile a comportamenti umani. I confini, i muri, le etnie gli integralismi gli interessi economici sono alcune tra le cause che oscurano una visione complessiva sino ad impedire la salvaguardia dei territori che questo Pianeta ci ha donato sin dalla sua origine.
Per tornare agli aspetti contingenti delle tragedie ambientali di questi giorni c’è da dire che il trasando, la trascuratezza, l’abbandono di territori e l’abusivismo permissivo incidono più che i fenomeni atmosferici.
L’analisi a posteriori di uno o più eventi catastrofici corre il rischio di diventare soprattutto un esercizio di scarico di responsabilità che alimenta ulteriori conflitti sociali, specialmente in un periodo di profonda crisi economica come quella attuale.
Tutti contro molti: è giusto da un punto di vista rivendicativo che tutti coloro che hanno perso tutto, chi ha avuto danni irreparabili e lutti, chi fornisce solidarietà e aiuti, invochino la ricerca di coloro che hanno mancato e non hanno fatto. Il gran caos territoriale di un paese come l’Italia è ancora una volta sotto i nostri occhi. Indietro nell’assetto territoriale non si può tornare. La situazione geografica così danneggiata è irreversibile. Laddove non c’è stato amore per il paesaggio e per la natura non vedo altro rimedio che riappropiarsi del territorio; fare tutto ex novo, rimediare rapidamente: cambiare configurazione è d’obbligo.
Dal punto di vista sociale risulta difficile modificare un processo avviato verso la rassegnazione e la paura. Tuttavia l’esempio di chi non si arrende, di chi urla, di chi punta il dito, impone un’azione sociologica finalizzata a ridurre lo stress attuale (inteso come stress di un ECOSISTEMA di cui sono attori principali gli abitanti e, a seguire, gli altri esseri viventi). Il tutto, a mio avviso, va traguardato nella volontà di porre rimedi, quantomeno precauzioni, alle devianze e assenze particolaristiche che si sono accumulate negli anni e alla consapevolezza di non voler usare violenza contro la natura. Quando si consuma un territorio a vantaggio di cementificazioni, non si rispetta e non si cura l’ambiente, si possono lasciare solo situazioni irreparabili. Il futuro su questa linea è incerto, le raccomandazioni di buona condotta rischiano di essere vane. I Cittadini stessi sembrano consapevoli, ma il bene comune dipende dal comportamento di tutti.