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Quale economia per l'ambiente? - Giorgio Nebbia -
Gli strumenti tecnico-scientifici saranno, infatti, ben poco efficaci senza il contributo che l'economia politica offre per la correzione degli effetti negativi delle attività umane sull'ambiente.
L'economia, del resto, proprio in quanto scienza del comportamento davanti alla scarsità, si è sempre occupata del problema delle risorse naturali. Se ne sono occupati, sia pure avendo a disposizione meno dati ecologici di noi, i classici del secolo scorso.All'inizio del Novecento, nel 1912, Pigou, nella prima edizione del libro "Ricchezza e benessere", aveva messo in evidenza che molte attività, pur legittime e profittevoli per alcuni soggetti economici, arrecano danno ad altri soggetti "esterni" rispetto ai primi.
Il caso classico è offerto dalla parabola del vignaiolo che vive tranquillo producendo la sua uva fino a quando, accanto alla sua vigna, si insedia - legittimamente - una fabbrica che produce scarpe.
Ben presto dal camino della fabbrica cominciano ad uscire dei fumi che danneggiano l'uva e fanno diminuire il guadagno - legittimo - del vignaiolo.Apparentemente un accordo, sotto forma di risarcimento fra inquinatore e inquinato, potrebbe sanare la diseconomia subita dal vignaiolo, ma appare ben presto che gli strumenti privatistici del mercato sono inadeguati: ciascun soggetto economico inquinato è danneggiato da molti inquinatori, difficilmente riconoscibili singolarmente; inoltre ciascun inquinatore danneggia un numero di inquinati così grande e così diffuso in un territorio, magari sull'intero pianeta, che è difficile risarcirli singolarmente.
A questo fallimento del mercato si può far fronte soltanto con gli strumenti dell'economia pubblica, cioè con interventi della collettività e dello stato.Non fa meraviglia che siano stati proprio gli studiosi di economia pubblica a occuparsi per primi di "economia dell'ambiente", una disciplina ancora troppo poco praticata e diffusa a livello di ricerca e di insegnamento.Gli strumenti dell'economia dell'ambiente, del resto, sono spesso già impiegati, anche se empiricamente: lo stato può porre dei divieti, per esempio all'immissione nei corpi riceventi ambientali di agenti dannosi in quantità o concentrazione superiore a un certo limite.
È quanto avviene con la attuale legge italiana per la difesa delle acque: gli inquinatori, imprenditori o comunità urbane, per rispettare gli standard imposti dalla legge devono depurare e filtrare i propri scarichi in modo che i liquidi immessi nei fiumi o nel mare contengano gli agenti dannosi in concentrazioni inferiori ai limiti imposti dalla legge.
Spesso i depuratori sono insufficienti o il loro costo è troppo elevato e allora i fabbricanti di merci sono spinti a modificare i propri cicli produttivi impiegando materie alternative e modificando le caratteristiche dei manufatti in modo da produrre meno scorie per unità di prodotto. In ogni modo la difesa dell'ambiente, che significa poi l'evitare ad altri soggetti dei danni alla salute e quindi anche economici, fa aumentare i costi delle merci e tale maggiore costo ricade alla fine sulla collettività degli acquirenti di merci.
Con l'apparente paradosso che ciascun membro della collettività dei cittadini deve pagare per quello che dovrebbe essere un diritto, il diritto a respirare aria pulita e bere acqua non contaminata.
Senza contare che il maggior costo per unità di merce ricade maggiormente sulle classi meno abbienti i cui membri non possono comunque fare a meno di acquistare certi beni essenziali.Per far fronte a queste disuguaglianze la scienza economica suggerisce che lo stato di un contributo finanziario a chi costruisce i depuratori o a chi modifica i cicli produttivi, una soluzione che piace agli inquinatori perché permette di evitare le spese per i depuratori e piace ai fabbricanti di filtri e depuratori (che talvolta sono poi gli stessi produttori di merci inquinanti) i quali trovano nuove occasioni di lavoro e di affari.
Il costo dei finanziamenti pubblici per i depuratori – previsti, del resto, insieme agli standard degli effluenti, nell'attuale legge italiana per la difesa delle acque contro l'INQUINAMENTO – ricade sulla collettività attraverso le imposte e dovrebbe, teoricamente, ricadere sui cittadini in proporzione al loro reddito.Un terzo interessante strumento per rallentare o diminuire l'INQUINAMENTO ambientale è rappresentato dalle imposte sulle merci inquinanti.
Le imposte sulle merci rappresentano uno strumento classico usato dall'economia pubblica talvolta per ottenere soldi per lo stato – dalla tassa sul macinato alle imposte sulla benzina – ma che potrebbero anche essere usate (e talvolta sono state usate) per scoraggiare i consumi di certe merci considerate dannose: le bevande alcoliche, o le merci che fanno concorrenza a prodotti da proteggere.
Le imposte di fabbricazione o di "consumo" sono quelle che hanno attratto la maggiore attenzione degli studiosi di economia ambientale.