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Verso una società biotecnica - Giorgio Nebbia -

Lewis Mumford (1895-1990), lo scrittore americano, storico della tecnica e della città, propose la suddivisione della storia umana in varie età, a seconda dello stato della tecnica.
In un'era primitiva, eotecnica, durata dal tempo greco-romano fino al 1600, gli esseri umani utilizzavano il legno come materiale da costruzione e fonte di calore, la forza del vento e il moto delle acque come fonti di energia meccanica. La rivoluzione industriale avrebbe aperto  le porte all'era del carbone, del petrolio, dell'acciaio, un'era paleotecnica, di tecnica primitiva, inquinante e aggressiva verso l'ambiente, non molto diversa dalla nostra che pure è caratterizzata da strumenti ultramoderni, l'automobile, l'elettricità nucleare, la telematica.

Mumford scriveva che a tale era paleotecnica, l'"impero del disordine", con città inquinate e congestionate e le valli esposte a frane e alluvioni, sarebbe un giorno seguita un'era neotecnica, in cui i governanti sarebbero stati in grado di pianificare la  produzione  industriale, la localizzazione delle attività umane, l'uso delle acque e del territorio, al servizio dei cittadini.

Ma anche questa era neotecnica avrebbe dovuto rappresentare un periodo di transizione verso  una società che Mumford chiamò "biotecnica", nella quale i progressi della scienza avrebbero consentito di utilizzare meglio le risorse RINNOVABILI fornite dall'agricoltura, dalle foreste, dalla natura.

A differenza delle "biotecnologie", che permettono di modificare gli esseri viventi a fini  "economici", la strada "biotecnica" si propone di trarre beni utili da quella gran parte di esseri viventi, da quella ricchezza di biodiversità, che i nostri predecessori hanno trascurato o abbandonato quando, diecimila anni fa, si sono messi a coltivare un limitatissimo numero di piante, quelle che fornivano semi, o frutta, o fibre tessili "più buone" o "più utili", e hanno scelto gli animali più docili e suscettibili di essere allevati e di fornire lavoro, carne, pelli, peli  da filare e tessere.

Le conseguenze si sono viste ben presto: le monocolture impoveriscono il terreno di sostanze  nutritive, la distruzione delle foreste lascia il terreno esposto all'erosione, le piante coltivate sono esposte all'attacco di parassiti; l'allevamento intensivo di animali è fonte di impoverimento dei pascoli e di INQUINAMENTO delle acque.

A poco a poco i materiali ottenuti dalla natura --- il legno, le fibre tessili, le pelli, il cuoio, gli stessi alimenti --- hanno mostrato i loro limiti tecnici; inoltre molte materie vegetali e animali venivano da terre lontane (la gomma dal Brasile, la seta dalla Cina, il cotone dall'Egitto, le carni e le pelli dal Sud  America) e i paesi industriali hanno cercato di liberarsi dalla dipendenza dai paesi "coloniali" o ex-coloniali, producendo per via sintetica dei surrogati degli stessi materiali.

I surrogati sintetici a loro volta hanno rivelato di nascondere varie trappole tecnologiche; si  pensi ai problemi di smaltimento delle materie plastiche non biodegradabili, ai crescenti consumi di petrolio, a molte incompatibilità pratiche delle fibre sintetiche, eccetera.

E' possibile che alcune, dei molti miliardi di varietà e specie vegetali e animali esistenti,  siano suscettibili, se opportunamente studiate, di fornire materiali economici ? Quali vantaggi ne trarremmo noi, paesi industrializzati, ma soprattutto ne trarrebbero i molti miliardi di abitanti del Sud del mondo ?

Vantaggi grandi, che però presuppongono una rivoluzione scientifico-tecnica che riconosca la povertà delle nostre conoscenze sulla composizione chimica e sui caratteri tecnici della stragrande maggioranza degli esseri viventi vegetali e animali, quelli che sono stati "scartati" dai nostri predecessori del neolitico.
Bisogna  rilanciare lo studio della chimica delle  sostanze naturali con particolare attenzione alle applicazioni tecniche, merceologiche, e alle  conseguenze ambientali di molti nuovi materiali e merci. 

Forse le molecole di moltissimi altri vegetali e animali, oggi sconosciuti o considerati di nessuna importanza "economica", potrebbero avere applicazioni pratiche. Il ricorso a tali materiali, attraverso produzioni "biotecniche", potrebbe liberarci dalla schiavitù del petrolio e dei prodotti sintetici, potrebbe consentirci di evitare varie trappole tecnologiche.

Tutte le materie prime e merci vegetali e animali oggi usate utilizzano le proprietà di alcune  sostanze chimiche presenti in tutto il regno vegetale e animale: eppure anche le nostre conoscenze su tali proprietà sono limitatissime. Cominciamo dai vegetali: il legno e le fibre  tessili cellulosiche (cotone, iuta,lino, canapa, eccetera) contengono tre grandi classi di  sostanze: cellulose, emicellulose e lignine.

Ho usato il plurale di questi nomi perché le cellulose, per esempio, sono presenti in natura sotto forma di macromolecole costituite essenzialmente da prodotti di condensazione  di migliaia di molecole di glucosio, ma diversissime come peso molecolare e proprietà. Ciascuna specie vegetale "fabbrica" la propria MOLECOLA di cellulosa sulla base delle necessità di resistenza ed elasticità delle varie parti della pianta.

Nei vegetali (legno, foglie) la cellulosa si trova insieme a sostanze incrostanti; le  emicellulose sono altre macromolecole ramificate costituite dalla condensazione di alcune centinaia di unità di vari zuccheri, fra cui lo xilosio (nel legno di latifoglie e nella paglia) e il  mannosio (nel legno di conifere); le lignine sono macromolecole tridimensionali formate da alcune centinaia di unità di molecole derivate del propilbenzolo e fenolo.

Nella fabbricazione della carta la cellulosa viene "purificata" separandola, con vari processi,  dalle emicellulose e dalle lignine che in parte sono bruciate per ricavarne energia, in parte vengono buttate via e sono fonti di INQUINAMENTO.

Questo spreco potrebbe essere ridotto se ci accontentassimo di carta meno raffinata, se venissero approfondite le conoscenze sulla chimica delle sostanze naturali e se venissero sviluppati nuovi processi tecnici e produttivi. Fino a quando le RISERVE di legno sono (o ci si  illude che siano) grandi, è difficile che le attuali materie prime e gli attuali processi per la carta vengano modificati. In altre condizioni economiche o geografiche --- per esempio in molti paesi del  Sud del mondo --- la carta potrebbe essere fabbricata utilizzando materie lignocellulosiche locali, il che libererebbe questi paesi dalla dipendenza dalle tecniche e materie prime del Nord del mondo.

Si tratta solo di un esempio perché la  ricchezza e diversità delle materie biologiche è enorme --- oltre alle materie lignocellulosiche citate, ci sono innumerevoli varietà di amidi, di zuccheri, di proteine, di grassi, di sostanze coloranti --- e rappresenta una eccezionale sfida per il ventunesimo secolo.

Molte conoscenze sono disponibili, sepolte nei trattati e nelle riviste di botanica, zoologia,  chimica; la "rivoluzione biotecnica" presuppone la riscoperta e rilettura di tali conoscenze alla luce della domanda di materiali e merci in un mondo la cui popolazione è in aumento e molti paesi vogliono rendersi autonomi dal Nord del mondo.

Solo per fare un altro esempio: l'alcole etilico, oggi ricavato dalla fermentazione degli zuccheri (eccedenze di vino, residui dell'industria saccarifera), o dall'amido, potrebbe essere usato come combustibile e fonte di energia. I potenti interessi petroliferi hanno sempre  scoraggiato l'uso dell'alcole come fonte di energia: così vengono distrutte eccedenze agricole che invece potrebbero permettere di ottenere surrogati della benzina e del gasolio.

Non solo: l'alcole etilico, POTENZIALE fonte energetica soprattutto nei paesi emergenti, potrebbe essere ricavato dagli zuccheri ottenuti dalle cellulose e  emicellulose presenti in tutte le piante del pianeta. Ci sono delle difficoltà tecniche, che però nessuno cerca di superare, fino a quando esistono grandi RISERVE di petrolio; le alternative tecniche e produttive  potrebbero  aiutare i paesi del Sud del mondo a rendersi indipendenti, ciò che i paesi industriali del Nord del mondo non vogliono affatto.

Eppure la sfida biotecnica potrebbe incentivare la ricerca scientifica, creare posti di lavoro, assicurare un utile trasferimento di tecnologie, creare ricchezza anchenei paesi industriali.